Immigrazione: un fenomeno complesso



Per popolazione immigrata, con quasi sei milioni di residenti nati all’estero, l’Italia è al quinto posto nell’Unione Europea dopo Germania, Regno Unito, Francia e Spagna.
Più difficile è avere dati certi sui rifugiati ed i richiedenti asilo, ma gli sbarchi sono continui ed in forte aumento nel 2016 che ha visto una prevalenza di maschi pari al 71% e di minori non accompagnati con il 16%.
Poiché dalla fine del secolo scorso i flussi di movimento migratorio dai paesi dell’Asia e dell’Africa verso l’Europa sono enormemente aumentati, l’Unione Europea ha deciso di darsi criteri di regolamentazione relativa allo status di rifugiato o richiedente asilo.
È nata così la Convenzione di Dublino, approvata il 15 giugno 1990 ed entrata in vigore il 1° settembre 1997.
Questa prevede che il richiedente asilo o rifugiato dimori nello Stato in cui ha fatto il proprio ingresso, nel quale avviene il riconoscimento e si presenta la domanda di asilo.
Lo stesso Consiglio Europeo per i rifugiati e gli esuli ha dichiarato che tali criteri non riescono a garantire una forma di accoglienza e protezione adeguata, ma non si è mai proceduto alla modifica della Convenzione di Dublino, neppure quando molti Paesi europei hanno chiuso agli immigrati le loro frontiere con il Brexit o con il filo spinato.
L’Italia ha avuto in passato quasi esclusivamente flussi di popolazione in uscita con quasi 24 milioni di emigrati, ma negli ultimi decenni, per la sua posizione geografica che la pone al centro del Mediterraneo, è diventata luogo di approdo per migliaia di persone all’anno che per motivi politici, economici o socio-culturali raggiungono le nostre coste nella estrema precarietà di viaggi organizzati per fini di lucro da gente senza scrupoli.
Nelle traversate dalle coste africane i morti ormai hanno raggiunto numeri impressionanti e comunque non sempre verificabili.
Prima l’Italia con “Mare Nostrum” e poi L’Unione Europea con “Triton” sono intervenute per trarre in salvo persone spesso abbandonate tra le onde da scafisti senza alcuna umanità, ma non sono riuscite a bloccare l’immondo traffico di esseri umani che è diventato per tanti un affare tra i più loschi mai conosciuti nella storia.
Abbiamo già scritto con estrema chiarezza che il diritto ad emigrare é indiscutibile e va garantito, come è accaduto anche per i nostri connazionali, ad ogni essere umano perseguitato dalla povertà, dalla guerra o da dittature che ne negano i diritti umani a partire da quello alla vita.
Poiché l’immigrazione è un fenomeno complesso nelle cause, negli sviluppi e nelle conseguenze, è evidente che va affrontato con razionalità soprattutto per evitare egoismi individualistici, xenofobia, razzismo e rigurgiti di nazionalismo.
Il primo passo da fare è quello di una governance dei problemi e delle cause che generano flussi migratori così massicci e perciò stesso di difficile gestione.
Tutto questo non sarà mai possibile se non si riesce a creare un dialogo con i Paesi di partenza per dare lì soluzioni locali ai problemi delle popolazioni autoctone.
Occorre ancora eliminare alla radice con decise azioni di deterrenza lo sporco traffico di esseri umani organizzato da associazioni criminali negli Stati dell’Africa che si affacciano sul Mediterraneo.
L’Italia, la Grecia e la Spagna hanno fatto sicuramente la loro parte in uno sforzo umanitario di accoglienza che tuttavia non possono gestire in maniera adeguata se esso non è condiviso dall’intera Europa.
Lampedusa anzitutto, ma anche i tanti centri di ricezione sparsi nei Paesi sopra menzionati rischiano di implodere se gli altri Stati europei non si convincono a fare la loro parte in merito.
È assurdo inoltre pensare di gestire i flussi affidandosi a pagamento ieri a Gheddafi ed oggi ad Erdogan, dittatori di cui è impossibile fidarsi sul piano della garanzia dei diritti umani.
La decisione da assumere pertanto è quella di superare la Convenzione di Dublino e di ridistribuire profughi e richiedenti asilo almeno tra tutti i Paesi aderenti all’Unione Europea; diversamente si finirebbe ingiustamente ed insopportabilmente per penalizzare solo i territori di prima accoglienza.
Se non s’imbocca tale strada di condivisione dello sforzo umanitario in atto e si cede ai nazionalismi sempre più disumani, è quasi certo che l’esperienza nel cammino verso un’unione politica in Europa naufragherà in modo definitivo.
Esiste poi una malavita internazionale da sconfiggere che non solo alimenta ed incoraggia i flussi, ma rischia d’inserirsi in un’accoglienza che in Italia dà la sensazione di essere fatta senza alcun progetto serio d’integrazione ed affidata spesso a cooperative improvvisate e che alcuni vedono talora create purtroppo ancora in modo clientelare.
L’assegnazione dei profughi fatta dai prefetti, senza un confronto continuo con i sindaci e con le popolazioni, sta creando nelle piccole comunità, ma anche in alcuni quartieri di grandi città, situazioni conflittuali interetniche che talora si possono attribuire a paure inutili o a pregiudizi xenofobi, ma in alcuni casi sono il frutto di una gestione improvvisata.
Se l’accoglienza dovesse ridursi alla garanzia di vitto ed alloggio senza alcuna prospettiva di integrazione socio-culturale e d’inserimento nelle comunità ospitanti, dimostreremmo chiaramente il suo fallimento sul piano umano.
Non è sufficiente, come ha fatto nei giorni scorsi il nostro governo, annunciare la volontà di veto italiano sul bilancio dell’Unione Europea finalizzato al conseguimento di più risorse per migranti ed occupazione.
L’immigrazione e la sua gestione ha bisogno di un progetto politico di largo respiro, equilibrato e razionale che deve avere azioni ed obiettivi di carattere nazionale e internazionale.
Noi abbiamo la sensazione che in Italia, ma anche in Europa, si navighi a vista, come suole dirsi, considerato che ancora non s’immagina neppure un grande summit sulla questione da tenere in ambito ONU.
Governare il fenomeno in maniera adeguata significa in ogni caso non lasciarlo in mano ad ipocrisie interessate, a diffidenze preconcette o ad entusiasmi istintivi.
L’immigrazione ha una complessità tale che la sua gestione richiede davvero un esercizio di riflessione e di elaborazione politica capace di vederne una regolamentazione equilibrata che può venire solo da decisioni politiche approvate in modo democratico e con il consenso delle popolazioni ospitanti.

(Umberto Berardo – 18 novembre 2016)

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