Provincia Campobasso Provincia Isernia

 

Frosolone

Provincia: IS
Abitanti: 3.273
Altitudine: 950
Superficie kmq: 49
Distanza da Isernia: km 34
Municipio: Corso Garibaldi, 39 (Ex Monastero Santa Chiara) - 86095
Tel.: 0874.890435
Fax: 0874.890544

 

 

Presentazione. Comune di 3.273 abitanti della provincia di Isernia. E’ celebre soprattutto per la forgiatura delle lame e per la produzione di coltelli e forbici, attività che trae origine nel medioevo. Nel Settecento era il secondo centro del Molise per numero di abitanti dopo Campobasso, ospitando un seminario, numerosi conventi e confraternite, una ventina di chiese, un ospedale, un convitto per gli studenti, attività artigianali, piccole industrie e molini e soprattutto una delle due scuole superiori dell’intera regione (il ginnasio è attivo dal 29 ottobre 1752).

Il territorio. Situato nel Molise centrale, è a 36 chilometri da Campobasso e a 34 chilometri da Isernia. Confina con i Comuni di Casalciprano, Civitanova del Sannio, Macchiagodena, Molise, Sant’Elena Sannita. Arroccato su un colle, sorge a 900 metri sul livello del mare. Il territorio comunale tocca i 1.412 metri d’altitudine della cima La Montagnola e i 1383 metri del monte Pesco la Messa.
Il suo agro è ricco di testimonianze storico-archeologiche. Il pregevole centro abitato, foggiato su modello longobardo, conserva nel nucleo più antico caratteristiche prettamente medievali; sono facilmente individuabili nel centro storico e, per una veduta d’insieme, dal lato verso il Comune di Civitanova del Sannio, dove spiccano le case arroccate sul colle.
Il paese è inserito in un ambiente naturale suggestivo, costituito da montagne, vallate, laghetti, costoni rocciosi, grotte. I numerosi tratturelli, presenti nell’area montana, richiamano le tradizioni pastorali legate alla transumanza. Da un punto di vista storico e ambientale, Frosolone è quindi uno dei centri più importanti del Molise.

Il nome. La denominazione del comune di Frosolone è indiscutibilmente originale. Spesso destinata ad ilarità: non a caso il nome del paese è associato a citazioni cinematografiche: dal personaggio di Fra’ Cipolla da Frosolone, interpretato da Alberto Sordi in “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno” (1984) di Mario Monicelli, da una novella di Giulio Cesare Croce, alla Madonna di Frosolone invocata da Pippo Franco in un cult-movie all’italiana degli anni Settanta. C’è poi una nota filastrocca, di origine radiofonica, che racconta di un “fazzolettone” portato, appunto, da Frosolone fino ad un tormentone televisivo della cabarettista Caterina Guzzanti negli anni Novanta.
Sono principalmente quattro le ipotesi sull’origine della denominazione.
Quella più accreditata è dello storico Michele Colozza: il nome di Frosolone deriverebbe da quello di Frosinone, causa un’immigrazione di religiosi ciociari nel borgo molisano nell’alto medioevo. Analogie tra i nomi di località limitrofe a Frosolone e prossime all’abbazia di Montecassino accrediterebbero tale tesi.
La seconda ipotesi collega il nome del paese a quello del frisone, uccello simile al tordo, che compare anche nell’antico stemma comunale insieme a tre monti, ad una stella e ad una corona. E’ la tesi di Rateni, sindaco di Frosolone dal 1818 al 1822.
Terza ipotesi, del Masciotta (che la riprende dal Corcia): Frosolone sarebbe la Fresilia conquistata nel 304 a.C. dal dittatore romano Marco Valerio Massimo.
L’ultima ipotesi, la meno accreditata, associa il nome di Frosolone al latino “fulgere”, cioè “risplendere”, secondo una citazione di Tito Livio negli Annales, relativa alla città di Fulsulae Sannitica. Tale ipotesi, ripresa dallo storico Ciarlanti, viene però smentita in seguito a nuovi studi che identificano in Montefusco, in provincia di Avellino, il paese sannita indicato da Livio.

La storia sannita. Il territorio, in epoca pre-romana, era abitato da popolazioni osche. Frosolone è per lo più identificata con Fresilia, città del Sannio conquistata nel 304 avanti Cristo da Marco Aurelio Massimo. Altre tesi identificano Fresilia con Pescasseroli, in Abruzzo.
A testimonianza degli insediamenti più antichi sorge, a mezza costa tra il paese e la zona montana più alta, a circa un chilometro dal centro abitato, la zona archeologica sannita in località Civitelle. L’area è di circa 150mila metri quadrati, con un perimetro esterno di circa due chilometri, segnato da mura megalitiche o ciclopiche, conosciute anche come “mura pelagiche”. Si tratta di fortificazioni costituite da enormi blocchi di pietra, affiancati e sovrapposti in modo elementare. Raggiungono anche uno spessore di tre metri. L’insolita grandezza delle mura ha indotto molti studiosi ad ipotizzare un’evoluzione di due stadi della fortificazione, uno dal carattere eminentemente difensivo, l’altro invece abitativo.
L’interno è caratterizzato da due alture: la Civitella, a quota 1.206 metri sul livello del mare ed il Castellone, a quota 1.210 metri. Sono stati rinvenuti nella parte orientale del recinto alcuni piccoli edifici con tegole e ceramiche a vernice nera. Appartengono all’area archeologica, alcuni reperti di epoca antecedente la prima guerra sannitica. Testimoniano l’antica presenza di attività umane in questo territorio. L’insediamento costituiva una parte integrante del più complesso sistema difensivo che si sviluppava sul territorio dei Sanniti Pentri tramite una rete di fortificazioni strategicamente collocate sulle alture più in vista.
Altre mura pelagiche sono state rinvenute nella zona ai confini con il Comune di Civitanova del Sannio. Si tratta di fortificazioni concepite dai Sanniti come aree a destinazione abitativa stabile o esclusivamente militare.
Dopo la caduta dello Stato Romano, l’intero Sannio, parte della Regio IV Augustea, viene abbandonato, tanto da mostrarsi quasi desertico nel VI secolo. Nel 570, all’interno del ducato longobardo di Benevento che comprende buona parte del Molise, Frosolone fa parte del Gastaldato oltre che della diocesi ecclesiastica di Trivento.

