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Mostra di Antonio Mascia

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In occasione della mostra-evento di Antonio Mascia in Molise, riportiamo l'intervento del presidente di "Forche Caudine", Giampiero Castellotti.


L'atto più rilevante
del cartoliniere-alchimista


di GIAMPIERO CASTELLOTTI

Benché certificati di nascita e di residenza assegnino ad Antonio Mascia due blasonati - ma contrapposti - spazi urbani quali l'epicurea e gaudente Bologna (i "natali") e l'algida Torino (dove vive "da sempre"), in realtà nell'esistenza "effettuale" dell'artista, quella segnata dall'emersione indelebile dell'intimità creatrice e resa concreta dall'unicità espressiva, animata dall'ideazione e resa tangibile dalle sue esecuzioni più significative, si rivela un dna straordinariamente molisano.Scorrendo, infatti, gli avvincenti frutti delle energie profuse dal Mascia quale poliedrico disegnatore, illustratore, incisore, scultore (e via di questo passo...), è evidente come la quotidianità urbana delle funzioni professionali nell'istruzione e degli impegni negli ambienti artistici nella città sabauda (che - senza ipocrisie - rimane spiritualmente "estranea" a tanti immigrati meridionali) si sposi con una quasi assoluta fedeltà - profondamente intima ma riflessa nelle sue opere - alle immagini, alle qualità e ai valori della sua terra d'origine, del suo incontaminato "piccolo mondo antico", ancora orgogliosamente sannita sin dalla denominazione dei paesi.Scopriamo così, un po' pretestuosamente, la molisanità artistica dell'autore. Una sorta di "missione" che affiora tra i tanti elementi distintivi delle sue "costruzioni". E che trova primariamente conferma sia nell'ambientazione della presente mostra sull'arte della cartolina postale - un "cartellino da timbrare" alle peculiarità identitarie nella sua Chiauci - sia in "un'offerta" artistica, cioè in un magistrale patrimonio di temi, di forza creatrice e di segni, che rappresenta strumento prezioso e punto di vista originale per approfondire la conoscenza della terra d'origine dell'artista.Lasciando, quindi, ad altri il qualificato giudizio critico sulle efficaci tecniche espressive - per lo più a base mista - e sui messaggi offerti dall'arte magistrale di Mascia (che allo scrivente, in modo inconscio, mobilita Matisse), preferiamo addentrarci proprio in questa particolare "contestualizzazione" territoriale della mostra, lo sconosciuto lembo d'Appennino, il Molise, linfa e scenografia naturale della produzione del nostro "cartoliniere". Operazione già doverosamente eseguita dalla moglie di Mascia, la scrittrice piemontese Ivana Mulatero, in un fortunato volume, "Molisani", testo preziosissimo non solo per conoscere la più piccola regione del nostro Mezzogiorno, ma soprattutto per tentare di comprendere - anzi, di "intendere" - i suoi abitanti (la Mulatero, grazie al privilegio di un marito-cavia, lo ha fatto in modo sublime).L'estro del Mascia, questo il fulcro del ragionamento, è quindi profondamente imbevuto di molisanità. Per mezzo dell'artista di Chiauci il Molise - terra proteiforme resa segreta da una sorta di "responsabile isolamento", alimentata da una somma di primigeni pragmatismi, arroccata nella montuosità conservatrice ma anche un po' nomade attraverso le esperienze migratorie - esplode nelle sue estensioni migliori. Contraddittorie ma unificate dalla dimensione caparbiamente naturalistica, a tratti addirittura idillica, dove il vigore generatore delle opere è subordinato agli infiniti disegni di una natura atavica, alle forme primordiali, ai colori, alle anatomie, allo studio di posture che possiedono la facoltà di comunicare, di creare linguaggi, di parlare. Nonché, e qui c'è il Mascia migliore, nell'individuazione ironica e irriverente delle più efficaci e "sovversive" contrapposizioni cui il territorio offre senza imbarazzo i fianchi.Ecco, allora, nelle produzioni del "cartoliniere", gli onnipresenti animali, trasmessi nella loro interezza dai ricordi (annualmente confermati) di provincia ed elevati alla migliore arte fumettistica dal bisturi chimerico, dilatatorio, onirico, fantastico dell'autore. O l'umanità screziata, variegata, spinta ad un'insolente mitizzazione, dove i corpi femminili sono resi sinuosi fino all'erotismo e le forme primordiali vengono avviluppate e liberate in un gioco proficuamente infinito. L'ironia sfrontata accompagna il tributo alla "storia patria" (magistrali le "forchette caudine"), dove il legame diventa pretesto e la lettura sfocia in una più divertente e provocatoria "rilettura".Tutto ciò è pura vena molisana (e "antimolisana"). Dove la ricerca di un equilibrio passa per un'intima esasperazione degli eccessi. Una sorgente svincolata dai confini della territorialità e resa universale dalle valigie, dalle esperienze, forse anche dai sacrifici e dalla voglia di riscatto dell'autore.La creatività sannita, del resto, ha remoti retroterra. E' figlia di antichi istinti e d'ingegno arcaico. Ha proprie regole saldamente radicate. Ha soprattutto un proprio rigore che ne permette anche, ai più privilegiati (cioè ai meno "normodotati"), la ribellione creatrice. Quello di Mascia, nel segno del miglior "artigianato etico", non solo è racchiuso nello spazio intransigente delle sue cartoline 10x15, ma è anche annodato ad un'approfondita, elaborata e disciplinata indagine ambientale, collocata nei piani più alti delle scienze naturalistiche. Prova ne sono i lavori per il dipartimento di biologia animale dell'università di Torino, per prestigiose case editrici, per il museo di scienze naturali a Torino, per mostre ricche di prefissi "bio", "meteo" o "zoo". Quasi che i binomi accademia e intrattenimento, erudizione e goliardia costituiscano due facce di una stessa geniale medaglia.Il "cartoliniere-alchimista", insomma, pur nella sua acuta impertinenza va preso sul serio. Perché questa eccellente mostra costituisce uno degli atti più generosi e sinceri che l'arte più nobile - autentica nella sua doppiezza - può permettere. Mascia ridona a Chiauci (con gli interessi) ciò che il paese inconsapevolmente gli ha elargito. E che lui, con maestria e con grande merito, ha saputo rendere enormemente produttivo.