REPORTAGE/ Abruzzo, il sisma dentro



L’AQUILA – Piazza d’Armi è un vasto spiazzo proprio all’uscita dell’autostrada. In genere era una zona tranquilla. Un po’ squallida, diciamocelo pure. Ora è il centro pulsante della città, con la grande tendopoli e i mezzi di soccorso e privati che girano vorticosamente intorno a questo spazio.
Quando si torna a L’Aquila, città natale di chi scrive, prevale un senso di straniamento. Come se ci si trovasse in un luogo diverso. Oggi, con il sisma dentro, è un’altra città. Le facce sono quelle aquilane ma i volti hanno il segno del terremoto. Sia dal punto di vista fisico, tutti scottati dal sole e in tute da ginnastica. Sia negli occhi, impauriti e sofferenti.
Incontriamo persone che conoscevamo già. Ora vivono in una roulotte. In una tenda. In un hotel.
Frotte di persone attendono i vigili per la verifica di agibilità delle case. Sentiamo frammenti di discorsi, tutti uguali. Vogliono tornare nelle proprie case il più presto possibile.
Ci avviamo verso la tendopoli. Entriamo con l’autorizzazione e ci facciamo un giro. Non possiamo fare a meno di notare la dignità della gente che è lì. La compostezza. E non possiamo evitare di rilevare l’instancabile lavoro dei volontari, della protezione civile, dei vigili del fuoco, della guardia di finanza, dei carabinieri, dei vigili urbani. Qui nessuno è fermo. Tutti si danno da fare.
Chi può è già tornato al lavoro. Come il commesso del reparto salumeria del supermercato di fronte alla tendopoli. Entriamo. Gli scaffali sono pieni, ma le luci quasi tutte spente. Non c’è allegria, nonostante l’afflusso regolare di clienti. Ci dirigiamo verso la teca per farci fare un panino. Il nostro pranzo.
Salutiamo il signore al lavoro. Spiega di essere fortunato perché “i suoi” sono tutti vivi. Aveva due case, una a Fossa e una su via Fontesecco (via XX Settembre). Sono crollate tutte e due. Per fortuna, ci dice, non eravamo lì quella notte. Aggiunge che la moglie e i figli sono nella casetta al mare di Roseto. Lui di giorno lavora. E di notte dorme in macchina. Ripete di essere stato molto fortunato. Gentilmente ci prepara i panini. Lo salutiamo e usciamo.
Ci sediamo su una panchina con, alle spalle, la tendopoli. Sentiamo i bambini che giocano. Stanno cucinando nella mensa. Arriva l’odore.
Sono state installate postazioni mobili delle Poste e di banche. Il parrucchiere di fronte alla tendopoli non s’è perso d’animo: adesso il suo studio è all’interno di un gazebo. Anche questo è un segnale. Non arrendersi.
Dappertutto ci sono case sventrate, lesioni. Poi i cumuli delle macerie ancora non rimosse e quelli che vengono raccolti in un campo adiacente piazza D’Armi per poi essere sminuzzati. La sera, ci dicono, è tutto un via vai di camion che le vanno a caricare in centro e nei paesi devastati intorno alla città.
E’ difficile far conciliare questa immagine de L’Aquila, della città natale di chi scrive, con quella che uno ha dentro. Non ci si riesce.
La parte della città che percorriamo, come tutta la periferia, è accessibile. Ma vorremmo andare in centro, nella città che non si può vedere, nella città fantasma. Serve un permesso speciale, ci dicono. Ci avviamo comunque. Passiamo per via Strinella, e ci arrampichiamo su, tramite stradine secondarie, note solo a noi aquilani.
Arriviamo a Porta Leone. Ha retto, ma intorno è tutto lesionato. Iniziamo ad avvertire una sensazione di deserto, di non vita, di spazio vuoto. Siamo soli. Oltrepassiamo Porta Leone, siamo nella città proibita, a due passi da San Bernardino. Area di ricordi.
Ci sentiamo a disagio. Questa non è L’Aquila, questa è la sua ricostruzione in uno di quei film catastrofici, dove il vento sibila e gli unici rumori sono dei cani randagi e degli uccelli.
