Informazione “alla molisana”



Il Molise, terra di perenni contraddizioni, presenta una marcata discrasia anche in un settore delicatissimo come quello dell’informazione. Qui i confini che separano termini quali “giornalismo”, “giornale cartaceo”, “giornale online”, “intervista”, “inchiesta” sono pericolosamente marcati.
Se dovessimo soffermarci, infatti, sul giornalismo molisano, verrebbero in mente per lo più grandi maestri del mestiere affermatisi altrove. Scardocchia su tutti. Ma anche Orlando, Pistilli, Petracca, lo stesso Tabasso, fino ad una schiera di redattori presenti nelle principali testate giornalistiche nazionali.
Se dovessimo, invece, analizzare dettagliatamente il panorama molisano dei giornali locali, emergerebbero palesi incoerenze. Ad esempio: com’è possibile che in una regione abitata da meno di 300mila persone, più o meno quante ne vivono in un quartiere capitolino, e con uno dei tassi di lettura più bassi d’Italia si stampino ben sei quotidiani cartacei con la cronaca locale, con interessi provenienti anche da oltreconfine, Roma, Ciociaria e Sannio beneventano compresi?
E’ palese che in un mercato dove la diffusione media di copie non vada oltre il migliaio e il bacino pubblicitario sia quasi insignificante per i bilanci aziendali non potrebbe reggere una qualsiasi iniziativa editoriale quotidiana, a meno che il passivo sia messo in preventivo (alleviato o bonificato da prebende di Stato o controbilanciato da altri interessi). O, ipotesi di riserva, si registri un’inflazione di imprenditori dalle tendenze masochiste o con depressioni da Ect.
Certo, sui pesantissimi e discutibili finanziamenti ai giornali – da quelli di partito a quelli per gli italiani all’estero, da quelli nazionali a quelli localissimi – si discute da anni. Non ci sono soltanto la presidenza del consiglio dei ministri, il dipartimento per l’informazione e l’editoria, le casse nazionali. Ma anche gli enti locali, che in genere agiscono con la pubblicità istituzionale. Da una parte esigenze “culturali” e democratiche, dall’altra un’accusa di clientele e di sprechi.
Accantonata, quindi, l’idea un po’ romantica dell’editore puro, occorre prendere in considerazione l’ipotesi – che affiora ciclicamente tra differenti sponde animate da una parte da sconcertati stupori e dall’altra da sperticanti plausi – che i cordoni di alcune borse, a tutti i livelli, abbiano un certo peso non solo nei bilanci di qualche azienda ma anche nella scelta e nella disposizione delle parole che fuoriescono dai computer di redazione. Tale congettura, non proprio blasfema, può ad esempio servire a spiegare certi repentini cambiamenti di rotta nella linea di una testata, o gli “scavallamenti” in corsa di alcuni corsivisti, persino lo spazio eccessivo riservato a certi eventi o ad artisti nelle grazie dei centri di potere, o ancora le infinite paginate riservate, senza pudore, al profeta politico più trendy, accompagnato da foto di vent’anni prima, abile nello spifferare le ovvietà di turno.
Qui la discrasia tra alcune testate si annulla ed il mix dei comunicati dell’amministratore di turno troneggia tra serpentine fotografiche di compleanni, cresime e anniversari di matrimonio, immancabili eventi funesti causati da fulmini e da motori nonché lembi di cronache procacciati in microaree aride di notizie (qualche giorno fa veniva rimpallato tra i computer dei romani d’origine molisana l’emblematico racconto di un orso famelico di ovini volturensi).
C’è una parola che viene tirata fuori per giustificare tutto ciò: pluralismo. In fondo, si potrebbe osservare, soltanto con il moltiplicarsi delle redazioni si possono allevare i Montanelli del domani. Tutto vero. C’è però da domandarsi perché il panorama sia così frastagliato in ogni sua piega: mentre alcune testate garantiscono condizioni di lavoro degne del mestiere (ad esempio i quotidiani che assicurano il praticantato), altre distribuiscono oboli ad instancabili trentenni; mentre alcuni giornali rispettano un’obiettività di massima, altri in modo spudorato fanno da cassa di risonanza del personaggio locale di riferimento, il quale in genere è specializzato non a partorire proposte ma ad alzare le solite polemiche di cui è infarcita buona parte della stampa molisana; mentre c’è chi accenna a qualche “scomoda” inchiesta, altri sembrano totalmente assorbiti da orsi ingordi di pecore, trattori che si ribaltano, presentazioni di libri autoprodotti, cronache dettagliate delle feste patronali. Monitorare la qualità delle scelte amministrative, degli ospedali, delle scuole, della formazione può allora essere retrocesso a dettaglio per un “cane da guardia” quale dovrebbe essere uno strumento d’informazione.
