Macchiagodena



MACCHIAGODENA (ISERNIA) – Giungere a Macchiagodena è un po’ toccare il cielo. Si lascia una vallata anonima, dove la spianata concede licenze discutibili all’uomo, cemento inopportuno, colori diventati palazzine, ristoranti trasandati e distese di auto in perenne vendita.
Finalmente ci si arrampica su una stretta carreggiata che il progresso ha reso più sicura ma meno suggestiva. Qui, un tempo, le curve e i ponticelli avevano commoventi ringhiere di ferro. Parapetti devoti all’emigrato che tornava villeggiante. Si partiva e li si ritrovava lì. Immutabili. Come tutto il resto, d’altronde. Le pietre miliari costituivano la certezza di un tempo tenace e fedele.
Oggi la strada, più comoda, continua comunque a salire. E, curva dopo curva, si libera il vero volto del Molise. La roccia, innanzitutto. Grigia, senza colore, quasi a sottolineare l’austerità del luogo e della gente. Gli alberi dell’altura, che sono più alti e solenni. I tornanti, la salita, il vento, la fatica, il rigore. Luoghi affascinanti nella loro semplicità, nella natura ancora prevalente, nella strenue resistenza all’omologazione.
Chissà ancora per quanto.
Macchiagodena, suggestiva sin dal nome, è posta sul versante settentrionale della piana di Bojano. Qui i metri sul livello del mare sono quasi novecento. Montagna vera. Da una parte la si raggiunge da Cantalupo del Sannio, presso Bojano, anima sannita ai massimi livelli. Più corta e parallela la strada da Santa Maria del Molise. C’è però un tragitto più lungo e suggestivo che da Carpinone e Castelpetroso, attraverso Sant’Angelo in Grotte, s’infila a Macchiagodena dove aver controllato l’intero Matese. Tutto il paesaggio è dominato da questo massiccio che segna il confine tra Molise e Campania, che si erge dall’altra parte della valle. Ecco spiegata, allora, la denominazione di "Terrazza sul Matese" per questo paese d’altura con un migliaio di residenti.
Dall’altra parte, verso est, la viabilità la collega a Sant’Elena Sannita, borgo degli ex arrotini oggi profumieri disseminati in tutta l’Italia centrale. E a Frosolone, a dieci chilometri, la patria della produzione di coltelli e forbici. Da qui un tempo si passava anche per raggiungere Bagnoli del Trigno, Duronia, Salcito, Torella del Sannio, patrie dei tassisti romani.
Il paese, analogamente a tanti altri del territorio, conserva ancora i suoi caratteri medievali, con le case arroccate intorno al castello, di origine longobarda, costruito su uno sperone di roccia calcarea. L’edificio a pianta poligonale presenta le basi dei muri perimetrali e due robuste torri realizzate con blocchi di pietra squadrata a vista. E’ tra le fortificazioni meglio conservate in regione.
Il territorio è coperto di boschi ricchi di funghi, fragole, frutti di bosco e soprattutto tartufi, per lo più il bianco e lo scorzone nero. Diversi gli habitat: imboschimenti di conifere, macchie di boscaglie cedue, ripide pareti rocciose, dolci declivi a prato, pascoli sui versanti dei colli, divenuti il regno delle farfalle.
Un vero paradiso tanto che la Lipu, intorno al selvaggio vallone Vallefredda, inserito nella zona "La Montagnola", ha costituito una riserva che presenta ambienti molto differenti tra loro.
Macchiagodena, per il suo futuro, punta ad armonizzare al meglio le preziose e radicate tradizioni con una recettività al passo con i tempi. Un forte legame con la cultura e con le usanze del passato è tenuto vivo grazie all’artigianato locale. Tra le attività ancora presenti in paese un posto di rilievo è occupato dall’arte di modellare la creta in ceramica. Per non disperdere tale patrimonio, di recente è stato aperta una scuola-laboratorio di ceramica. Altra lavorazione tipica è quella del ferro battuto.
Il paese, inoltre, recuperando la sua identità gastronomica, ma anche culturale, in quanto legata alla tradizione pastorale, si è ritagliata uno spazio di eccellenza nei prodotti di nicchia.
Biglietto da visita è la polenta. Piatto certamente povero ma ricco di tradizioni, che è possibile degustare nelle due varianti: rossa, con salsiccia e peperoni, e bianca, con baccalà e cipolle. Quest’ultima ha ottenuto un prestigioso riconoscimento dall’Accademia italiana della cucina con il deposito della ricetta presso la Camera di commercio di Isernia. La particolarità della ricetta, tra gli altri ingredienti sempre di qualità, prevede l’utilizzo del granturco autoctono e non già della farina di mais.
Altro prodotto di eccellenza è il tartufo, divenuto protagonista dei piatti della tradizione, ma anche ingrediente per altri specialità locali, quali salumi e formaggi che hanno ereditato dalla transumanza l’alta qualità delle materie prime, oltre che gli antichi metodi di lavorazione.
La carne e i suoi derivati sono da considerarsi altri prodotti di eccellenza per la selezione delle razze. Non è un caso che l’Università del Molise, in collaborazione con il Parco scientifico e in convenzione con il comune di Macchiagodena, conduca un progetto di ricerca sul "maialino nero". Razza suina autoctona, dalla carne pregiata, ma purtroppo in via di estinzione. Il progetto tende non solo a recuperare la razza, ma anche a definirne criteri di allevamento eco-compatibili e metodi di trasformazione che conservino le peculiari caratteristiche organolettiche della carne macellata.
Un’altra tradizione che si è tramandata con successo è quella della lavorazione del pane e dei prodotti da forno.
Intorno a queste eccellenze del territorio sono sorte iniziative di pregio nella ristorazione. In particolare numerosi agriturismi hanno aperto i battenti negli ultimi anni.