La storia medievale. Frosolone vanta documenti certi risalenti anche a quasi tre secoli prima dell’anno mille. Uno di questi, la “Cartula offersionis seu concessionis” redatta dal duca longobardo Giusulfo per il Monastero di Montecassino, attesta l’esistenza del paese già nel 747 dopo Cristo. L’atto indica i confini territoriali e Frosolone è denominato “Freselona”. Questo il testo originale: “Ascendit in montem qui dicitur Caballus, pergit in montem, qui vocatur Rendenaria marior, et inde per Serras montium venit ad Rendenariam minorem, et… vadit per pedes montium qui vocantur Freselona et pergit in aquam de Mellarino”.
La struttura urbanistica del paese, come quella di tanti altri centri molisani, è quella tipica del periodo longobardo (tra il IX e il X secolo), quando i borghi venivano ricostruiti dopo le invasioni e le distruzioni barbariche. Testimonianza di ciò sono le antiche porte ad arco, tipiche dell’epoca longobarda, di cui il paese conserva ampie tracce (Santa Maria, San Pietro, Sant’Angelo).
Il “Catalogo Borelliano” conferma l’esistenza del feudo nel XII secolo. Secondo tale documento, nel 1100 Frosolone era di proprietà della famiglia Borrello, signori di Agnone, facendo parte della cosiddetta “Terra burellense”, con capoluogo Pietrabbondante.
Le fonti di questo periodo testimoniano l’esistenza di un “Castrum”, struttura fortificata individuabile con molta probabilità nel nucleo abitativo sviluppato intorno alla chiesa di San Michele Arcangelo e di fondazioni benedettine sorte sotto l’impulso dei primi insediamenti di Santa Colomba (1070).
Sempre in questo periodo, tra la fine del dominio longobardo e l’inizio di quello normanno, cioè tra il X e il XII secolo, la rilevante presenza di frati benedettini contribuì sia all’evangelizzazione sia all’elevazione sociale degli abitanti. Nel sito di San Martino, sul versante meridionale della montagna, in prossimità delle mura sannitiche, sorgeva un monastero abitato dai frati e abbandonato soltanto verso il XV secolo. Oggi restano frammenti dei blocchi giganteschi dell’architrave e di colonne. Anche il monastero di Sant’Onofrio, distrutto dal terremoto del 1454, era benedettino. Di tale struttura resta una lapide del 1339 con la scritta “Siste et bibe, viator”.
Nella seconda metà del Duecento, il paese apparteneva al noto giurista Andrea di Isernia, il quale rafforzò la centralità del borgo nella zona. Nel 1305, il castello di Frosolone divenne sede di un tribunale dell’Inquisizione con fra’ Tommaso di Aversa, inquisitore dell’ordine dei Domenicani, noto alle cronache per aver giudicato colpevoli di eresia un gruppo di monaci Minoriti predicatori della povertà assoluta.
Nel 1350 il feudo venne diviso tra Giovanni di Montagano e Giovanni d’Evoli, signore di Castropignano, ricomponendosi alla fine del secolo con i conti Montagano, cui rimase fino al termine della dominazione aragonese.
Nel secolo XV gli abitanti di Frosolone, tra i primi nel Mezzogiorno, riscattarono la montagna dal signorotto costituendo l’Università della montagna di Frosolone e segnando il tramonto, benché temporaneo, del feudalesimo. I pascoli divennero bene comune. E’ una vicenda che la dice lunga sull’emancipazione dei frosolonesi.
Da non dimenticare i numerosi e disastrosi terremoti verificatisi in tale periodo: i più gravi avvennero negli anni 847, 988, 1125, 1293 e 1349. Il più disastroso avvenne la notte del 5 dicembre 1456. Si registrarono 370 morti a Frosolone, mentre il limitrofo centro di Macchiagodena fu raso al suolo e Bojano, oltre a subire seri danni, venne addirittura sommersa dalle acque di sorgenti occasionali. In tale periodo, causa la distruzione della Chiesa di San Martino, sull’omonimo colle, il titolo di parrocchia venne trasferito alla Chiesa di Santa Maria.

Il feudalesimo: Seicento e Settecento. Numerose famiglie nobili si succedettero nella proprietà del borgo tra Seicento e Settecento: i de Capoa, i Marchesano (dalla metà del XVI secolo fino al 1616), Giovan Francesco Salernitano (che lo comprò per 27mila ducati, lo conservò fino al 1660, e lo alienò al marchese di Baranello, Giuseppe Carafa d’Aragona). I Carafa, con Francesca Quiroga Faxardo (moglie di Diomede Carafa) e con Francesco della Posta, lo tennero fino al termine del Seicento.
Nel Settecento subentrano la famiglia Perle (1707-1734), poi il demanio con la Regia Corte di Napoli (dal 1734 al 1768), Nicola Sergio Moscettola, principe dì Leporino e suo figlio Giovanni (dal 1777 al 1806). Con il dominio francese e l’eversione della feudalità, alla famiglia Leporino restarono pochi beni tra cui il palazzo baronale, venduto poi alla famiglia Zampini, attuale proprietaria.
Tra i feudi ricordiamo: Albaneta, Arcani, Bellarena, Bollita, Camporeale, Montepagano, Monti, Petina, Rocca Imperiale, San Giovanni, Sant’Agapito, Sant’Angelo, Valledurante, Villabruna.
Da registrare la forte presenza di “locatari” di Abruzzo e Puglia, certamente da primato nel Molise (insieme a Pescopennataro): Colaneri, D’Alena, De Cristofaro, Della Posta (originari di Civitella Alfedena), Fazioli.
Il Settecento, dunque, vede Frosolone come una delle località più progredite dell’intero Molise. Per numero di abitanti è il secondo centro della regione dopo Campobasso. Ospita un seminario, numerosi conventi e confraternite, una ventina di chiese, un ospedale, un convitto per gli studenti, attività artigianali, piccole industrie e molini e soprattutto una delle due scuole superiori dell’intero Molise (una situazione che rimane tale fino al periodo fascista, con soltanto Frosolone e Campobasso ad avere una scuola statale secondaria: il liceo-ginnasio di Isernia è del 1925, l’istituto magistrale di Bojano del 1938, gli altri a seguire). Il ginnasio di Frosolone, infatti, è attivo dal 29 ottobre 1752, grazie ai generosi lasciti del sacerdote filantropo Giuseppe Antonio Fazioli, appartenente ad una delle famiglie più ricche del paese. Precedentemente, le scuole erano conventuali, risalenti al medioevo: le più note erano quelle di Santa Chiara, Sant'Onofrio e Santa Maria delle Grazie (Cappuccini). Nel 1905, la scuola divenne statale. La lunga presenza di una scuola superiore ha apportato indubbi effetti benefici sull’intera comunità, garantendo a molti abitanti di qualificarsi ed ad alcuni di loro di entrare a far parte della schiera dei professionisti.
Ricordiamo due nomi su tutti: Luigi D’Alena e Domenico Mattarocci, entrambi, in epoche diverse, alunni della scuola frosolonese, divennero presidenti della Corte di Cassazione.
Già un documento del 30 giugno 1786, firmato dal notaio Berardino Fazzana, riporta come “la terra di Frosolone vien composta di circa quattromila anime, e che in essa vi sono baroni, molti, e diversi dottori, medici, notari e professori abili, probi e benestanti, vi sono artisti di ogni genere e molte persone ricche, che possiedono armenti di pecore, vacche ed altri animali, oltre i stabili, quali compongono la maggiore e più sana parte del paese, tutte probe ed idonee, e che sanno leggere e scrivere”.
Del resto il paese poteva già vantare numerose opere d’arte: tele di scuola napoletana, pregevoli altari (come quello del SS. Rosario e del SS. Purgatorio, nella chiesa di San Michele Arcangelo o della Madonna Immacolata con San Gennaro e San Gaetano nella chiesa di San Nicola), pale lignee, come quella del convento francescano ai Padri Cappuccini). Opere promosse da quella borghesia agricolo pastorale che determina la grande evoluzione del paese.
Nel 1789 venne costituita la “Collettiva generale dell'intero Tenimento della Terra di Frosolone, sì del terreno demaniale, Camera Baronale, Terre Feudali, e proprie, e Difese dell'Università, ritrovato nella misura generale fatta dai regi agrimensori Orazio Mainella, Nicola Zampini, Giuseppe Mezzanotte e Crescenzo Rizzo”. E’ un accordo che, comprendendo anche numerose chiese e conventi, segna la fine del feudalesimo, contemporaneamente alla rivoluzione francese.