Il vero paradosso è che mentre la regione è percorsa da questa febbre di comunicazione, all’esterno il Molise mediatico conta come il classico due di spade quando regna bastoni. Un paio di esempi degli ultimi giorni: il ritrovamento archeologico di Campomarino e il tartufo da record scoperto a Frosolone. Sono due notizie, ovviamente di natura diversa, che avrebbero tranquillamente potuto avere un’eco nazionale. E invece si sono arenate per lo più nella stampa locale. Non a caso la maggiore agenzia di stampa copre la regione con la sede di Pescara e altre agenzie non includono il Molise nelle cronache regionali.
In tema di comunicazione, la soluzione più idonea per oltrepassare gli ardui confini molisani è proprio il web. Lo disse in Molise (a Bagnoli del Trigno), nel corso di un convegno (vent’anni fa !), l’economista Fabio Scacciavillani, che vive all’estero praticamente da sempre. Strumento efficace, economico, globale. Peccato che ancora oggi molti amministratori molisani non lo usino. Ammettono con un sorriso, come se la cosa fosse divertente: “Il computer non lo so nemmeno accendere”.
Eppure farebbero bene ad accenderlo il pc. Perché le migliori inchieste sul Molise se le possono leggere anche su carta usomano. Ma prodotta da una stampante collegata ad internet, direzionata sui tanti giornali online che rappresentano spesso il fiore all’occhiello per questo territorio che ha tanta voglia di raccontare e di raccontarsi. Perché in rete spesso viaggia un Molise diverso, giovane, aperto, sensibile, dinamico, capace di sperimentare, di catturare nuovi linguaggi, di diversificarsi. Persino meno ricattabile perché portatore d’interessi più difficili da valutare. Un Molise solidale, dove la testata concorrente non è una minaccia ma un elemento aggiuntivo e rafforzativo di un comparto. E’ questa la sfida comunicativa dell’immediato futuro, che permette di raggiungere target globali con minimi investimenti. Ne sa qualcosa Obama. E prima di lui altri giovani presidenti in tutto il mondo, ad iniziare da Nicolas Sarkozy. Ignorare il web significa tagliare fuori una fetta importante della società di oggi e di domani.
Non è allora altrettanto chiaro perché questi giornali “virtuali”, certamente meno “dinamici” nei bilanci aziendali e negli interessi paralleli, vengano probabilmente esclusi – benché equiparati in tutti i tribunali della stampa – dalla tanto agognata legge (proposta di legge numero 76 del 2007) che dovrebbe assicurare fondi a chi fa informazione. O meglio, un’informazione “con certe caratteristiche”. Infatti dovrebbero essere tagliati fuori anche gli editori che già attingono a finanziamenti nazionali, europei o comunque extraregionali (è il caso di Ciarrapico con il suo “Nuovo Oggi Molise”). Pertanto la legge, per fortuna ancora in fase di bozza, finirebbe per sostenere un club molto ristretto.
Il contraddittorio Molise, insomma, continua a caratterizzarsi per questi provvedimenti che con un eufemismo possiamo definire “parziali”.
In questi giorni c’è un’altra proposta di legge attesa da anni: quella che riguarda l’associazionismo molisano in Italia. Anche qui si vive una situazione paradossale tutta molisana: le associazioni con residenza in Molise godono di un proprio albo regionale, quelle all’estero di una Consulta, mentre quelle “italiane” è come se non esistessero. Salvo poi contattarle per riempire le sale delle manifestazioni istituzionali nella Capitale o a Milano.

(Erennio Ponzio)

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