Il Molise e il post Covid

Tutte la grandi catastrofi hanno prodotto cambiamenti e insegnamenti (non sempre seguiti) su come difendersi dalle loro conseguenze e ora ci chiediamo che ne sarà di noi dopo lo stramaledetto Covid-19. In proposito è in corso sul sito de “Il Bene Comune” una stimolante discussione con contributi di Antonio Ruggieri, Monsignor Bregantini, Gino Massullo, Umberto Berardo, Nicolino Civitella e Rossano Pazzagli. Oggetto: il futuro del Molise dopo il coronavirus e la speranza che la pandemia diventi un’opportunità.

E’ quasi scontato che il post virus scombinerà molti assetti precedenti anche dalle nostre parti. Toma ha un bel commuoversi (e noi con lui) sul sacrificio di tanti molisani, ma quando usciremo dal tunnel tutta l’impalcatura del sistema politico mediatico retto sull’imprenditoria sanitaria privata fatalmente scricchiolerà e lo stesso Governatore potrebbe essere vittima del crollo visto che “niente sarà più come prima”.

Credo perciò che il momento sia quanto mai propizio per rinverdire il tema richiamato da Antonio Ruggieri secondo cui il Molise ha ora una chance per diventare una regione-laboratorio. E’ il tema della speciale “unicità” del Molise che molti di noi accarezzano da quasi trent’anni quando la individuò Domenico De Masi, autorevole sociologo, non a caso di nascita molisana (Rotello) che studia per mestiere i problemi dello sviluppo. Fu lui infatti a lanciare una specie di manifesto della regione-laboratorio dal titolo Quella città vivibile chiamata Molise pubblicato su un mensile di cui ero responsabile (Molise, Nº 1, giugno 1992). Credo particolarmente utile qui riproporlo letteralmente.

«Il Molise è una città di 330 mila abitanti, con un paio di quartieri più grandi (uno si chiama Campobasso, l’altro si chiama Isernia), con una decina di quartieri più piccoli (Termoli o Larino o Venafro), e con alcune decine di quartieri ancora più piccoli: quasi case sparse in un mare di verde. Una città che, tutta insieme, non raggiunge la popolazione di un quartiere di Roma o di Napoli. Questa “città”, nell’era industriale tutta centrata sulla grande produzione manifatturiera, sarebbe stata considerata una “regione”, per di più arretrata: con poche materie prime, poche fabbriche, fuori dai grandi circuiti dei viaggi e della cultura urbana, con centri abitati difficilmente collegabili tra di loro. Questà “città”, nell’era post-industriale (cioè nella nostra era) centrata sull’uso dell’informazione, dell’estetica, dei valori e dei simboli, è una città a tutti gli effetti: i suoi centri sono facilmente raggiungibili, la radio, la televisione, l’elettronica, i telefoni, i fax sono in grado di metterla in connessione con tutto il mondo, la scolarizzazione ne fa un ricettore e una emittente di idee. Se leggete le proposte dei migliori urbanisti del mondo su come dovrebbe essere la città ideale, vi accorgete che essa somiglia al Molise in modo sorprendente: alto rapporto tra territorio e popolazione residente, grandi spazi verdi tra quartiere e quartiere, facile raggiungibilità reciproca, mix equilibrato di attività primarie, secondarie e terziarie, senza prevaricazione dell’industria sugli altri settori.

Mi rendo conto che questa mia tesi può apparire eccentrica. Ma io non dico che il Molise è già, oggi, il luogo ideale dove vivere: dico che, a differenza di altre regioni già irrimediabilmente compromesse, questa è ancora in tempo per auto-progettarsi in base ad una visione d’insieme che la faccia saltare dalla fase rurale a quella post-industriale senza pagare il pedaggio altissimo (di sconquasso ecologico e di alienazione sociale) imposto dall’esperienza industriale.»

(Giuseppe Tabasso)

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