Dall’Ottocento ai giorni nostri. I primi anni dell’Ottocento registrarono diverse calamità. Il 26 luglio 1805 Frosolone fu epicentro di un devastante terremoto che provocò in paese 518 morti e centinaia di feriti, circa un migliaio con il circondario (305 a Vinchiaturo, 300 a Spinete, 296 a Baranello, 193 a Macchiagodena). La vita del paese fu sconvolta: la scuola venne collocata nei locali del monastero dei cappuccini, il complesso di Santa Maria delle Grazie, sorto nel 1523. I locali erano da poco rimasti vacanti perché coloro che li abitavano, specialmente giovani postulanti, erano stati costretti ad arruolarsi nell’esercito napoleonico (molti morirono nella catastrofica campagna di Russia).
Nel 1817 si registrò un’epidemia di tifo: 216 morti in tre mesi. Nel 1822 un’alluvione con pochi precedenti: distrusse, tra l’altro, il ponte “sopra Fonte Molino”. Nel 1837 un’epidemia di colera: il Molise contò 60 mila casi con oltre 15 mila morti (4.725 contadine, 456 artieri, 299 gentildonne, 282 industriosi, 264 galantuomini). A Frosolone si registrarono oltre cento morti.
Le terribili calamità dell’Ottocento decimarono e impoverirono la popolazione. Un censimento del 1830 contò nel paese “almeno 500 miserabili”, cioè persone prive di ogni mezzo e 35 mendicanti. Tuttavia - grazie soprattutto ad un’acculturata e giudiziosa classe dirigente – il paese continuò a segnalarsi come uno dei più progrediti della regione, con una popolazione di oltre 6 mila unità.
Qualche tempo dopo il terremoto, il sindaco Felice Antonio Vago fece riparare il pubblico orologio (unico riferimento per tanti cittadini) con la spesa di 86 ducati. Nel 1817 venne istituito l’ufficio “di registro”. Nel 1819 si svolse l’asta per la costruzione della fontana pubblica. Nel 1828 all’esposizione di Napoli vennero premiati con medaglia d’argento i coltellinai frosolonesi Giustino e Luigi Fazioli, tra i più geniali artigiani molisani di tutti i tempi. Nel 1831 la maestra Giuseppina Manuppella insegnava a 48 ragazze (di età tra i 5 e i 10 anni !) “arte del cucire, leggere scrivere, galateo, aritmetica, dottrina cristiana, far calzette, tessere e stirare”. Il cimitero venne edificato nel periodo 1839-1844. Frosolone si dotò dell’illuminazione pubblica a petrolio (4 mila lire di spesa per l’acquisto di fanali “di ultima generazione”), raro privilegio in Molise. Nel 1864 venne aperto l'ufficio postale. Nel 1876 si realizzò, a spese del Comune, l’ufficio del telegrafo.
Inoltre il paese, caratterizzato da una prevalenza di idee liberali (con presenze anarchiche), si schierò contro i Borboni, combattendo efficacemente il brigantaggio. Dando anche vita ad un’intensa attività pubblicistica.
Un’enciclopedia dell’epoca descrive Frosolone come “grossa terra dell’Italia meridionale”, e rileva che “gli edifizi risiedono in luogo alpestre”, che “vi si respira aere puro e saluberrimo”, che “scorre in mezzo del paese un fiumiciattolo che provvede que’ terrazzani di alquanto pesce e le loro terre annaffia e feconda” ed infine che “vi si esercita con lucro l’arte del coltellinaio”.
Sempre nell’Ottocento, Frosolone si segnalò per uno dei primi stabilimenti industriali multifunzionali: lanificio, mulino e pastificio. Venne ideato da due frosolonesi, Rocco Fazioli e Raffaele Scacciavillani. Nella fabbrica, denominata “L’Iniziativa”, si lavorava la lana, si macinava il grano per il pane e si produceva la semola per fare la pasta alimentare. I due promotori andarono oltre, creando una centrale idroelettrica sul fiume Trigno, in località Chiauci, per portare l’energia elettrica a Frosolone al fine di assicurare il funzionamento dei macchinari industriali (1896) e di garantire al paese l’illuminazione pubblica (1898), fornita dalla società frosolonese Fazioli, Ruberto e C. (secondo centro del Molise a dotarsene, dopo Isernia).
E’ di questo periodo un altro fiore all’occhiello dell’imprenditoria frosolonese: la fabbrica di gassose dei Fratelli Di Iorio. Nata nel 1896 per iniziativa di Filippo Di Iorio, è presto diventata un emblema dell’intero Molise. Lasciata in eredità ai due figli Francesco e Luigi negli anni Sessanta, è oggi alla terza generazione, composta di tre fratelli, che hanno provveduto ad adeguare la produzione alle nuove sfide globali, coprendo anche i mercati internazionali, Canada e Australia in primis.
Ad inizio Novecento, ebbero vita anche i primi tentativi di associazionismo cooperativistico applicato all’arte di produzione di forbici e coltelli. L’Unione delle fabbriche dei lavori d’acciaio sorse a Frosolone nel 1900 e durò sette anni. La Società operaia nacque invece nel 1905. Due anni dopo fu data vita alla Società Popolare Frosolonese e alla Società cooperativa dell’acciaio lavorato. La Lega coltellinai appartiene al periodo dal 1921 al 1923. Si tratta di prime e significative esperienze di associazionismo meridionale di classe operaia, ancora oggi oggetto di studi sociali.
Sono anni, però, in cui Frosolone paga il proprio pesante tributo all’emigrazione. Tra il 1879 e il 1920 (esclusi dal conteggio gli anni 1880, 1881, 1882, privi di dati ufficiali) da Frosolone si registrarono 5.369 partenze, con destinazione principale gli Stati Uniti (rispetto a località limitrofe, ad esempio Macchiagodena, dove è rilevante la destinazione brasiliana). Altre migliaia di partenze hanno interessato il periodo 1950-1970, dimezzando la popolazione residente.
Nell’ambito dell’emigrazione, ad inizio Novecento, la comunità frosolonese venne duramente colpita dall’ennesima tragedia: il 6 dicembre 1907 a Monongah, Usa, Virginia occidentale, è avvenuta la più grave sciagura mineraria mai verificatasi negli Stati Uniti: morirono 171 persone, quattordici provenienti da Frosolone. Nel paese molisano, in piazza Municipio, c'è un'epigrafe che ricorda il sacrificio dei quattordici frosolonesi scomparsi nell'incidente.
Millenaria e florida pastorizia (nel Settecento si registravano oltre 40mila capi ovini e bovini), secolare artigianato delle lame (fino a duecento botteghe nei secoli scorsi, per lo più a conduzione familiare), attività lattiero-casearia (il caciocavallo è oggi inserito nel Dop Silano), solida classe imprenditoriale ma anche la presenza di un secolare liceo classico sono stati, quindi, fattori centrali per l’autosufficienza economica e per la sopravvivenza sociale e culturale del centro. Specie a differenza dei paesi limitrofi: laddove la sola agricoltura ha caratterizzato le condizioni socio-economiche, l’emigrazione ha flagellato le comunità, riducendo i borghi a paesi-fantasma.

Personaggi storici. Frosolone, grazie soprattutto alla presenza del liceo, ha vantato numerosi intellettuali di fama nazionale. Luigi D’Alena (1801-1881) è stato presidente di Corte di Cassazione a Napoli; Domenico Mattarocci (1815-1903) è stato presidente di sezione della Corte di Cassazione di Torino; Giuseppe Maria De Carlo (1831-1907) è stato valente compositore di musica sacra; Giuseppe Maria Zampini (1856-1919), teologo, autore di numerosi saggi, è stato collaboratore del commento nuovo della Sacra Scrittura richiesto da Papa Benedetto XV; Giovanni Antonio Colozza (1857-1943), professore all’Università di Palermo, importante pedagogista, rinunciò all’insegnamento universitario per non giurare fedeltà al fascismo; Domenico Ruberto (1860-1935) è stato collaboratore del "Giornale napoletano di filosofia e di lettere" diretto da Bertrando Spaventa e della "Rassegna Critica" di opere filosofiche e letterarie diretta da Andrea Angiulli.
Il primo personaggio frosolonese degno di nota è tale Roberto di Frisolono, chirurgo del principe di Taranto.
Ma anche nel Settecento non sono mancati frosolonesi illustri: monsignor Antonio Pacecco, ad esempio, frate francescano di San Pietro in Valle, frazione di Frosolone, diviene “vescovo evangelizzatore della Cina”.