La storia: parto medievale con anima sannita

Macchiagodena è stata fondata probabilmente nel X secolo – ma di recente sono venuti alla luce nell’agro reperti del periodo arcaico (tra gli altri, un’oinochoe di bronzo, databile tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C.) – se ne hanno le prime notizie nel 964, quando il toponimo era Maccla de Godino, evoluto nel Duecento in Maccla Godina quando erano i Cantelmo a dominare su questa parte della regione.
Il feudo passò a varie famiglie; l’ultima casata nobiliare, cui si deve il restauro del castello fu quella della famiglia Centomani.
Con le riforme del 1799 fu inserita nel dipartimento del Sangro, cantone di Baranello; otto anni più tardi passò al distretto di Isernia, governo di Castelpetroso, e nel 1815 fu aggregata al circondario di Cantalupo nel Sannio. Il castello costituisce la principale testimonianza del passato storico della comunità: costruito sulla roccia, è dotato di torrioni cilindrici ed ha subito numerosi interventi, alcuni dei quali ne hanno modificato in parte la struttura.
Nel campo dell’architettura sacra c’è da vedere la chiesa di S. Nicola, anche questa origine incerta ma senz’altro antecedente al XVII secolo, la chiesa di Sant’Antonio che si apre sulla piazza principale e che fa parte del complesso del convento, attualmente adibito a casa comunale e la chiesetta di San Lorenzo, nel cuore del centro storico, che ha uno degli organi più antichi della Provincia di Isernia.
Andando più indietro nel tempo, gli insediamenti archeologici finora individuati in agro di Macchiagodena sono due: quello sito in località ValleFredda e quello di località Fosso Pampalone-Piana d’Achille.
Essi legano la loro presenza al territorio per le numerose sorgenti di acqua, come nel caso del tempio italico di Vallefredda, posto nei pressi dell’omonima sorgente lungo il braccio del tratturello che collegava l’Alto Molise al tratturo Pescasseroli-Candela.
Nell’area dell’insediamento di ValleFredda è stata individuata una grande quantità di materiale fittile, comprendente tegole e ceramica a vernice nera, nonché una brocca di bronzo di fine VI inizi V secolo a.C. e due tegami della prima età imperiale romana, ora al Museo Provinciale Sannitico di Campobasso.
Si ritiene che, pur avendo carattere di insediamento secondario rispetto ai principali centri sannitici, quello di ValleFredda rappresentava un luogo fondamentale per il trasferimento degli armenti dall’altura alla pianura e viceversa.
L’area archeologica di Fosso Pampalone-Piana d’Achille assume un ruolo primario nello studio degli insediamenti preromani in quanto la sua posizione di mezza costa (860 m. s.l.m.) pone l’accento sui siti prima delle guerre sannitiche ed il suo rapporto con una viabilità fino ad oggi sconosciuta.
Durante dei lavori agricoli nella località Fosso Pampalone sono stati rinvenuti, da alcuni privati, numerosi reperti ceramici e da lì è iniziata la ricerca archeologica che ha già messo in evidenza il pavimento di un ambiente, con orientamento est-ovest, dotato probabilmente di un banco in legno con base in muratura lungo il muro nord, con pavimento in calce su solido supporto di preparazione, decorato all’intorno da una fascia di tessere di mosaico nere, contornata da linee di tessere bianche.
I reperti rinvenuti sono numerosi, tra essi c’è anche un guttus miniaturistico a vernice nera e altro materiale ceramico dei IV-III secolo a.C. che sembra testimoniare la presenza di un luogo di culto all’aperto.
Le ipotesi intorno all’area sono dunque moltiplici, ciò che è certo è che solo lo scavo sistematico dell’insediamento permetterà di acquisire dati e informazioni riguardante il popolamento della zona e la relativa viabilità.

