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Iniziativa anti-spot che dileggiano i dialetti

ROMA - ll "Corriere della Sera" di martedì 14 dicembre dedica un'intera pagina della cronaca nazionale (pagina 31, per l'esattezza) alla polemica sugli spot trasmessi dalla Rai per l'unità d'Italia, che dileggiano i dialetti. L'iniziativa vede come capofila l'associazione "Forche Caudine".
Il giorno prima è stato il quotidiano "La Repubblica" a raccogliere la provocatoria segnalazione lanciata dall'associazione "Forche Caudine" contro la demonizzazione dei dialetti operata dalla Rai con i suoi spots sull'anniversario dell'unità d'Italia.
"Il nostro non è ovviamente un atto nostalgico per l'Italia dei dialetti - spiegano all'associazione "Forche Caudine" - ma una riflessione sul fatto che l'Italia stessa è frutto dell'unione di diversità e non può quindi cancellare o ripudiare i valori alla base della cultura immateriale, delle relazioni umane o della convivenza civile. Oltrepassare i dialetti significa dimenticare i più importanti autori della letteratura italiana, ma anche gli artisti in campo musicale e teatrale".
Il problema, insomma, non è "prendere in giro" in dialetto, ossatura della nostra stessa cultura cinematografica o teatrale. Ma far passare il messaggio che la lingua italiana rappresenti il superamento, la cancellatura dei dialetti. Tra l'altro gli spots, osserva più di qualcuno, sono anche banali, forzati e brutti. Davvero, con i soldi dei contribuenti, c'è bisogno di realizzare simili "opere d'arte", foraggiando D'Alatri e company?
Centrato il commento di Franco Brevini, docente universitario (Università di Bergamo e Iulm di Milano) e collaboratore del quotidiano di via Solferino: "C'è qualcosa di rozzo e semplicistico negli spot della Rai per l'Unità d'Italia - scrive il professore. E aggiunge: "La toscanizzazione ha comportato la delegittimazione dei mondi e delle culture che ogni dialettofono si portava dentro insieme alla propria lingua". E ancora: "Ha significato la cancellazione di visioni della vita, di immaginari, di risonanze interiori, di sentimenti, insomma di tutto quanto ogni parlante associa al codice materno. Si è trattato di una vera e propria catastrofe antropologica, che aveva indubbiamente una funzione pratica. Ma che ora i grandi pensatori della Rai ce la vendano come un progresso lascia perplessi".
Sulla stessa linea la scrittrice sarda Michela Murgia: "Nello spot della Rai le parlate locali sono rappresentate al limite del macchiettistico".
Ora contro gli spots della Rai c'è una vera e propria reazione nazionale, più forte nelle zone dove il dialetto ancora si parla molto ed è considerata una vera e propria lingua.
Il blog "Lìngua e cultura sarda" di Ivo Murgia, ad esempio, con il titolo "A sa faci de sa 482" si domanda colega la scelta di realizzare gli spot che discriminano i dialetti o lingue regionali con i continui tagli da parte dello Stato Italiano alla legge n. 482 del 15 dicembre 1999 che impegna la Repubblica italiana nella valorizzazione delle cosiddette lingue e culture "minoritarie" presenti nel territorio italiano e ad affermare, tra le altre cose: "Ma gei no eus a bolli pretendi ca is polìticus italianus connòsciant is leis de su stadu chi iant a depi aministrai?! E meda de cosa! O forsis est pròpiu ca dda connoscint ca funt sèmpiri seghendi is finantziamentus de sa 482... ca nou, no siaus malus, est ca ddis serbiat su dinai po pagai custu spot!".
Tema ripreso da Gianfranco Pintore che nel suo blog parla addirittura di una Rai "di nuovo fascista". Scrive: "Sos meres mannos de s'Eiar 2010, in s'innoràntzia barrosa insoro, nch'ant postu in mesu de sos dialetos italianos finas su friulanu e su sardu chi sunt limbas distintas".
Anche Diegu Corraine sul blog Formaparis pubblica un post sulla stessa linea, dal titolo "Su friulanu e su sardu cunsiderados comente dialetos italianos in 5 vìdeos de sa Rai" nel quale sottolinea la differenza tra le varie parlate presenti nel territorio dello Stato Italiano e critica in particolare il fatto che negli spot Rai vengano inserite anche la lingua sarda e la lingua friulana "chi sa 482/99 reconnoschet comente limbas NO italianas! Est pro custu chi devimus protestare comente Sardos. Non ca sos dialetos italianos apant una limba de riferimentu de de interrelatzione".
A Genova contestano il pessimo uso del dialetto ligure nello spot.
"La testimonial, un'attrice suppongo, che dovrebbe parlare in dialetto - scrive il linguista Casareto - fa, suo malgrado, una caricatura della parlata genovese e ligure, ridotta a qualcosa di inverosimile. Roba da far rivoltare il grande Govi nella tomba".