C’è da vedere. Un cammino storico di così rilevante interesse ha lasciato considerevoli testimonianze archeologiche e artistiche.
In località “Civitelle” e “Castellone”, nell’area nord del paese, sono presenti mura ciclopiche d’epoca sannita.
In pieno centro storico troviamo il complesso di Santa Chiara, fondato nel 1367 dal barone Giovanni D’Evoli: è stato a lungo convento, quindi carcere, infine, da maggio 1995, sede del Comune.
Proseguendo verso il basso, troviamo la croce seicentesca lapidea (ristrutturata nel 1945), situata nel centro di piazza della Vittoria (per i frosolonesi: “Largo San Pietro”), affiancata da due leoni stilofori, romanici, pure in pietra. Si tratta di ciò che resta dell’antica chiesa di San Pietro, distrutta dal terremoto del 1805.
Numerose le chiese, di pregio artistico. La principale, posta nel centro storico del paese, è Santa Maria Assunta, di origine medievale. La prima costruzione risale al 1309 (citata in un atto notarile). Il titolo arcipretale fu acquisito a partire dal 1332. Il 5 dicembre 1456 la chiesa fu totalmente distrutta dal terremoto, che ebbe Frosolone come epicentro. Riconsacrata nel 1531, venne di nuovo danneggiata dal terremoto del 1805 e riaperta al culto soltanto nel 1877. La facciata, barocca, è in pietra. Alla chiesa si accede attraverso una doppia rampa di scale, che conduce al portale principale. La facciata è divisa da paraste, che limitano la parte intonacata in tempera chiara dall'altra in piccoli blocchi di pietra bianca; quest'ultima racchiude il portale e una finestra con vetri istoriati, che permettono alla luce di filtrare all'interno. La torre campanaria, di notevoli dimensioni, si erige a ridosso della facciata ed è stata edificata con piccoli conci di pietra. Evidente il contrasto tra il colore chiaro della facciata e quello scuro del campanile. L’interno è a croce latina, a tre navate separate da pilastri, di cui la centrale coperta a volta, con cupola ribassata sulla crociera. Notevoli le tele a olio della prima metà del XVIII secolo realizzate da Giacinto Diana (1731-1803), della scuola del De Mura, che decorano i due altari laterali. Notevole anche il crocifisso ligneo cinquecentesco. L’antico campanone della chiesa è affettuosamente denominato dai frosolonesi “Girolamo”. La tradizione vuole che la purezza del suo suono sia dovuta all’atto della fusione, quando al bronzo è stato aggiunto dell’oro donato dalle donne del paese come atto di devozione.
Sempre nel centro storico c’è la chiesa di San Pietro, che custodisce due opere (“Sacro Cuore” e “Sacra Famiglia”) della toscana Amalia Duprè, nonché quella di San Michele Arcangelo (quartiere Sant’Angelo) d’origine duecentesca. Gli archi a sesto acuto delle due cappelle laterali costituiscono una testimonianza dell’impianto di importazione benedettina. Di valore le tele dei due altari laterali: la Madonna delle Grazie e la Madonna del Rosario.
Altra chiesetta di valore, posta fuori dal centro storico, è Santa Maria delle Grazie, ubicata lungo la strada che conduce al cimitero, nella parte bassa del paese. Risale al XV secolo, ampliata e decorata nel 1533, recentemente restaurata. Pregevole l’altare con un monumentale retablo ligneo, strutturato in uno schema modulare legato ad una carpenteria intagliata, intarsiata e dipinta, divisa da pilastri e cornici. Racchiude nove splendidi dipinti di eccezionale valore artistico, ascrivibili al manierismo napoletano del XVI secolo. E’ stato recentemente restaurato.
Accanto alla chiesa sorge il complesso del Convento dei Cappuccini, costruito nel 1580. Ha accolto i Padri Cappuccini fino al 1799, quindi i Padri Manarini.
Altre chiese fuori dal centro storico: Sant’Antonio (parte alta del paese), San Rocco e San Nicola (parte bassa).
Lungo la strada per la montagna di Colle dell’Orso sorge la caratteristica chiesetta di Sant'Egidio (a quattro chilometri dal paese), dedicata all’abate cassinese patrono di Frosolone dal 16 febbraio 1707 (come da manoscritto conservato nell'archivio comunale). L’origine della chiesa è medioevale: prima venne edificata una semplice cappella, quindi una chiesa con romitorio dipendente dal convento di Sant’Onofrio (normanno, oggi scomparso), affidata agli Antoniani, curatori dei malati. Sembra sia stata costruita per ricordare un miracolo avvenuto in montagna ad un pastore di Frosolone. All’inizio del Trecento cappella e convento vennero distrutti quando la Curia giudicò eterica la congregazione. La chiesa di Sant’Egidio non svolgeva funzioni ecclesiastiche; inizialmente, proprio perché parte di un convento benedettino, rappresentava un luogo di ricovero per poveri e pellegrini. La chiesa fu danneggiata dal terremoto del 1456 ma, grazie all'opera prestata dagli abitanti del paese, venne rimessa in sesto e continuò a svolgere funzioni di ricovero e di ospizio. Nel 1704, per merito di Michele Vago e ad Antonio Zaccagnino, venne ricostruita la chiesa con il romitorio per il cappellano, un pozzo, un pagliaio e l’orto. Una della lapidi murate sulla facciata della chiesa ricorda in latino l’avvenimento; l’altra ringrazia il beato Egidio, protettore di Frosolone. Ma il terremoto del 1805 costrinse ad una nuova ricostruzione. L’ultimo restauro è degli anni Ottanta. Il luogo ha sempre rappresentato un rifugio soprattutto per i pastori della zona. Ma anche l’eremo degli eremiti.
Numerosi anche i palazzi storici disseminati nel centro storico del paese. Lungo corso Vittorio Emanuele spiccano quello baronale degli Zampini, originario del Cinquecento, con un caratteristico loggiato e, più in basso, Palazzo Ruberto-Vago, con affreschi di Amalia Duprè, una biblioteca ed antichi documenti. Da segnalare anche Palazzo Colozza nel quartiere Sant’Angelo (con giardino interno).
Un ricordo dell'arte romanica lo troviamo in piazza della Vittoria (dai paesani denominato “largo San Pietro”) con due leoni in pietra, riutilizzati ai piedi di un interessante croce seicentesca.
Altro simbolo monumentale del paese è la Fontana dell’Immacolata o “Fonte grossa”, costruita nella seconda metà dell’Ottocento in pietra locale e recentemente restaurata.
Due i musei: quello dei “Ferri taglienti” , in via Selva, che conserva centinaia di oggetti di valore storico recuperati tra gli appassionati e tra gli eredi dei migliori lavoratori delle forbici e dei coltelli di Frosolone del secolo scorso e “Arte e mestieri” , in corso Garibaldi, gestito dall’associazione culturale Aquilonia. L’esposizione raccoglie le testimonianze degli insediamenti archeologici locali, beni della cultura materiale del popolo frosolonese (manufatti forgiati a mano, utensili, l’ambiente della cucina, attrezzi agricoli, ecc.) e l’archivio multimediale della televisione locale. Originale, ma purtroppo degradato, il “Museo delle pietre” realizzato dal pastore Pasquale Paolucci (1892-1981) presso la località montana di Sant’Egidio: in un’area aperta ha collocato centinaia di pietre aventi le sembianze di animali o di oggetti d’uso quotidiano. Molti pezzi purtroppo sono andati perduti.

