Regionali e referendum, poche sorprese dalle urne

La prudenza in alcuni sondaggi della vigilia (il classico “testa a testa”), che ha alimentato possibili sorprese dalle urne, specie in Toscana e in Puglia, ha animato più l’attesa che non i risultati della tornata elettorale del weekend. Il voto non ha generato “spallate” o sconvolgimenti pur paventati da qualche incauto osservatore. In ordine: il No non è riuscito a ribaltare i pronostici favorevoli al Sì; la Lega non ce l’ha fatta a conquistare il “feudo rosso” toscano; l’assalto di Fitto con Fratelli d’Italia in Puglia è stato abilmente respinto dal “solitario” Emiliano, che oggi La Gazzetta del Mezzogiorno chiama “il Re Leone”.

Partendo dal quadro generale, concordiamo innanzitutto con l’analisi di Maurizio Molinari, direttore di Repubblica: è stato un voto “razionale”. Nel senso che, in piena emergenza Covid, c’è stato poco spazio per la protesta e molto per confermare con decisione quei governatori che hanno assunto posizioni nette e pragmatiche in questa fase delicata sia a livello sanitario sia economico. A rimetterci sono stati sovranisti e populisti, mentre hanno vinto, oltre al Pd del “moderato” Zingaretti, anche ottimi amministratori di centrodestra – come Zaia e Toti – che non urlano, ma basano la loro politica su buon senso, ottima amministrazione, trasmissione di decisionismo e di sicurezza.

Il governo, che ha rischiato non poco dalle urne toscane e pugliesi, è ora consolidato (“Il voto dà respiro al governo” titola oggi il Corriere della Sera), benché il rapporto di forza tra Pd e M5S cambi perlomeno psicologicamente, in quanto i numeri dei parlamentari restano gli stessi. Ciò equivarrà, probabilmente, ad intensificare l’azione riformista, con i dem decisi ad incassare il Mes e la cancellazione dei decreti Salvini.

Riguardo al dettaglio delle regionali, in Toscana s’è rinnovata quella mobilitazione – anche senza Sardine – a difesa dei “valori della sinistra” a cui abbiamo assistito in Emilia-Romagna e che è risultata ancora una volta vincente. Vittorio Feltri, nell’editoriale di Libero, parla di “soccorso rosso”. Certo, soltanto pochi anni fa sarebbe stato inconcepibile ipotizzare sinistra e destra ad un’incollatura nei territori “rossi” del Centro Italia, oggi orfani anche delle Marche, dopo l’Umbria strappata lo scorso anno dalla Lega. Ma Eugenio Giani, candidato radicato nel territorio, con il forte supporto della maggior parte dei sindaci (ha fatto più volte riferimento al “patto di San Gimignano” attraverso il quale 186 primi cittadini toscani – sui 273 totali – gli hanno garantito l’appoggio), ha vinto nettamente con otto punti sull’avversaria. Decisive soprattutto quelle province rimaste fedeli alla sinistra, a cominciare da Firenze, dove ha ottenuto il 57 per cento contro il 31 della sfidante. Susanna Ceccardi s’è imposta nelle province di Lucca (50 a 39), Grosseto (47 a 42), Arezzo (46 a 44), Massa Carrara (45 a 43) e Pistoia (45 a 44), segno che comunque l’assoluta egemonia della sinistra appartiene ormai alla storia. Del resto la Lega ha raccolto comunque il 22 per cento dei voti e 7 seggi, un bottino certo non ipotizzabile solo qualche anno fa.

Più sorprendente la vittoria in Puglia di Emiliano perché ribalta completamente il risultato delle Europee dello scorso anno (il centrodestra allora aveva distanziato di quasi 20 punti il centrosinistra) e matura in un contesto reso ulteriormente difficile per il governatore dalla corsa solitaria dei Cinque Stelle tradizionalmente forti in Puglia (infatti sono andati oltre l’11 per cento, il miglior risultato a livello nazionale, benché 15 punti in meno rispetto alle Europee), dallo “strappo” dei renziani con il proprio candidato Scalfarotto (che però ha raccolto appena l’1,6 per cento dei voti) e da un avversario come Fitto, già governatore e grande collettore di preferenze.

