Diseguaglianza



Il rapporto Istat sui dati della povertà in Italia relativo al 2015 ci dice che gli italiani in condizioni d’indigenza sono 4.598.000, corrispondenti al 7,6% della popolazione.
A livello territoriale i valori più alti si registrano nel Mezzogiorno con il 10% delle persone in povertà assoluta.
Nel Molise, considerando anche gli immigrati, è sotto la soglia di una condizione di vivibilità un quarto delle famiglie, pari a più di 80.000 persone, mentre in alcune aree la disoccupazione giovanile ha superato il 60%.
Sulla povertà incidono molto fattori come il numero dei componenti familiari ed il livello d’istruzione.
I fondi per il contrasto al fenomeno previsti dal governo nazionale nella misura di 4,8 milioni di euro e quelli, del tutto insufficienti, stanziati da noi nel bilancio regionale per il 2015 non sono neppure un tentativo di soluzione al problema, ma rappresentano la solita toppa in grado unicamente di nasconderlo.
La verità è che per capire il fenomeno diffuso dell’ingiustizia sociale e della diseguaglianza in Italia occorre confrontare, con un’analisi difficilmente presente sui media, i dati sulla povertà con quelli sulla diffusione della ricchezza che è sempre più nelle mani di un numero ristretto di persone.
Qui l’OCSE ci dice che nel nostro Paese l’1% della popolazione detiene il 14,3 della ricchezza nazionale netta, mentre il 40% più povero ne possiede appena il 4,9%.
La crisi economica ha aumentato questa forbice già scandalosa peggiorando la situazione dei più poveri che hanno perso ancora il 4% del loro reddito a fronte dei più abbienti che lo hanno visto abbassarsi di appena l’1%.
Non occorre un matematico o uno statistico per capire che la differenza di reddito tra un manager, un politico, un professionista, un industriale ed un operaio pagato con i voucher o un disoccupato è davvero incomprensibile sul piano della giustizia sociale.
Non possiamo fingere d’ignorare che, a fronte di tale situazione, i “fondi per il contrasto alla povertà” sono un inganno verso i poveri i quali non vogliono l’assistenza sociale, ma il diritto alla dignità sociale ed al lavoro previsti con chiarezza estrema rispettivamente negli articoli 3 e 4 della Costituzione Italiana.
Le politiche sociali in favore dei soggetti in stato di bisogno, allora, possono essere comprese solo in via provvisoria, ma vanno comunque superate con un reddito minimo garantito capace di avviare ogni cittadino ad un lavoro dignitoso ed equamente retribuito.
La condivisone dei beni non è certo nel DNA del neoliberismo e di quanti oggi ne regolano il sistema economico, ma certo non è tollerabile che esista una minoranza con una ricchezza senza limiti ed una gran parte dell’umanità che muore ancora per fame.
Occorre dunque affrontare il discorso di una giusta redistribuzione del lavoro e della ricchezza che deve necessariamente essere legata non al sostegno di privilegi, raccomandazioni e corruzione, ma al principio di uguaglianza che, in ogni caso, non può continuare ad essere una parola vuota, ma deve affermarsi come il diritto per ciascuno al “pieno sviluppo della persona umana e all’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Art. 3 della Costituzione Italiana).
Non riusciremo ad affermare questo fondamentale valore sociale senza superare certamente la crisi economica, ma soprattutto quella di natura etica legata agli egoismi individuali e l’altra di stampo politico dovuta a tatticismi sempre più eclatanti in difesa del potere e del benessere di pochi.
La politica per essere credibile ha necessità impellente di rifondare una democrazia reale e di ripartire non dal superfluo delle cerchie dei potenti, ma dai bisogni essenziali dell’intera popolazione.
Il compito di noi cittadini ovviamente è quello di uscire dall’inettitudine impegnandoci a rifondare strutture, progetti e mezzi di realizzazione di una società che abbia a cuore il bene comune inteso come benessere per tutti.
È sconsolante constatare come le masse del movimento studentesco e dei lavoratori che a fine anni ’60 scendevano in piazza contro la “giungla retributiva” oggi sembrano assenti da qualunque rivendicazione relativa a quell’egalitarismo che costituiva uno dei pilastri di quella sinistra oggi diventata un fantasma.
Qualche giorno fa sui social è apparso un fotomontaggio del quadro “Il quarto stato” di Pellizza da Volpedo in cui erano rimasti solo i tre personaggi centrali in primo piano che si chiedevano dove fosse finita la folla di dimostranti alle loro spalle.
Questa satira, come metafora dell’abbandono da parte di molti dell’impegno per la costruzione di una società giusta ed egalitaria, dovrebbe farci riflettere molto sulla necessità di essere sempre parte attiva nella soluzione dei problemi che interessano la vita collettiva.

(Umberto Berardo – 21 luglio 2016)

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