Gli eventi


MAGGIO: "Io Project"- Investigation about ontology

Io Project è un progetto artistico-culturale, che nasce nel 2006, non un festival ma un momento dove artisti internazionali, musicisti, danzatori, e film makers, si trovano nello stesso luogo e confrontano le loro esperienze e le loro poetiche.
L’obiettivo è quello di trasformare Macchiagodena nel "Borgo delle Arti Visive" dove sviluppare una industria della cultura.
Macchiagodena è il posto ideale per un progetto tanto ambizioso, capace di ricettività turistica, consapevole dell’importanza delle vecchie tradizioni e pronto ad avventurarsi nella creazione di nuove. La geografia del Molise è l’ideale per lo sviluppo di progetti simili, dove il borgo rappresenta non più decentramento (isolamento) ma il luogo ideale per riflettere, studiare e produrre arte; luogo che catalizza e pone lo studio del passato (in senso lato) come propulsore per meglio comprendere il tempo che viviamo.
Il borgo diventa così luogo di studio e di approfondimento delle tematiche vecchie e nuove intorno all’arte, e luogo di incontro, per sopperire alla mancanza di spazi dove gli artisti possano condividere percorsi, progetti e poetiche.
Lo scenario che si apre è rafforzato dalle tante risorse di cui gode il comune di Macchiagodena: il castello (mostre, seminari, dibattiti), le infrastrutture del comune (uffici, didattica, spettacoli), le case del borgo ed il "Villaggio San Nicola" (ospitalità) e le attività produttive (ricettività turistica, artigianato e prodotti tipici).
Per maggiori informazioni: www.ioproject.eu.


MAGGIO (terza domenica): Festa del santo Patrono San Nicola


AGOSTO (primo fine settimana): Sagra del tartufo

Il Comune sta perseguendo da qualche anno l’obiettivo di tutelare e valorizzare il tartufo locale.
Macchiagodena fa parte dei 25 Comuni della provincia che hanno costituito il Consorzio per la valorizzazione del tartufo molisano, con lo scopo principale d’intraprende azioni di salvaguardia del territorio.
La sagra del tartufo si inquadra proprio in questa azione di tutela e valorizzazione del pregiato tubero.


AGOSTO (terzo fine settimana): Sagra della polenta

La polenta rappresenta uno dei piatti tipici della tradizione contadina. I suoi sapori autentici rivivono nella sagra che si tiene ogni anno a Caporio, frazione di Macchiagodena, nel terzo fine settimana di agosto.
La ricetta della Polenta, prevista in due varianti (bianca e rossa), ha ottenuto un prestigioso riconoscimento dall’Accademia Italiana della Cucina con il deposito della ricetta presso la Camera di Commercio di Isernia.


DICEMBRE: Presepe vivente nel borgo antico
Durante il periodo natalizio.

