Per superare la violenza di genere

La violenza di genere riguarda prevalentemente le donne, ma non risparmia gay, lesbiche, bisessuali e bambini che possono subire umiliazioni, offese, intimidazioni, denigrazioni, controlli o limitazioni di natura economica, minacce, ricatti, molestie ed abusi sessuali, stupri, mutilazioni, matrimoni coatti, prostituzione imposta e schiavitù sessuale, sfigurazione del corpo con acidi fino al femminicidio; possiamo pertanto affermare che essa comprende tutte le forme di prepotenza su persone discriminate in base al sesso e che costituiscono reati considerati una violazione dei diritti umani.

Il fenomeno, esteso in tutte le aree geografiche e interessante le diverse classi sociali, ha una diffusione endemica, purtroppo crescente e talora gravissima.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità una donna su cinque nel corso della sua vita subisce abusi fisici e sessuali nel corso della sua esistenza.

I dati del Ministero dell’Interno ci dicono che nel 2021 hanno perso la vita in Italia già più di cento donne, di cui settantotto uccise in famiglia.

Quasi ogni giorno la cronaca ci pone davanti episodi di violenza che lasciano davvero sconcertati.

Le cause del fenomeno sono da ricercare nella fragilità psicologica di chi perpetra tali violenze ed hanno come movente una cultura patriarcale maschilista che affonda su pregiudizi e stereotipi intrisi perfino della concezione del possesso della persona altrui.

Chi si nutre di un tale modo di pensare e di vivere è incapace di relazioni coniugali e sociali fondate sul rispetto della dignità dell’altro e quindi su una parità di diritti e doveri.

Il silenzio e la minimizzazione hanno impedito per molto tempo che si potesse avere un’idea chiara della questione.

Solo a partire dagli anni settanta del secolo scorso finalmente le donne ma anche i minori hanno preso coscienza della necessità della denuncia degli abusi e sono nati i primi centri antiviolenza fino a quando poi nel 1999 l’ONU ha deliberato che il 25 novembre diventasse la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere.

Dal 2015 la campagna “…questo NON È AMORE” sta cercando di sensibilizzare tutti a mobilitarsi contro simili atti di brutalità diffondendo una cultura di relazioni paritarie tra gli esseri umani.

La Convenzione firmata ad Istanbul l’11 maggio 2011 ha definito la violenza contro le donne come una grave violazione dei diritti umani.

La Legge n. 69 del 9 agosto 2019 ha introdotto e definito con chiarezza nuovi reati perfezionando i dispositivi di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere.

Abbiamo certamente gli strumenti legali per agire, ma sappiamo come la loro applicazione è comunque in relazione con la cultura e la sensibilità di chi è chiamato ad applicarli mentre osserviamo che i sistemi di protezione delle vittime risultano sempre più labili.

Nonostante questi meccanismi di ordine giuridico e sociale posti in essere il fenomeno continua a dilagare in maniera impressionante e ci interroga seriamente su una maggiore consapevolezza relativa ai suoi aspetti, ma in particolare sulla necessità di porre in essere strumenti per arginare le conseguenze e per prevenire i reati.

Occorre anzitutto contrastare chi tende a mistificare gli episodi cercando di giustificare gli autori con la colpevolizzazione delle vittime ree di aver provocato i carnefici.

Prioritaria è anche una tutela reale di chi subisce violenza e l’isolamento e la rieducazione di soggetti fragili o psicologicamente pericolosi

I centri antiviolenza, pure abbastanza diffusi, sono più impegnati nell’ascolto, nella consulenza e nell’accoglienza che in un’opera di prevenzione che invece è essenziale e che deve necessariamente passare attraverso la consapevolezza del superamento di stereotipi che affondano in una concezione gerarchica di genere frutto anche di un’educazione familiare, scolastica e pseudoreligiosa che ha sempre definito il ruolo della donna nella società e nella storia come subalterno a quello dell’uomo.

Rivoluzionare una tale concezione e disegnare l’immagine e la funzione paritaria di uomini e donne nella collettività significa impostare la formazione culturale ed etica su un civismo che superi il pregiudizio della donna come persona debole e perfino come proprietà del padre, del marito o del compagno, le asimmetrie di potere di ogni tipo e le disuguaglianze di funzioni dell’uomo e della donna dentro e fuori del nucleo familiare.

Abbiamo necessità in questa direzione di un grande sforzo politico, pedagogico e didattico che insieme ad un’educazione affettiva, purtroppo ancora inesistente nelle scuole italiane, preveda una sovversione totale dell’impianto di discipline come la storia e l’educazione civica con una profonda revisione dei testi scolastici.

Ancora oggi l’insegnamento di tali discipline, impostato su pregiudizi atavici di carattere maschilista, alimentati per secoli dal potere degli uomini sulle donne, tende ad escludere la funzione di queste ultime che hanno operato davvero in maniera egregia nella costruzione della civiltà soprattutto in ordine alla realizzazione di rapporti non violenti come nella ricerca di obiettivi di senso dell’esistenza e di una felicità generalizzata.

La parità di genere, che non può fermarsi a discussioni o dichiarazioni teoriche, ma deve prevedere possibilità di mutamento reali, è la vera trasformazione culturale che dobbiamo perseguire e che non solo può arginare, ma eliminare il fenomeno della violenza di genere costruito interamente su elementi di carattere patriarcale.

Anche le campagne di sensibilizzazione sui mass media come sul web devono necessariamente creare nell’opinione pubblica la concezione di una reale eguaglianza tra uomo e donna e più in generale tra tutti gli esseri umani qualunque sia il loro orientamento sessuale.

Una volta contro gli atti di violenza si scendeva in piazza per condannarli e per indirizzare l’opinione pubblica alla riflessione.

In questi giorni di iniziative sulle strade da percorrere per eliminare i tanti femminicidi cui stiamo assistendo ne abbiamo viste davvero pochissime.

Oggi, 25 novembre, abbiamo tutti la necessità di vivere la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne interrogandoci sul livello del nostro impegno civico in tale direzione.

Ciascuno nelle sue competenze e possibilità credo abbia il dovere di fare la sua parte in merito con iniziative educative, di mobilitazione e di responsabilizzazione.

(Umberto Berardo)

Precedente Il ricordo di Pasquale Marinelli, il “Patriarca delle campane” Successivo Isernia, un Master in Ricerche preistoriche