Alziamo gli occhi: una pattuglia della Finanza presidia la strada. Ci vedono subito, ci bloccano. Chiediamo di poter andare. No, impossibile, E’ troppo pericoloso. Cade ancora di tutto, anche senza scosse, e stamattina ce n’è stata un’altra. Il finanziere è fermo ma gentilissimo. Quando capisce che vorremmo guardare la città martoriata, ce la fa vedere, ma solo attraverso le foto che ha scattato lui personalmente. Sono immagini che la tv non manda. Sono terrificanti. Quasi lo ringraziamo mentalmente per averci “beccati” e fermati.
Stiamo lì a parlare per un bel po’ di tempo: in ogni caso da quell’avamposto sono visibili i Portici Nuovi, la scalinata e la facciata di San Bernardino. Ma non li guardiamo a lungo, non li possiamo guardare. Sono senza vita, sono terremotati anche loro.
I discorsi si fanno più personali, più privati. E’ un peccato non avere tempo, non avere neanche la possibilità di sederci da qualche parte, lì, e continuare a riflettere su quello che è e che sarà. Non si può, perché lì non c’è più nulla.
Lo salutiamo e torniamo indietro. Andiamo a trovare una persona che ha la roulotte in via Strinella. Ce la mostra, orgoglioso della sistemazione. Ha ragione: possono dormire in un letto degno di questo nome. Hanno la loro privacy. Parliamo delle case, del fatto che non valgono più una cicca. Che chi ha investito nel mattone, perché è sicuro, è rimasto fregato pure con quello. Tanto valeva buttare tutto nei titoli tossici. Parliamo dei mutui da pagare, dei giovani che a Pettino avevano comprato case per 200mila euro, nuove di zecca, e sono crollate tutte. Tutte. Parliamo del futuro che non si può vedere, come la città.
Vogliamo andare verso la Fontana Luminosa, sempre al limite della città fantasma, e al Castello. Il Forte Spagnolo di cui parla il nostro presidente del Consiglio.
Saliamo su per la strada che fiancheggia lo stadio. Gli impianti sportivi – piscina appena ristrutturata con circolo tennis – tutto finito. La città che non si può vedere perché non c’è più.
Arriviamo quasi alla Fontana Luminosa. Cercano di fermarci. Facciamo finta di niente e ci avviciniamo dall’altra parte. Arriviamo sotto le statue e guardiamo il Corso. Vuoto, nulla anche qui. Nulla da vedere…
Ci avviamo verso il Castello. Passiamo attraverso il Parco. Da qui, pensiamo, sarebbe semplicissimo infilarsi in un vicoletto e raggiungere San Bernardino. Poi rammentiamo il colloquio con il finanziere, la pericolosità di quei pertugi medievali dove i tetti sono scivolati. E allora desistiamo.
Ci avviamo verso il ponte e l’entrata. Il tetto è crollato sul museo d’arte contemporanea e i vigili stanno facendo un’operazione di recupero e messa in sicurezza.
Lì dentro c’erano opere d’arte di grande valore e lo scheletro del Mammuth. Chissà se esiste ancora. Ma non si può vedere. Nessuno sa come sia messo dentro. Non si può ancora accedere.
Restiamo lì per una mezz’oretta. Poi decidiamo di fare un salto a Santa Maria di Collemaggio, lì dove c’è un’altra tendopoli.
La chiesa è inagibile, ma la facciata, per fortuna, è rimasta in piedi. La tendopoli è piccola ma decente. Forse meno dispersiva di quella in piazza D’Armi.
Da lì possiamo guardare la zona di via XX Settembre: le case sembrano in piedi, ma sappiamo che per terra c’è un faglia larga più di un metro. Il terremoto inganna i sensi. Quello che vedi non è quello che è. E comunque noi non possiamo vedere…
Sta facendosi sera e cominciamo ad avvertire la stanchezza. Ci sentiamo vuoti, senza passato – è andato distrutto in 20 secondi – e con un futuro ridotto a “cosa facciamo stasera”. Il terremoto ti stravolge fuori e dentro: cambiano i parametri con cui si misurano le vicende della vita. Cambiano le priorità e cambi anche tu, da un giorno all’altro. Giorno dopo giorno. I punti di riferimento sono altri, ormai, per chi è lì e per chi lì ci è nato e cresciuto.
Ma in una situazione come questa siamo contenti di avere un futuro che non si può vedere. Il nostro futuro è molto prossimo e molto focalizzato. Come quello degli aquilani. Poche idee ma chiare. Tanto il resto non si può vedere…

(Maria Piera D’Alessandro)

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