(Giampiero Castellotti e Anna Palermo) 

 

Macchiagodena

da Franco Valente, Luoghi antichi della provincia di Isernia, Bari 2003

Il documento più antico che parli di Maccla de Godino è conservato ad Isernia perché Macchiagodena era tra le terre che nel 964 appartenevano ai conti longobardi Pandolfo e Landolfo che a Isernia avevano il loro castello. Quaranta anni dopo, ai tempi dell’abate Maraldo di S. Vincenzo al Volturno, poco prima della fine dell’anno 1003, Maria, figlia del defunto conte Roffredo e moglie di Potefredo, donava all’abbazia vulturnense una chiesa dedicata a S. Apollinare, in diocesi di Boiano, situata ad Maccla Godini.
Il documento della donazione parla anche di altri beni posti infra ipso castello de Maccla Godani. Di questa chiesa non si ha traccia nei documenti successivi. Un elemento importante per capire che la chiesa doveva essere piuttosto importante è costituito da un possente leone romano che da parecchi secoli si trova a fianco della fontana sotto il Castello. Non ci vuole molto per capire che si tratta di un pezzo proveniente da un mausoleo funerario romano e riutilizzato, secondo una diffusa consuetudine benedettina, per ornare il portale di una chiesa o di un monastero.
Quindi è molto probabile che in origine stesse a fare la guardia al portale della chiesa di S. Apollinare, dovunque essa si trovasse. Macchiagodena ha una strana conformazione urbana. Sembra che nel corso del tempo vi sia stato un ripensamento nella strutturazione della cinta difensiva o semplicemente un ampliamento inaspettato intorno al XIV secolo. Il castello, come al solito, occupa la parte apicale del paese e si appoggia su uno spuntone di roccia che scende a strapiombo sul lato occidentale a godere di una naturale protezione. Su quel lato perciò non vi sono le torri che invece appaiono sui lati più facilmente attaccabili. Il castello, per questo, ha una forma irregolare, vagamente trapezoidale, con due torri d’angolo ed un poderoso torrione dalla forma ellittica che una volta sicuramente era il mastio. Nel tempo ha perso il carattere difensivo e le torri intorno al XVII secolo furono mozzate per essere adattate alla residenza. Poi il terremoto del 1805 ne mise in crisi la struttura e da allora fu sostanzialmente modificato per garantire almeno la sopravvivenza statica.
E’ un castello che conserva il suo fascino antico perché la famiglia De Salvio che lo possiede ha avuto la sensibilità di non arrecarvi inutili modernità, anche se un suo restauro appare sicuramente necessario. Anna Maria De Salvio, nell’altra bella casa palaziata di Macchiagodena, conserva la memoria storica dell’antica fortezza e delle sue traversie feudali nel cartulario dove sono raccolti gli apprezzi che il tavolario Orazio Guidotti fece nel 1777. Costui veniva da Napoli e aveva deciso di dimorare, per tutto il periodo della elencazione e della valutazione dei beni, presso la Taverna di Cantalupo ed ogni giorno era trasportato con la carrozza a Macchiagodena dove procedeva ad una sistematica ricognizione dei fondi e degli immobili urbani facendosi accompagnare dalle persone più responsabili del paese che, a fine giornata, dovevano sottoscrivere con giuramento il verbale che conteneva le loro dichiarazioni.
Così, da un verbale sottoscritto il 18 maggio 1777 dal sindaco Giovanni Noviello (sottosegnato con la croce dagli altri amministratori dell’epoca che non sapevano leggere e scrivere) sappiamo che a Macchiagodena: vi sono tre porte, cioè la Porta Maggiore denominata del Mercato, la Porta Nuova, e la porta vecchia. Vi sono le seguenti pubbliche strade, cioè la strada denominata Piedo Castello, seguendo per la Chiesa Arcipretale, ed indi per quella denominata il Ballyolo, seguendo per lo gradone, l’altra detta vitale si viene alla Porta Vecchia di dove salendo si passa per la piazza, detta la Guardia, così salendo si giugne alla Porta del Mercato, dove vi è il largo con una teglia, un ulmo, due pioppi con una fontana manufatta di acque perende, per dove s’inoltra la strada pubblica detta della Taverna, e s’incamina per quella chiamata la Ciurcia, e Croce. Che in fede del vero vi abbiamo formata la presente, e così riferimo con giuramento noi qui sotti, e croce segnati Governanti di questa università di Macchiagodena.
Da un altro verbale, sottoscritto allo stesso modo, sappiamo che nel territorio di Macchiagodena vi erano la chiesa arcipretale sotto il titolo di S. Nicolò di Bari dove vi sono iscritti il rev.do sig. don Giuseppe di Cesare arciprete, e cinque altri partecipanti con due altri sacerdoti cappellani extra clero con quattro altri sacerdoti semplici. Vi è la chiesa di S. Leonardo confraternita, vi è ancora la chiesa di S. Rocco unita col pio ospidale, vi è la chiesa di S. Lorenzo, e dette chiese sono situate dentro il ristretto d’essa terra. Extra moenia vi sono l’infrascritte chiese, cioè la chiesa di S. Stefano… la chiesa di S. Giovanni Battista, …la chiesa di S. Matteo,e S. Antonio Abbate,…la chiesa di S. Domenico, …la chiesa di S. Vito, …la chiesa di S. Maria a Pantano… Vi è in essa terra la confraternita della Santissima Concezione eretta dentro la Chiesa dell Spirito Santo di detto Monistero. Vi è la confraternita del SS. Rosario, e Corpo di Cristo eretta dentro la chiesa arcipretale. Davanti alla chiesa di S. Lorenzo sta ferma una bella croce stazionaria.
La data del 1719, che si legge sul dado che regge la colonna, probabilmente si riferisce ad un suo rimontaggio, perché il carattere stilistico del Cristo Crocifisso e delle terminazioni trilobate farebbero pensare ad un’epoca molto più antica. La particolarità di questa croce, però, sta nel fatto che nella parte retrostante, verso la chiesa, non vi è la solita immagine del Cristo Trionfante o della Madonna Regina, ma quella del diacono Lorenzo che regge la graticola che servì per il suo martirio. Vado spesso a Macchiagodena per il piacere di incontrare Fausto Gianfranceschi che da Roma ha trasferito la residenza estiva nella casa che tiene insieme a sua moglie Rosetta.
E’ un piacere la conversazione che necessariamente si trasforma in una ricerca di cose poco conosciute del territorio, dai Sanniti ad oggi. Così ho scoperto che Macchiagodena è una preziosa postazione per visitare il resto del Molise perché si trova non molto lontano dalla statale che porta anche a Sepino, sulla strada che va a Benevento, ma nello stesso tempo è anche il passaggio quasi obbligato per raggiungere, dalla Valle del Biferno, Frosolone e l’interno poco frequentato del territorio dell’Alto Molise.

