Un Dpcm da Conte ter

Abbiamo assistito alla prima conferenza stampa dell’era Draghi. L’assenza del premier è certamente una scelta coscienziosa rispetto all’inflazione di presenzialismo che caratterizza ormai da anni la politica contemporanea.

Per il resto, però, il tavolo dei relatori ha ricordato le tante conferenze che hanno caratterizzato l’emergenza Covid gestita dall’esecutivo Conte. Insomma, nel segno della più assoluta continuità.

In sostanza, Brusaferro, Locatelli e Speranza confermano quelle scelte “giolittiane” che cercano di non scontentare alcuno, tra sperticati elogi di interlocutori di tutti i tipi, dagli enti locali ai laboratori di analisi. Tra l’altro le risposte degli “esperti” alle più efficaci domande dei giornalisti sono abbastanza “abbottonate”: in particolare a quelle di un giornalista inglese sul perché della massiccia diffusione in Italia di mascherine taroccate (colpevoli anche di far ammalare le persone?) o sulla variante nigeriana, che sembra sia la più pericolosa.

L’aggiunta della ministra Gelmini al tavolo non segna certamente una svolta nel modus operandi della gestione della pandemia.

I nodi restano tutti lì: perché prendere decisioni basate su analisi di situazioni vecchie già di diversi giorni? Perché non anticipare il virus anziché eternamente inseguirlo? Se da due settimane i numeri delle terapie intensive sono in crescita – e la stessa tendenza ce l’hanno i ricoveri – perché non intervenire subito? Che senso ha stabilire dei parametri legati al numero dei contagi quando questo dato è determinato dal numero dei tamponi? E che senso ha parlare di riorganizzazione della campagna vaccinale se manca la materia prima?

Queste le domande a cui gradiremmo avere risposte.

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