Quei soggiorni hanno risanato anche noi

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E’ il ventisei aprile 1986. Sono passati ventitré minuti e quarantasei secondi dall’una di notte. Un errore durante i test di sicurezza provoca l’esplosione del reattore numero 4. La centrale atomica di Chernobyl si trasforma in un inferno. Una nube radioattiva, spinta dai freddi venti del Nord, arriverà presto a minacciare l’intera Europa.

L’evento è come un catastrofe infinita. Tumori e leucemie costituiscono il lascito dell’errore umano. Il conteggio dei bambini nati con malformazioni è un spasmo senza fine.

Ma Chernobyl, il più grave incidente nucleare della storia, ha inconsapevolmente cosparso anche semi d’amore e di solidarietà.

In quegli anni, focalizzati nei ricordi dell’infanzia, uno sperduto borgo montano del Molise divenne il centro del mondo. La villeggiatura estiva, infatti, era animata da tanti biondissimi bambini provenienti da non si sa dove. Avevano gli occhi azzurri e la pelle lattescente, una rarità in quelle latitudini sannite. S’integravano facilmente pur non parlando l’italiano né tanto meno il dialetto locale. Si facevano, però, capire bene con quegli espressivi occhi dal colore così originale e con quegli sguardi così eccentrici per quei territori estranei ai flussi turistici. Con la loro taciturna presenza riuscivano comunque a vivacizzare i freddi vicoletti dell’abitato.

I bambini ucraini e bielorussi erano ospitati da tante comuni famiglie molisane in una straordinaria gara di solidarietà. Quelle presenze corrispondevano ai cosiddetti “soggiorni di risanamento”. E forse non ci poteva essere lembo d’Italia migliore che quell’immacolato entroterra dell’isernino per “decontaminare” le innocenti creature dell’Est da un mostro enormemente più grande di loro.

Il Molise memore della diaspora di propri figli fuggiti a malincuore dalle montagne e disseminati in ogni dove, sapeva dimostrare, in quelle estati, una sensibilità frutto della memoria e di una sofferta esperienza di vita che accomuna le proprie genti. Ogni ragazzino di quel paesetto montano, figlio di emigrati molisani dispersi in tutto il mondo, diventava per pochi giorni il fratello di bambini belli, provenienti da paesi lontani e sconosciuti, desiderosi di attenzioni, talvolta complicati, impenetrabili, con tempi tutti loro, ma nel loro silenzio e nelle loro risate capaci di essere eloquenti.

Quei piccoli esseri umani ucraini e bielorussi, rapidi nell’apprendere i nostri giochi, complici nell’accarezzare i nostri animali, disponibili nel condividere i disegni, fulminei nell’imparare le nostre canzoni, efficaci nel ricambiare i nostri abbracci, ci hanno fatto crescere – e bene – in fretta. Grazie ad una semplice parola che oggi sembra fuori moda: accogliere.

(G.C.)

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