L’ambiente. Il paesaggio montano di Frosolone è tra i più belli del Molise. L’area offre un’ampia zona montana, situata ad oltre mille metri d’altitudine, ricca di faggi, di laghetti e di pareti rocciose.
Si segnalano le faggete di Monte Marchetta (1.376 metri) e di Colle dell’Orso (1.393 metri), il bosco della Grisciata (dove vive il maestoso faggio da primato - “Pedalone” o “Favarone” - un vero e proprio monumento secolare botanico alto una quarantina di metri) e la valle della Contessa, ricca di arbusti di uva spina, di siepi di rosa canina, di belladonna e di valeriana. Nei boschi fioriscono le dentarie (Dentaria butbifera e Dentaria poliphilla), i gialli ranuncoli (Ranunculus brutius), i ciclamini selvatici (Cyclamen repandum e Cyclamen neapolitanum), i bianchi bucaneve (Galanthus nivalis) ecc. Immancabili i funghi, tra cui porcini e gallinacci, e i ricercati tartufi.
Nella zona di transizione dal bosco al prato vivono piante di media taglia come i meli selvatici, i perastri, gli aceri montani, gli ornielli, qualche esemplare di agrifoglio, di sorbo dell'uccellatore (Pirus aucuparia) e del velenoso tasso (Taxiis baccata).
Tra i laghetti ricordiamo quelli dei dell’Acqua Spruzza, Castrati, del Cervaro e delle Cannavine.
Il monte Pesco la Messa è a quota 1383 metri. Lungo le pendici del Gonfalone e sul Colle Martino, vicino ai ruderi del convento di S. Martino, non mancano pini montani e ontani.
Le pareti rocciose richiamano numerosi appassionati. Le rocce carbonatiche presentano forme suggestive, come la Morgia Quadra, il gruppo roccioso di Colle Sereno sopra Acquevive, e del Cervaro che sovrasta a strapiombo la strada che va verso Sessano del Molise. Nel sottosuolo sono molteplici le caverne, per la gioia degli speleologi. Tra le più note ricordiamo quella delle Cuccette (m. 40x70), la Grotta di Daviduccio (m. 23x47), l’Inghiottitoio del Diavolo (m 50x40) con stalattiti e stalagmiti.
Per quanto riguarda la fauna, numerose le specie di uccelli: il cardellino (Carduelis carduelis), la cincia (Parus palustris e Parits atricapilltis), il colombaccio (Columba palumbus), il fringuello (Fringilla coelebs), il frosone (Coccothraustes coccothraustes), la ghiandaia (Garrulus glandarius)., la peppola (Fringilla monifringilla), il picchio tiratore (Sitta europaea), il picchio verde (Picus viridis), il rampichino (Certhia familiaris e Certhia brachydactyla), il verdone (Chloris chloris). Completano il quadro, immancabili barbagianni, civette, cuculi, gheppi, gufi, lodolai, nibbi, poiane, usignoli e verzellini.
Tra i mammiferi c’è qualche cinghiale, il raro lupo appenninico, le numerose volpi.

Il folklore. La festa caratteristica del paese ha luogo il 1° agosto, quando ha luogo la caratteristica sfilata di carri allegorici con la sagra dei peperoni e del baccalà. Ogni carro propone angoli, costumi e personaggi tipici della storia paesana. Il migliore viene premiato. Il giorno seguente ha luogo una fiera.
La sera dell’8 maggio, in onore di San Michele, si accendono falò (in dialetto: “luavre”) in ogni rione, attorno ai quali si canta, si balla e si gustano cibi locali (in genere vino e patate cotte alla cenere). E’ un’importante occasione di socializzazione.
In onore di Sant’Antonio Abate, il 16 gennaio, vigilia della festa con fiera, gruppi canori si esibiscono di casa in casa intonando e “adattando” la canzone di Sant’Antonio e ricevendo doni, soprattutto alimentari. La tradizione è viva soprattutto nella frazione di Acquevive. Il 17 gennaio ha poi luogo la benedizione degli animali.
Ad agosto si svolgono anche la festa della forgiatura (lavorazione in piazza di coltelli), la sagra del caciocavallo, la mostra nazionale delle forbici e dei coltelli (con caratteristico mercatino nelle botteghe del centro storico), la corsa degli asini (in località Colle dell’Orso), la festa dell’aquilone per i bambini, la sagra dei fagioli con le cotiche, la sagra delle pannocchie (“Mazzafurr”) in località San Pietro in Valle.
A settembre è la volta della festa di Sant’Egidio (in montagna) e di alcune feste nelle frazioni limitrofe al paese (Acquevive, Colle Carrise, Oratino, ecc.).

Il costume tipico. L’elemento più caratteristico di quello femminile è la “mappa”, copricapo di lana nero, di forma rettangolare, foderato di mussola bianca e rifinito con merletto bianco. Viene applicato alla testa con una fascia circolare di tessuto bianco, intrecciato, cucita alla base della “mappa” e fermata con uno spillone filigranato d’oro detto “spengulone”. La tradizione vuole che solo le donne sposate portano la “mappa”; le ragazze, invece, indossano un fazzolettone ripiegato a triangolo, con una punta pendente dietro la nuca e le altre due raccolte sotto il mento. La camicia è di mussola bianca, con maniche larghe, ampi colli, ricca di pizzi e merletti. Sulle maniche vi sono le soprammaniche di lana nera con un ampio risvolto sui polsi, rifinite con nastrini dorati e argentati; all’altezza delle spalle vi sono laccetti legati ad un corpetto ricco di decorazioni. La parte posteriore è di tessuto bordeaux, decorato con trine dorate; quella anteriore è di tessuto damascato, di vari colori, per lo più vivaci, ornato di merletti, pizzi e nastri dorati. Ai due angoli superiori vi sono due applicazioni di nastro giallo o dorato a forma di fiore con un bottone dorato al centro, il cosiddetto rosone o stella. La gonna è di lana bordeaux a pieghe, larga e lunga fino ai piedi. Il grembiule è di lana tessuta a mano, ornato tutt’intorno da una trina finemente lavorata ed anch’esso con due rosoni agli angoli inferiori. Le calze sono di lana nera o bordeaux e le scarpe, nere, ornate da una fibbia dorata. Il costume è arricchito da gioielli: grandi orecchini, spille e collane d’oro.
Il costume maschile è costituito da una camicia bianca, molto larga; il gilet di panno nero, con due taschine. I pantaloni neri ed a mezza gamba, ornati da due pon-pon di lana rossa all’altezza delle ginocchia; una fascia rossa o nera faceva da cintura. Le calze sono di lana bianca. Accessori classici del costume: un orologio a catena che si fa pendere dal taschino, e un fazzoletto rosso legato al collo fermato da un anello d’argento. D’inverno s’indossa un pesante mantello di lana scura con il bavero in pelliccia di capretto, marrone o nero.