Gli fa eco l'assessore a Cultura e Turismo della Regione Liguria, Gianni Plinio, che la scorsa estate aveva protestato con Poste Italiane per uno spot in cui le bellezze naturali della costa erano state battezzate, sia pure ironicamente, "ringhiera ligure".
"Ho già predisposto una lettera al presidente della Rai Baldassarre - dichiara - affinché, in futuro, viale Mazzini, dove pure lavorano diversi genovesi e liguri o le agenzie pubblicitarie coinvolte, prima di avventurarsi in spot del genere, ci chiedano una piccola consulenza che volentieri gli offriremo gratuitamente. Il genovese è una lingua a tutti gli effetti ed è stata lingua "franca" nei commerci del mediterraneo per molti secoli, ha un ruolo di dignità non sopprimibile in parlate da macchietta".
Se, sul piano politico, a sinistra c'è un preoccupante silenzio, a destra la Lega prende la palla al balzo. Roberto Ciambetti, presidente del gruppo consiliare regionale leghista in Veneto, esprime una dura critica nei confronti della campagna pubblicitaria, arrivando ad affermare che la Regione Veneto potrebbe intervenire affinché gli spot non vengano messi in onda perché "insultano i valori del regionalismo, di quel regionalismo in cui credevano gli stessi padri costituenti e che viene riaffermato come tratto ineludibile nel progetto federale, dove ciascun popolo, ciascuna cultura locale, ciascuna identità trovano legittimo ruolo".
Inoltre, da appassionato studioso delle tradizioni, cultura e lingua veneta, propone una protesta civile opponendosi al pagamento del canone Rai quale "gesto di legittima difesa".
Protesta che non può esimersi da Facebook, dove gruppi specifici hanno oltrepassato in poche ore il migliaio di adesioni.
Proteste anche in Friuli-Venezia Giulia, regione a statuto speciale. Christian Romanini dell'Agenzia regionale per la lingua friulana, ha commentato l'accaduto nel suo blog, christianromanini.blogspot.com/.
"La Rai - osserva Romanini - ha commesso un primo errore grossolano, mescolando dialetti e lingue. Non solo. Nello spot i dialetti e le lingue chiamate in causa sono ‘sbeffeggiate' da chi non li capisce".
Romanini rileva anche un errore storico: "Il Friuli è stato annesso al regno d'Italia solo nel 1866 e non nel 1861, quindi non c'entra nulla con i 150 anni. Addirittura zone del Friuli orientale sono divenute italiane solo dopo la prima guerra mondiale, ma limitandosi alle questioni linguistiche, il friulano - continua Romanini - è una lingua, ma la Rai, che la inserisce nello spot considerandola un dialetto, così come accade per il sardo, si dimentica di applicare ciò che dovrebbe essere inserito nel Contratto di servizio stipulato con il Ministero delle telecomunicazioni.
I friulani ricordano che la legge 482, articolo 12, comma 1, prevede che la Rai inserisca all'interno dei propri palinsesti una programmazione in lingua friulana che rimane tutt'ora disattesa. I programmi in lingua trasmessi dalla Rai sono solo quelli finanziati e sostenuti dalla Regione Fvg con apposite convenzioni. Nello spot, quindi, l'azienda di via Mazzini si è ricordata sì del friulano e del sardo, inserendo però le due lingue tra i 15 dialetti protagonisti della pubblicità, dimenticandosi che sono lingue a tutti gli effetti e che c'è una legge, non applicata dalla Rai, che le tutela.
Ecco cosa recitano gli articoli 2 e 12 della legge 482/99
Art. 2.1. In attuazione dell'articolo 6 della Costituzione e in armonia con i princípi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo.
Art. 12.1. Nella convenzione tra il Ministero delle comunicazioni e la società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo e nel conseguente contratto di servizio sono assicurate condizioni per la tutela delle minoranze linguistiche nelle zone di appartenenza.
2. Le regioni interessate possono altresí stipulare apposite convenzioni con la società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo per trasmissioni giornalistiche o programmi nelle lingue ammesse a tutela, nell'ambito delle programmazioni radiofoniche e televisive regionali della medesima società concessionaria; per le stesse finalità le regioni possono stipulare appositi accordi con emittenti locali.
3. La tutela delle minoranze linguistiche nell'ambito del sistema delle comunicazioni di massa é di competenza dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni di cui alla legge 31 luglio 1997, n. 249, fatte salve le funzioni di indirizzo della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi.

