Parole in assoluta libertà sul “meridionalismo” nella Capitale
Il valore dell’esperienza
Essere molisano a Roma


ROMA – Il categorico e imprescindibile “Penso, dunque sono”, di filosofica memoria, invita a brigare, spingere a indagare più a fondo sulla portentosa e peculiare facoltà umana nelle sue complicanze e molteplicità di manifestazioni.
L’uomo, nella sua inderogabile essenza, si spoglia, si eleva dalla quotidiana istintiva bestialità proprio quando, nel valorizzare la memoria delle esperienze passate, si prospetta il futuro. L’uomo è grande, in quanto vitale e palpitante, discrimina e agisce deliberatamente, ma si esprime necessariamente nelle forme acculturate, cioè come espressione dell’ambiente, della società e del tempo di cui è figlio. Chi per libera scelta o per necessità si trova a vivere in un posto o città diversa dal luogo di origine, è come se avesse due mondi, due memorie, due riserve preziose di ispirazione e di esperienza a cui poter attingere e far riferimento.
Ma nell’ambito del processo dello sviluppo evolutivo e formativo di una persona non sempre il passaggio tra due esperienze radicali o “mondi diversi” avviene in modo lineare, naturale e armonico, anzi il salto si può connotare di dolore, colorarsi di struggente nostalgia.
Non è raro incontrare delle persone che, pur vivendo da trent’anni a Roma (una città aperta, tollerante, accogliente), confessano candidamente di non essere riuscite ad acclimatarsi, acquisire del tutto la seconda personalità del ‘civis romanus’. Il fenomeno è arduo, ma nello stesso tempo semplice a spiegarsi. Può darsi, come per le adozioni non ben riuscite dei bambini, che l’inserimento metropolitano sia avvenuto tarda età, quando il seme già cresciuto, diventato pianta, coscienza abile e strutturata.
Vuol dire che continuerà a modellarsi lentamente, marginalmente, quasi inavvertitamente nella nuova realtà sociale. Forse e senza forse, chi scrive è il rappresentante tipico di questa categoria di persone che hanno conservato lo spirito del borgo antico.
Limitandomi soltanto all’elemento linguistico, aspetto non secondario, continuo ad esprimermi, malgrado i frequenti sforzi e accorgimenti, con inflessioni pronunciatamente meridionalistiche. Spesso sono costretto a intervenire, spiegare e precisare, anche a persone di una certo rango: “Non sono napoletano, ma molisano, di Campobasso”.
Ognuno nasce con la stella e la sua croce, nonché con il marchio indelebile della propria terra di origine. Senza il complesso del provinciale, per non deludere la curiosità altrui, continuerò a precisare e chiarire.
Anche per me, come per le persone di buon senso, varrà il detto del poeta latino Giovenale, provinciale anche lui a Roma: “Quanto più togli di nobiltà ai miei antenati, tanto più sarai costretto a riconoscere le mie qualità personali”.
Gratta, gratta, è ormai risaputo che all’origine di ogni comunità che si rispetti ci sono sempre stati pastori e briganti. A chi vuol fare il purista, il perbenista della circostanza, gli si può chiedere con quale metro e per conto di chi?

(Vittorio Grande)


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