L’arte della forgiatura. L’origine della lavorazione dei metalli a Frosolone non ha una data certa. Qualcuno addirittura la fa risalire all’epoca sannita e romana. Più veritiera l’ipotesi dei Longobardi, popolo guerriero e fortemente militarizzato - tra l’altro con ottimi fabbri - che giunge nell’Italia meridionale nel VI secolo. Qui, intorno al 570, fonda il ducato di Benevento, che impone la sua influenza a tutto il Sud Italia fino al 774, cioè per oltre due secoli. Michele Colozza, autore nel 1933 del volume “Frosolone dalle origini all’eversione dal feudalesimo”, condivide tale ipotesi.
I guerrieri longobardi, vestiti di corazze ed elmi raffinati, hanno un armamento particolarmente elaborato. La spada (“spatha”) in ferro a due tagli, che portano legata al fianco con un cinturone, in un fodero di legno o di cuoio, ha una lama larga oltre 5 centimetri e lunga fino ad un metro. L’impugnatura è ben lavorata: in cuoio, legno o corno. Hanno in dotazione anche una sciabola (“scramasax”) lunga tra i 30 ed i 50 centimetri ad un solo taglio incurvata in punta, usata per il combattimento a cavallo. Il fodero contiene un coltellino. Oltre allo scudo, utilizzano una lancia di legno con cuspidi e puntali metallici. Le leggi emanate dal loro Re Astolfo (750 circa) confermano tale equipaggiamento militare. Sappiamo, ad esempio, che lo stemma dei Visconti (il famoso “biscione”, utilizzato oggi anche da Mediaset) deriva da un’insegna militare d’origine longobarda.
Tale vocazione guerresca dei longobardi, soliti assoggettare e spesso rendere in schiavitù il popolo sopraffatto, potrebbe aver trovato terreno fertile in un paese come Frosolone, dove probabilmente esistevano bravi artigiani della forgiatura già da secoli.
Non è difficile ipotizzare che l’ambiente naturale in cui è inserito il paese molisano, cioè alta montagna e vallate (con ricca flora e fauna), garantendo una pastorizia millenaria (di cui resta una visibile eredità), abbia favorito la lavorazione di metalli per realizzare sia attrezzi agricoli sia beni d’uso quotidiano: strumenti indispensabili per andare a caccia ma anche per sezionare animali allevati, nonché per zappare, potare o raccogliere frutti. Tale attività, con il tempo, s’è probabilmente estesa alla produzione di armi da difesa, fino all’ultima specializzazione nell’artigianato artistico e nell’utensileria.
C’è da aggiungere che l’attuale nucleo storico di Frosolone, il cosiddetto “Quarto Sant’Angelo”, ha origine proprio nel periodo longobardo come primordiale struttura fortificata, ampliata durante la dominazione normanna (quando Frosolone passa dalla Contea di Isernia a quella del Molise).
Una prova in più della tesi di Colozza e di altri ha carattere religioso. E’ la chiesa di San Michele Arcangelo a Frosolone, ricostruita nel 1840 su quella più antica annessa ad un convento, con un bellissimo altare ligneo del 1694. E’ inserita proprio a “Quarto Sant’Angelo”, epicentro dell’artigianato locale. E San Michele, guarda caso, è il santo protettore dei Longobardi, rappresentando bene il loro spirito guerriero.
La specializzazione dell’artigianato locale nella lavorazione dei ferri taglienti ha radici più certe nell’epoca medievale. Alcuni documenti attestano la migrazione di artigiani veneziani verso il Sud Italia, diffondendo l’arte della forgiatura dell’acciaio soprattutto in Molise (ad esempio, con l’arte orafa ad Agnone). Nel trecento a Frosolone si lavorano i metalli per produrre le armi dei Monforte, la dinastia dominante nella regione. Qualcuno collega l’artigianato di Frosolone all’analoga arte della forgiatura che si sviluppa a Campobasso nello stesso periodo. Anche qui alcuni artigiani si specializzano nella lavorazione di armi, soprattutto spade, tanto che lo scrittore Walter Scott cita la produzione molisana.
Per quanto riguarda Campobasso, radicata storiografia vuole che l’attività abbia avuto inizio tra il XIV e il XV secolo sotto la casata Monforte-Gambatesa. I Monforte, provenienti dalla Francia, giunsero a Campobasso nel 1312 ed uno di essi sposò Sibilla Gambatesa, imparentando le due famiglie. Tali signorotti, dediti alla guerra, costrinsero probabilmente i propri sudditi ad impratichirsi nella lavorazione delle armi e degli accessori metallici della milizia equestre, dato che in tale periodo Nicola Monforte richiese armaioli dalla sua terra. Successivamente, nel XVI secolo, sotto la dominazione dei Gonzaga, giunsero armaioli da Milano. Durante questo periodo i pugnali, le spade e gli altri arnesi che servivano all’armamento delle milizie, acquisirono notevole rinomanza.
Nel 1750, in un periodo di grande fioritura della lavorazione dell’acciaio, un editto di Carlo III di Borbone proibisce la lavorazione delle armi. A Campobasso la lavorazione si converte verso gli arnesi da lavoro: arnesi da taglio per le arti e l’agricoltura, cesoie, coltelli, forbici, rasoi, temperini. Ma presto, già agli inizi dell’Ottocento, vengono soppiantate dall’introduzione, dovuta a Carlo Rinaldi, delle tecniche di lavorazione dell’acciaio traforato. L’attività del traforo divenne la specializzazione degli artigiani campobassani.
Frosolone, invece, mantiene la vocazione originaria. Tuttavia la produzione, pur orientata inizialmente alla fornitura di armi per gli eserciti, piano piano perde l’impronta prettamente guerresca diventando, tra Settecento e Ottocento, fabbricazione di oggetti d’uso domestico.
Tale evoluzione è da collegare soprattutto ai governanti napoletani, i quali promuovono piccoli distretti industriali nel proprio territorio. E’ il caso di Carlo di Borbone, Re delle Due Sicilie, il quale favorendo un assetto industriale per il suo regno, incoraggia la riorganizzazione di fonderie ed armamenti decentrandoli in grandi opifici. Frosolone non perde il primato. Anzi, sa riconvertire la produzione. Si può immaginare il borgo operoso, popolato di artigiani, botteghe, bulini, fornaci fumanti, incudini, magli, mole, nonché di spade affilate e pugnali acuminati.
Secondo notizie del catasto, nel 1780 a Frosolone si contavano 20 ammolatori, gli artigiani si specializzarono nella produzione di forbici e coltelli da lavoro e da tasca che spesso venivano marcati col nome di Campobasso, sfruttando così la notorietà che la città dei Monforte aveva acquisito sui mercati internazionali.
Dell’attività degli ultimi due secoli restano numerosi documenti. Sappiamo, ad esempio, che nel 1828 i fratelli Giustino e Luigi Fazioli - cognome ancora molto presente a Frosolone - vengono premiati con la medaglia d’argento per i loro prodotti all’Esposizione artigiana di Napoli. Un riconoscimento che garantisce notorietà nazionale all’intera industria frosolonese, imponendo ulteriori trasformazioni qualitative per l’intera comunità artigiana e un notevole incremento delle produzioni. Un coltello frosolonese, detto il “Giordano” (le produzioni spesso prendono la denominazione degli stessi artigiani) furoreggia in Germania a tal punto che gli industriali teutonici, anticipando gli odierni orientali, ne producono copie a basso costo (l’originale si vende a 12 lire mentre una dozzina di tedeschi costa appena 18 lire).
A fine Ottocento viene impiantato a Frosolone uno stabilimento, uno dei più moderni della regione, con tre funzioni produttive. In paese lavorano nel settore diverse centinaia di addetti, almeno duecento specializzati in coltelli, cinque o sei nelle forbici. Il paese oltrepassa anche i 7 mila abitanti (rispetto ai 5 mila del secondo dopoguerra ed agli attuali 3.500).