LE CROCI STAZIONARIE DI MACCHIAGODENA

macchiagod-croce659.jpg macchiagod-croce661.jpg macchiagod-croce660.jpg macchiagod-croce662.jpg

Davanti alla chiesa di S. Lorenzo sta ferma una bella croce stazionaria. La data del 1719, che si legge sul dado che regge la colonna, probabilmente si riferisce ad un suo rimontaggio, perché il carattere stilistico del Cristo Crocifisso e delle terminazioni trilobate farebbero pensare ad un’epoca più antica. La particolarità di questa croce, però, sta nel fatto che nella parte retrostante, verso la chiesa, non vi è la solita immagine del Cristo Trionfante o della Madonna Regina, ma quella del diacono Lorenzo che regge la graticola che servì per il suo martirio.  (Franco Valente)

LE IMMAGINI 

Le tre foto del castello di Macchiagodena sono di Giovanni Lattanzi.
Le tre immagini in bianco e nero fanno parte del progetto "Io Project" e del calendario 2008 a cura dell’amministrazione comunale.
Le foto del campanile e della polenta sono di Anna Palermo.
La foto del casolare è dell’Arsiam Molise.
All’interno degli eventi di agosto (Sagra del tartufo) due foto dell’agriturismo "La Sorgente".
Le foto all’interno del saggio dell’architetto Franco Valente sono dell’autore.

<div class="

Precedente Amarcord '69 Successivo Uno su quattro ha vissuto la depressione