Il riconfermato governatore s’è imposto dappertutto, ad esclusione della sola provincia di Brindisi, ed ha fatto il pieno soprattutto nella decisiva Bari (51 a 33). Alla fine è stato un 47 a 39, otto punti pesanti.

Emiliano ha saputo costruire una forte coalizione di liste (ben 15 contro le cinque dell’avversario) e ha messo in atto una campagna elettorale che il Corriere della Sera definisce oggi “sudamericana”: “Coraggioso ed esagerato, ambizioso e testardo, spregiudicato e furbo: un comizio dietro l’altro con il suo vocione fintamente brusco, in realtà grandioso comunicatore, magistrato in aspettativa ormai perenne dopo dieci anni filati da sindaco di Bari, dal 2004 al 2014, con il soprannome di Sceriffo, la legalità vista e applicata da sinistra, e poi gli ultimi cinque alla guida di una regione che ha governato dovendo affrontare questioni drammatiche (oltre al Covid, pure Tap, Xyele Ilva) e quindi infilandosi anche in contraddizioni e polemiche – scrive Fabrizio Roncone nel giornale di via Solferino.

La Puglia è certamente la ferita che più brucia al centrodestra. La debacle è stata soprattutto leghista (9,6 contro il 25,3 delle Europee), più di qualcuno ipotizza persino “fuoco amico” all’interno dei salviniani. Si attribuisce la sconfitta anche alla scelta del candidato, giunto alla destra più muscolosa dalle esperienze più conservatrici in Forza Italia e con Alfano. Certo, se Fratelli d’Italia avesse conquistato anche Bari e il tacco d’Italia, per la Meloni sarebbe stata apoteosi. Perché la leader di FdI ha comunque portato a destra le Marche, prima volta nella storia, aggiungendo una bandierina alla geografia politica delle Regioni a favore del centrodestra: 15 a 5 il bilancio. Soltanto cinque anni fa il rapporto era 3 a 17.

Il centrodestra, nonostante le mancate conquiste nelle piazze più importanti, oltre ad incassare le Marche con il parlamentare Francesco Acquaroli (vicino al 50 per cento), registra la prevedibile valanga di preferenze per Zaia (77 per cento, record di voti ad un candidato nella storia delle regionali) e ottiene l’ottima e non scontata conferma di Toti in Liguria (oltre il 56 per cento) contro il Pd unito ai Cinque Stelle.

Da registrare, infine, la prevedibile cavalcata di De Luca in Campania, che di fatto ha assorbito quasi tutta Forza Italia.

Chiudiamo con il referendum. Il giudizio degli elettori italiani conferma quella profonda divisione tra i comuni cittadini e il potere, in questo caso rappresentato non solo dagli eletti in parlamento (345 cancellati con un colpo di matita), ma i detentori dei posti di rilievi nella vita sociale, economica e culturale. Una frattura che, attraverso la valanga di Sì, ha travolto anche quell’establishment che con una certa compattezza ha sostenuto il No, confermando la propria distanza dalla gente comune. Non a caso le spinte più forti al Sì sono venute dalle periferie e dal “solito” Mezzogiorno, terreno fertile per voti di protesta e di denuncia. Il No s’è invece imposto soltanto nei centri storici delle grandi città, Roma, Milano e Torino in primis. Emblematico il titolo del Fatto quotidiano: “Sì, avete perso”.

Se per i Cinque Stelle i risultati delle regionali non sono proprio esaltanti, i grillini possono però cavalcare la vittoria al referendum, con la speranza che non sia un canto del cigno.

(Domenico Mamone)

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