Sono anni in cui Frosolone firma i celebri coltelli dei “guappi” camorristi napoletani (a riprova c’è l’importante collezione di Abele De Blasio, oggi divisa tra il museo di antropologia criminale di Torino ed il museo delle arti e tradizioni popolari di Roma). Tre i principali modelli utilizzati: la “molletta” (a scatto con largo manico e lama molto piatta), realizzato soprattutto dalla famiglia Prioletta di Frosolone, la “sfarziglia” e lo “zumpafuosso” (coltello a molla lungo circa 23 centimetri, aperto circa 45 centimetri, molto affusolato), tipico delle produzioni di Frosolone e di Avigliano. Per comprendere appieno la qualità delle produzioni, va sottolineato come la ricchezza di forme “italiane” non trova riscontro in alcun altro Paese europeo, sia per il coltello con caratteristiche offensive sia per quello d’uso quotidiano.
Nel Novecento si registrano diversi tentativi di associazionismo lavorativo. L’Unione delle fabbriche dei lavori d’acciaio, ad esempio, è attiva dal 1900 al 1908. Nel 1905 prende vita la Società operaia. Il parroco Giuseppe Maria Zampini, nel suo intervento all’atto di fondazione, individua la consociazione come rimedio improrogabile per gli artigiani frosolonesi lacerati dalle lunghe ore di lavoro in condizioni miserevoli, pagati male rispetto al lavoro consegnato. Anche la Società popolare frosolonese “L’indipendenza” è di questi anni.
Particolarmente importante è l’esperienza della Cooperativa dell’acciaio lavorato, attiva dal luglio 1907 a fine 1908 con ben 31 azionisti. Purtroppo la legge Giolitti dell’8 novembre 1908 ne causa lo scioglimento. La norma prevede infatti la riduzione della lunghezza della lama da 10 a 4 centimetri per i coltelli appuntiti, elevata a 6 centimetri a condizione che il manico non fosse più lungo di 8 centimetri né più spesso di 9 millimetri.
Molti consociati sono costretti ad emigrare in America. La famiglia Miranda, originaria di Frosolone, crea negli Stati Uniti, nella città di Providence, la “Imperial Knife”, una delle principali multinazionali del settore. E non mancano risvolti da “indotto”. Il limitrofo paese di Sant’Elena Sannita, a tre chilometri da Frosolone, dai 2 mila residenti di inizio secolo, è oggi completamente svuotato da un’emigrazione costituita per lo più da arrotini (grazie alla produzione frosolonese); per una naturale crescita professionale determinata anche dalle richieste dei barbieri, oggi gli eredi degli ex arrotini sono diventati profumieri di successo con oltre duecento negozi solo nella Capitale ed altrettanti nell’Italia centro-meridionale (Abruzzo, Umbria, Lazio, Molise, Puglia e Campania).
Tra le altre cause di decadenza, va rilevato il ritardo, rispetto alla “concorrenza” europea, nel passaggio all’industrializzazione, o almeno ad una produzione semi-industriale.
Felice Puniello, classe 1900, uno degli artigiani che hanno contribuito a scrivere la storia dell’arte frosolonese, propulsore della cooperazione tra i lavoratori, ha lasciato pagine molto significative in proposito. Scrive: “Nell’originale del coltello molisano, per la copertura del manico viene usato corno di bue bianco, che, dopo le diverse fasi di lavorazione, come la segatura, il riscaldamento, la fiamma, la schiacciatura e il raffreddamento, viene appiattito e ripulito dalle incrostazioni e ridotto allo spessore giusto. Con una seconda fase si opera una migliore pulitura e con una pennellata di acido nitrico, da bianco si fa diventare giallo. Dopo un’ora, tenendo conto dell’ambiente e della stagione, si passa all’operazione della macchiettatura, che consiste in una pomata di polvere di calce vergine e un pizzico di minio diluito con lisciva ricavata da bollitura di cenere vegetale. Con tale composto si macchia la parte superiore del manico per farlo risultare macchiettato di nero. Ecco, questa è la differenza tra artigianato e industria”.
Nel corso del primo Novecento a Frosolone vengono censite oltre cento botteghe. Tra i cognomi degli artigiani ricordiamo Amoruso, Bautto, Berardis, Brunetti, Cardegna, Carrino, Colarusso, Colavecchio, Colozza, Covatta, D’Abate, D’Alessandro, De Luca, De Simone, Di Iorio, Di Saia (emigrati poi in Australia), Farina, Fazioli, Fiani, Fracasso, Fraraccio, Garzia, Giordano, Giusti (emigrati in Australia), Lanza (emigrati a Campobasso), La Posta, Liberatore, Mainella, Mangione, Manuppella, Marinaro, Martella, Meale (parte della famiglia emigrata in Australia), Mezzanotte, Miranda, Morsella, Nucciarone, Palangio, Paolucci, Pasquarelli, Permanente, Perpetua, Petrunti, Piscitelli, Pizzi, Pollutro, Prioletta (originari di Civitanova del Sannio), Ruberto, Russo, Sciarra, Scricco, Sirtori, Valente, Venditti, Verrillo, Vitolone, Zampini.
Nel 1920 a Frosolone si contano ottantasei artigiani con officina propria: di questi settantatre coltellinai e tredici forbiciai.
La Lega coltellinai vive dal 1921 al 1923. Il parroco Giuseppe Maria Trillo lamenta nel 1922 l’enorme produzione non venduta e l’assenza di un mercato che non fosse quello dei grossisti santelenesi. In questi anni, tra l’altro, si registra la crescita della concorrenza tedesca, che offre analoghi modelli a minor costo.
Nel 1927 il coltellinaio frosolonese Vincenzo Manupella, nato il 26 gennaio 1904, già iscritto al Partito socialista unitario, incide sul manico di quattro coltelli di sua fabbricazione la scritta “W Lenin”, subendo la denuncia e il processo per propaganda comunista. La sentenza di condanna è la numero 11 del 10 maggio 1927, presidente il giudice Freri, relatore Lanari. L’episodio conferma la presenza ed il fervore di una classe operaia nel centro molisano, legata alla lavorazione delle lame.
La Società cooperativa riunita è attiva dal 1944 al 1988, anno in cui viene rilevata dalla ditta Fraraccio. E’ l’ultimo importante tentativo di consociativismo, legato ai nomi delle più importanti fabbriche locali: De Luca, Fraraccio, Permanente e Tasillo.
Per quando riguarda i modelli prodotti, secondo recenti studi condotti da Francesco De Feo, uno dei più grandi esperti di coltelli tradizionali italiani, il coltello cosiddetto “aquilano” è il più tipico della produzione frosolonese dell’Ottocento, come documentano i punzoni su alcuni esemplari ritrovati (altre fonti chiamano “aquilano” un coltello a molla semplice, tipico di Loreto Aprutino, in Abruzzo, imitato sia a Frosolone sia a Scarperia, in Toscana, dov’è noto col nome di “gobbo abruzzese”). Si può leggere in un testo la sua descrizione: “coltello a serramanico di dimensioni piuttosto grandi, a molla fissa con più scrocchi col manico dritto o poco curvo ricavato da una punta di corno di bufalo o vaccino, di sezione piuttosto grossa e tondeggiante terminante con un becchetto calzato di ottone, lavorato con motivi romboidali e decorato con bande trasversali di ottone, con cuori, losanghe e scudetti dello stesso materiale o di alpacca incassati nel corno o anche con cerchietti di osso sul tipo degli occhi di dado dei coltelli d’amore. Le lame con bisellature appena accennate hanno punta sottile e si espandono leggermente al petto con poco sperone iniziale, hanno anche a volte un falso filo. Possono essere decorate da incisioni anche all’acquaforte”.
Con la legge del 6 luglio 1871, che puniva non soltanto il porto dei coltelli a molla fissa, ma anche la loro detenzione, vendita ed esposizione, molti artigiani frosolonesi riconvertono la propria produzione, adeguando il modello “aquilano”, con la punta della lama sagomata a dischetto, o concentrandosi sui modelli “sfilato” e “zuava”, ancora attualmente fabbricati, con caratteristiche proprie rispetto ai coltelli francesi o inglesi da cui derivano.
Oggi ogni azienda impone un proprio marchio: negli ultimi anni si è tentato più volte – ma invano - di inserire, sotto forma di consorzio, un unico logo che attestasse la provenienza locale di tutta la produzione. Una sorta di garanzia per il mercato che conosce e apprezza da sempre Frosolone ed i suoi validi artigiani.
