Conte e Cinquestelle, qualcosa non torna (più)

Non sappiamo, ovviamente, come andrà a finire questa trattativa estenuante e probabilmente imperitura tra Giuseppe Conte e il Movimento Cinquestelle, nella persona di Beppe Grillo quale capoclasse in pectore. Una “appassionante” contrattazione per l’investitura dell’avvocato della Capitanata e del Granducato di Toscana – ex degli italiani – quale pastore del gregge pentastellato decisamente “confuso e infelice”.

I grillini, nati come movimento antisistema, sono forse diventati i più democristiani del quadro politico. Ci manca soltanto un bel convegno su don Luigi Sturzo, casomai presieduto da Gerardo Bianco, per oltrepassare del tutto lo steccato. Dalla rinuncia alle battaglie No-Tav e No-Tap e No-Acronimi del genere e dai flop nelle giunte locali – i migliori, come Pizzarotti a Parma, hanno lasciato il partito – fino al caso dell’Ilva a Taranto passando per il sostegno alla Von der Leyen e a Draghi, quello che fu il partito di Casaleggio ha ormai nell’ex premier una delle poche ancore di salvezza. Giuseppe Conte potrebbe essere il naturale suggello alla svolta moderata in cerca del solito “centro di gravità permanente” che ha avuto prestigiosi rabdomanti storici in Clemente Mastella, attuale sindaco di Benevento e Lorenzo Cesa, lo statista da Arcinazzo Romano.

Forse l’aspetto più brioso della mediazione, che i grillini edulcorano come “confronto fisiologico”, è la colonna di esponenti del Movimento – i diplomatici Paola Taverna, Ettore Licheri e Stefano Patuanelli – che entrano in gruppo nel portone dell’elegante condominio romano del professor Conte cercando di evitare lo strappo finale con Beppe Grillo. I parlamentari descrivono l’ex premier amareggiato e ciò desta stupore in quanto nessuno come Conte dovrebbe conoscere bene gli esponenti del suo Movimento di riferimento.

Dal momento che l’ex Avvocato degli italiani dovrebbe definitivamente rivestire il trasandato e scapigliato grillismo con giacche di Cenci e cravatte Marinella, è lecito domandarsi perché l’ex presidente del Consiglio, che comunque gode ancora di un buon seguito personale nel Paese, non si fondi un partito tutto suo, provocando sicuramente – all’italiana maniera – la diaspora biblica di parlamentari da diverse formazioni verso il nuovo Mosè. Allora sì che rivedremmo un po’ di “normalità”.

(G.C.)

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