http://tv.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/spot-rai-per-l-unita-d-italia-offendono-i-dialetti/58132?video=& amp;ref=HREV-2

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IL TESTO DELL'ARTICOLO SUL CORRIERE DELLA SERA

Gli spot dei dialetti incomprensibili
Il caso Rai sull'Unità d'Italia

I protagonisti dei messaggi si esprimono nella lingua
popolare della loro terra e non vengono capiti

I primi a protestare sono stati i molisani con le Forche caudine, «giornale realizzato da professionisti d'origine molisana sparsi per il mondo». Scrive il presidente Giampiero Castellotti: «I dialetti sono come la pasta e il Colosseo, prenderli in giro vuol dire offendere la nostra cultura». Poi sono arrivati i veneti con Roberto Ciambetti, assessore regionale per la Lega: «A questo punto non pagare il canone è legittima difesa». Seguito a ruota da Christian Romanini, dell'Agenzia regionale per la lingua friulana: «Sì perché il nostro non è una dialetto ma una lingua che la Rai dovrebbe tutelare invece di sbeffeggiare ». E poi giù con le mail di protesta alla Rai, con i blog, come quello della scrittrice Michela Murgia («parlate locali rappresentate al limite del macchiettistico»), fino all'immancabile gruppo su Facebook «Vergogna, sono lingue vive!».
Da Nord a Sud, ma anche da Est ad Ovest, tutti contro gli spot Rai che celebrano i 150 anni dell'Unità d'Italia e ricordano, puntuali come Babbo Natale, che bisogna pagare il canone. La vigilessa friulana, il prete lombardo, l'allenatore campano: 15 dialetti, 15 caricature che dovrebbero far sorridere, forse riflettere, ma che per il momento fanno soprattutto litigare. Come il messaggio pedagogico che chiude lo spot sulle note di Mameli: «Se gli italiani fossero quelli di 150 anni fa, probabilmente comunicheremmo ancora così». Senza capirci, cioè. «Da allora abbiamo fatto un cammino molto importante. E la Rai è sempre stata con noi». Dissolvenza. «È come sostenere che le lingue locali sono roba da barbari e l'italiano le ha finalmente cancellate» dice l'assessore veneto Ciambetti che cita anche Pier Paolo Pasolini: «Il dialetto è l'unico modo per resistere all'acculturazione».Campania: «Vuje avite a trasi' dint''a rete comme a 'na vranga e buoje c''o sang' all'uocchie» (Dovete buttarvi nella rete come una mandria di buoi con il sangue agli occhi)
Per mamma Rai è una beffa. «Lei ha insegnato l'italiano agli italiani» disse il presidente dell'Accademia della Crusca a Mike Bongiorno, sostenendo che nel dopoguerra la tv avesse fatto quanto la scuola. Ma questo spot certifica che l'italiano ha ucciso i dialetti? «A mio giudizio - dice Luca Serianni, professore di storia della lingua italiana alla Sapienza - si tratta di una contrapposizione artificiale. Dagli anni 50 abbiamo tutti imparato l'italiano e questo è un bene da tutelare. Se poi a casa si parla anche un'altra lingua va benissimo a patto che non diventi esclusiva. Altrimenti, da mezzo di comunicazione, il dialetto diventa mezzo di esclusione». Nessun problema di convivenza, allora? Dipende. Tullio Telmon è tra gli autori di «Fondamenti di dialettologia italiana», bibbia del settore: «Dietro questi spot sembra esserci una falsa idea: e cioè che per imparare l'italiano sia necessario cancellare ogni traccia dei dialetti appresi in precedenza. E invece è vero proprio il contrario: più codici linguistici si conoscono più diventa facile impararne uno nuovo».
Il regista degli spot è Alessandro D'Alatri, che per ascoltare l'elenco delle lamentele interrompe le prove di «Scene da un matrimonio», nel ridotto del Comunale dell'Aquila. «Offendere chi usa il dialetto! Ma stiamo scherzando? Volevo solo celebrare con un sorriso quello che è sotto gli occhi di tutti: l'italiano ci ha unito, dei dialetti abbiamo conservato magari le cadenze ma perso gran parte dei vocaboli». Racconta D'Alatri che gli attori degli spot hanno chiamato nonni e vecchi zii per limare la pronuncia delle parole più difficili. Racconta anche di essere un appassionato del Risorgimento, di avere a casa l'originale dell'ultimo proclama milanese di Garibaldi e di una lettera scritta da Mazzini durante l'esilio di Londra. «Qui c'è solo qualcuno che cerca di farsi pubblicità a carico di una pubblicità. Che tristezza. E adesso, scusi, torno a Bergman».
Lorenzo Salvia
14 dicembre 2010