Basta una piazza per salvare l’informazione?



Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa, dichiara ai quattro venti di avvertire “un’aria pesante” per l’informazione. La kermesse prefestiva nella romana piazza del Popolo servirà a dimostrare che in questa attività supersensoriale il presidente non è solo. Per la platea c’è il supporto di trecento pullman provenienti da tutta Italia (pagati da chi?), per lo spettacolo il solito nugolo di artisti che ben s’armonizza con la consacrazione intellettuale di neuroni e di ammonimenti morali dei protagonisti.
Possiamo anche convenire sull’ormai ristagnante “aria pesante”, che purtroppo non investe solo l’informazione, ma un intero Paese in avanzato stato di putrefazione. Ma il rappresentante dei giornalisti farebbe bene anche a domandarsi che fetta di responsabilità abbiano i suoi colleghi in questo imputridimento generale dell’atmosfera.
Se negli Stati Uniti è l’eccellente lavoro di brillanti giornalisti a far esplodere scandali grandi e piccoli (dal Watergate in poi), da noi sono per lo più i magistrati a far luce sui sempre più gravi e accentuati episodi di malcostume di questo nostro Belpaese. E le connivenze tra informazione e potere costituiscono prassi atavica: quanti colleghi di Natale, specie in Rai, sono finiti dietro ad una scrivania perché catapultati direttamente dalla segreteria di un partito politico, talvolta presentando analogo cognome (e lo stesso dna) dei protagonisti della politica?
Ed ancora: quanti di quelli sponsorizzati dallo scudocrociato, dal garofano o dalla falce e martello sono stati capaci di denunciare quanto negli anni Ottanta succedeva nei Palazzi del potere, prima che il pool di Milano facesse emergere a fatica le radicate prassi delinquenziali protrattesi per almeno un decennio?
Gli scandali della sanità, i disastri ambientali, i traffici di escort sono stati mai oggetto di inchieste giornalistiche preventive rispetto alle azioni della magistratura? O bastano le poche Gabanelli, in genere “battitori liberi” in un mondo di sedie comode e funzionali?
Ed ancora, ci spieghi Natale quali risultati ha ottenuto il suo sindacato rispetto alla sistematica destrutturazione del lavoro anche sul fronte della comunicazione, laddove l’ormai dominante precarizzazione equivale alla dequalificazione delle competenze, della deontologia e, di conseguenza, dei prodotti.
Se da una parte ci si scalda per i diritti dei “garantiti”, in genere i giornalisti più anziani e i dipendenti della Rai con stipendi da favola, dall’altra un esercito maggioritario di precari, stagisti, tenutari di partite Iva manda avanti e salvaguardia tra enormi difficoltà e nel completo dimenticatoio il “senso” stesso dell’informazione.
Si potrebbe aggiungere la scomparsa delle “passioni” per il mestiere, della trasmissione delle competenze “sul campo”, del vecchio “praticantato”, di una formazione adeguata ai tempi. Il “vulnus” dell’istruzione universitaria e dell’apprendimento delle lingue. Le tante, troppe scorciatoie, l’autoreferenzialità, il becero protagonismo, il troppo facile approdo nelle “stanze dei bottoni”. C’è poi l’arcaico Ordine dei giornalisti italico che rimane un’anomalia nel panorama internazionale, frutto di quelle logiche “di apparato” che continuano a caratterizzare il tessuto del nostro Paese.
I giornalisti di piazza del Popolo, probabilmente minoritari rispetto ai professionisti della politica urlata che colgono ogni occasione per fare passerella, farebbero bene – una volta tanto – a de-ideologizzarsi e guardare con pragmatismo la drammatica realtà, soprattutto giovanile, che li circonda. Perché un certo giornalismo ha probabilmente dimenticato di indagare anche (e soprattutto) su se stesso.

(Giampiero Castellotti)

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