Ricordiamo, in proposito, quanto scrive Francesco Jovine nel suo “Viaggio in Molise”: “I coltellinai di Frosolone, capaci di perfezionare continuamente le produzioni, fanno da sempre dell’artigianato delle lame una vera e propria arte. Ed oggi come nei trascorsi secoli di tradizione, l’inventiva, la creatività, la non serialità sono gli elementi di forza che fanno primeggiare la qualità e l’estetica degli arnesi da taglio di Frosolone”. Benedetto Croce racconta che a Londra i migliori rasoi sono “quelli importati dal Molise, la cui fama oltrepassa i confini del Regno di Napoli, facendo concorrenza a quelli di Toledo e Shieffield”.
Per secoli, insomma, questo antico mestiere passa di mano in mano, di generazione in generazione. Tutta la famiglia dell’artigiano partecipa al rito: l’uomo riscalda con la forgia, azionata da un mantice, le strisce di acciaio provenienti da Trieste e le batte su un incudine finché non prendono la forma di lame e molle. I figli imparano, la moglie prepara le “catenelle”, i piccoli gancetti da attaccare al coltellino. L’acciaio viene rifinito con una lima e passato su una mola di pietra, azionata a pedale. L’artigiano ripassa quindi la lamina su una mola foderata con una striscia di cuoio (preparata da lui stesso), in precedenza unta con una soluzione, chiamata “sembriglie”, composta di olio e smeriglia (polvere di ferro). Preparata la lamina, procede alla lavorazione del manico (“paccarella”), fatto di corno di bufalo. Questo viene scaldato sulla mola e stretto in un’apposita morsa, quindi tagliato e sagomato. Per lucidare il manico prepara una speciale pomata, composta di pietra pomice finemente tritata e setacciata, impastata con dell'olio. La lavorazione di un solo coltello richiede circa tre ore.
Per fare un paio di forbici, invece, gli addetti bucano da un lato la striscia d’acciaio e usano lo stesso procedimento della lavorazione della lama del coltello. La mola usata per fare le forbici è chiamata “mburnetore”. Il vecchio forgiatore lavorava dalle dodici alle sedici ore al giorno, esclusa la domenica, giorno destinato alla cantina. Il sabato, i negozianti (non vi erano grossisti) caricavano su un asino i coltelli prodotti durante la settimana per rivenderli. Visivamente i fabbri si distinguevano dai contadini (con i quali generalmente non andavano d'accordo) per il diverso modo di vestire: i contadini portavano infatti le “scarrette”, una specie di baschi, e le “strummure”, giacche cortissime.
Da almeno due decenni, la lavorazione dei coltelli ha assunto una forte connotazione industriale, pur dominando le gestioni familiari delle aziende.
Le decine di piccole e “romantiche” botteghe artigiane, con esperienze secolari alle spalle, sono state sostituire da piccole aziende che hanno comunque saputo affrontare le nuove sfide imposte da un mercato sempre più globalizzato. Con l’automazione e le nuove tecnologie, le produzioni basate unicamente sulla lavorazione a mano sono andate via via scomparendo, sostituite da piccole ma intraprendenti fabbriche nate negli ultimi decenni. Nonostante le difficoltà, registrano comunque fatturati crescenti, garantiscono posti di lavoro (Frosolone è l’unico centro con più di 3 mila abitanti in un raggio di quindici chilometri), penetrano nel mercato internazionale. Producono principalmente forbici e coltelli a serramanico di svariate tipologie, ma anche bisturi, pugnali, sciabole e arnesi da taglio di qualsiasi foggia. Molte aziende hanno diversificato l’offerta con l’introduzione di casalinghi.
Tra le società attualmente attive ricordiamo quella dei fratelli De Luca (Ar.for.), con sede in via Dante 5 (tel. 0874-890462), con articoli di elevata qualità, presenti anche nella grande distribuzione. Quindi la Pcf della famiglia Fraraccio in via Sant’Egidio (tel. 0874-899919-890822), specializzata nella fabbricazione di forbici e di coltelleria tascabile e professionale, collegata alla Coltellerie Michele Fraraccio che, con la sua capacità distributiva, riesce a far apprezzare i prodotti sul mercato internazionale. Ed ancora la Francesco Fraraccio di via Selva 1 (tel. 0874-899910). Quindi le storiche coltellerie Paolucci (attive dal 1791) di via Teste 3 (tel. 0874-890120), uno dei marchi più importanti a livello internazionale con l’efficace slogan “Una storia inossidabile nel tempo”. Da segnalare, inoltre, Rocco Petrunti, con laboratorio in via Fonte Murata 3 (tel. 0874-890585) e showroom nella centralissima via Colozza 11 (tel. 0874-890585), il quale si dedica all’attività di coltellinaio continuando una tradizione familiare che risale a più di quattro generazioni con la produzione tipica di Frosolone: sfilati, mozzette, zuavi, temperini e coltelli da innesto. A tale produzione tradizionale si affianca quella di coltelli Custom da collezione e da caccia. Ed ancora la fabbrica di forbici Permanente, in via Pagano 35 (tel. 0874-890549), dove operano i due cugini Giuseppe, figli di Nicolino e di Giovanni Permanente, fratelli che hanno trascorso un’intera esistenza a realizzare forbici e coltelli di pregio. Infine le coltellerie con il marchio Lupa nella frazione di San Pietro in Valle in via Salvador Allende 3 (tel. 0874-890873).
Di recente ristruttuazione è il Museo dei ferri taglienti dove sono conservati centinaia di oggetti di valore storico recuperati tra gli eredi dei migliori lavoratori delle lame di Frosolone.
Ad agosto, dal 1996, nel paese molisano si svolge la Mostra nazionale di forbici e coltelli, ubicata nelle strade del centro storico, per la quale vengono utilizzati i locali che un tempo ospitavano le botteghe artigiane. Durante la manifestazione vengono ospitati una cinquantina di artigiani dei “ferri taglienti” provenienti dalle altre zone italiane di produzione: Maniago, in Friuli, la località più fertile ma anche priva di connotazioni tradizionali; Premana, in provincia di Como, specializzata soprattutto nelle forbici; Scarperia, vicino Firenze, con caratteristiche molto simili a quelle frosolonesi; Pattada, in Sardegna, che non vanta però una tradizione molto antica ma risalente all’ottocento.
Inoltre, sempre ad agosto, ha luogo la “Festa della forgiatura”, dove gli ultimi artigiani svelano ai più curiosi le tecniche dell’antica lavorazione artigianale.
Gli amanti del genere approfittano di tali occasioni per ammirare e acquistare non solo l’ampia gamma di coltelli e forbici “impiegabili per una cinquantina di scopi diversi”, come assicurano gli artigiani, ma imbattersi anche nelle altre attrattive del piccolo centro.
L’augurio, ovviamente, è che questo secolare patrimonio di conoscenze, di saperi e di competenze non venga disperso nel nome della “solita” globalizzazione, capace di annullare - in poco tempo - antiche identità e scrigni culturali a vantaggio della competizione nei mercati. Indubbiamente l’adeguamento è necessario per far sopravvivere ilcomparto ma occorre che l’antica arte della forgiatura possa continuare ad avere sempre validi eredi.

La centrale eolica. Il nuovo impianto eolico di Frosolone, in località Acquaspruzza, è stato inaugurato il 28 marzo 2008, sostituendo il campo eolico realizzato da Enel nel 1995. L’investimento complessivo è di 39 milioni di euro (7 milioni per l’ammodernamento, sostituendo i vecchi aerogeneratori con nuove macchine più affidabili, silenziose e con una resa molto migliore). L’impianto, a regime, dotato di 45 aerogeneratori, per una potenza installata di circa 38 megawatt, fornisce energia elettrica per 76,6 milioni di chilowattora, sufficiente a soddisfare il fabbisogno di 26mila famiglie, evitando emissioni di CO2 in atmosfera per circa 55mila tonnellate annue. L’impianto è un esempio virtuoso di collaborazione tra impresa, istituzioni locali e associazioni amiche dell’ambiente.

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