Sulla scomparsa di Antonio Antenucci a Guardialfiera (Cb)

Antonio Antenucci – l’ultimo stipite, il più robusto, in un bosco di tenacia, di meticolosità, di storiografia – è crollato la notte di martedì 1° dicembre, stritolato dal feroce ciclone del Coronavirus. Assieme a lui, è annientato anche il tessuto e il deposito più antico e più profondo delle memorie argomentate di Guardialfiera e del Molise.

Guardialfiera (archivio Forche Caudine)

“Ho la febbre, m’è venuta di sorpresa, a 38”, mi mormorava per telefono dieci giorni fa. E domenica mattina alle 10, soggiunge: “Vincé, chissà se questa volta me la caverò!”. Una dozzina d’ore più tardi, ecco l’irruzione straziante dell’ambulanza che lo preleva qui, e lo abbandona al Cardarelli di Campobasso, senza l‘alito di un congiunto, lì, in una solitudine inumana. Solitudine contrapposta all’altra sua “beata solitudo” dentro la quale egli – solo in casa – respirava aria sana fra rapsodie evocative, con le quali ci ha svelato il suono del silenzio.  Pensieri, fremiti, nostalgie, attese trasfigurate in 18 liriche da lui denominate “L’ultima sera”: svolazzi d’anima, planati con umiltà e affidate a me nello scorso mese di maggio, per tramandare anche l’angoscia suprema e l’addio a Cecilia, la sua sposa, stroncata dopo il lungo travaglio di una malattia rara (che mistero) proprio il 2 dicembre di otto anni fa.

Atmosfera, perciò, ancor più irreale al rito di suffragio, celebrato da don Antonio Antenucci, parroco e cugino (con lo stesso nome e cognome) dell’estinto. Inconsueta Liturgia, applicata a beneficio spirituale, in unico Sacrificio Eucaristico agli “Sposi”, appena ricongiunti in Paradiso. Un rito attraversato dai brividi della beata speranza e la cognizione del vero travaglio, costituito dall’assenza struggente in chiesa di Tiziana e di Angelo, i due figli; dei fratelli Michele e Nicolino, dei nipoti, tutti in quarantena. E tutti divenuti, così, modelli di serietà e serenità, nell’insegnarci che, solo nel dolore fecondato di fede, può concretarsi la credibilità dell’amore.

Tra me e lui, crescita e pienezza di vita insieme: dal guado del grosso Biferno nel 1947 (per raggiungere col somaro e a piedi Casacalenda laddove sostenere ì’esame d’ammissione alla Scuola Media) fino all’ultimo impietoso colloquio di domenica 29. Egli accanto a me per 30 anni, Segretario al Centro Studi (e già Segretario Comunale) a redigere verbali, a limare stile e concetti di attività. E – per rendere più lieta la sua motivazione di vita – mette ordine al disordine dell’Archivio Diocesano di Guardialfiera. Recupera oltre 1500 documenti, spalmati fra il 1634, alla metà del 1900. Tutta una Storia, la nostra storia che è quella della nostra anima e della coscienza umana.

“Caro Antonio, mercoledì mattina, aspettandoti in preghiera per l’ultimo saluto in Cattedrale, mi è sopraggiunto il ricordo di un mio lontano esilio. Lavoravo alle Poste qui nel 1960. A novembre Alfonso Tozzi, il Sindaco più giovane del Molise, avrebbe completato il suo mandato. Tu – inossidabile amico – l’avresti dovuto rimpiazzare il 16 novembre. Ma già da mesi io, con incauta esuberanza, lottavo per te, candidato Sindaco di Guardialfiera. Il mio status contagioso non sarà andato giù ad un genio fantasioso e sgretolato, venuto qui nel passato da Lupara. Era il sostenitore dell’altra bandiera. Francesco Colitto, parlamentare di gran voce, suo amico, riesce ad inviare qui un Ispettore p.t., a scandagliare nei miei spazi più intimi. Poi, a influenzare Giuseppe Piedimonte, Direttore Provinciale, ad emettere il <crucifige>. Sarò confinato nel paese più lontano e più disagevole del Molise: a Pizzone, sulle Mainarde. Ma il 2 dicembre – che misteri! – proprio il 2 dicembre sarò redento. Quel giorno tu, lieto, ancora universitario, ma già Primo Cittadino di questa Città mi riabbracciasti, esortando Renato Vincelli ad accompagnarmi con la Vespa a Guglionesi, la mia nuova Sede di servizio. Da quel 2 dicembre sto ancora a dirti grazie! Grazie per la tua mitezza con la quale ho contrastato la crudeltà del tempo. Per la tua pace, fonte segreta di molte ispirazioni. Per le parole pacate, per i tuoi gesti, le tue sane intenzioni. Ma anche, sai, per la predilezione a quel corso d’acqua “lieve e flebile” del “Vallone”; per quello sciacquio che, quasi senza rumore faceva fiorire la terra e che godevi di notte dentro la casa paterna, adiacente alla chiesa di S. Giuseppee. Un dolce fluire di acqua dalla quale creasti la carezzevole narrazione in un tema d’Italiano, che ti assicurò un 9 dal Prof. Federico Clemente, in IV^ Ginnasiale a Larino.

Vincenzo Di Sabato

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