Un Dio violento?



La storia dell’umanità è sicuramente intrisa di violenza presente in lotte di liberazione, ma soprattutto in guerre di conquista territoriale, di soggezione personale e di sottomissione a livello culturale, economico e perfino religioso.
Forme di brutalità sono sicuramente possibili in relazione alla libertà di scelta da parte degli esseri umani nella strutturazione della società e dell’ordine mondiale, ma fanno riferimento causale a processi d’ispirazione che traggono la propria origine da nefasti sistemi di pensiero, come da testi filosofici, letterari e perfino sacri.
Tra essi, senza dilungarci, potremmo fare cenno ai Poemi Omerici, all’Eneide, al De Bello Civile, alla Divina Commedia, alla Gerusalemme Liberata, come alle teorie di Friedrich Nietzsche o al Mein Kampf di Adolf Hitler.
Senza allargare troppo l’angolo visuale di questa ricerca ci fermeremo sui testi delle più diffuse religioni monoteiste.
Soprattutto in relazione al terrorismo islamico, in quella sorta di guerra asimmetrica presente proprio in questo scorcio di inizio del terzo millennio, c’é chi s’interroga se la violenza sconcertante presente nelle azioni di Al Qaeda, dell’ISIS o di Boko Haram, effetti anche della politica imperialistica del mondo occidentale che ha generato tali movimenti, se ne è servita senza poi riuscire a controllarli, non sia addebitabile a passaggi del Corano che riguardano specialmente il periodo di Maometto a Medina.
Si tratta di Sure la cui carenza di analisi ermeneutica, di contestualizzazione e di depoliticizzazione frena la ricerca teologica e crea dualismi interpretativi che generano confusione.
Riferimenti alla violenza sono indubbiamente presenti anche nella Bibbia.
Nel Vecchio Testamento Esodo e Maccabei ne sono intrisi, ma anche nel Nuovo Testamento non mancano pagine come le seguenti: “Non sono venuto a portare la pace ma la spada” (Mt. 10: 34) o “Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare”(Mt. 18,6).
I riflessi di violenza ed intolleranza verso nemici, pagani, infedeli, miscredenti o atei, comunque vengano definiti nei testi sacri, sappiamo purtroppo quanto abbiano generato più volte nella storia fondamentalismi, estremismi ed orrori come nel caso delle Crociate, delle conquiste e conversioni violente di intere popolazioni sudamericane o nella Shoa.
D’altronde il concetto e la prassi della non violenza nella soluzione dei conflitti è relativamente recente sul piano storico.
Il Cristianesimo, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, è riuscito a condurre teologicamente e culturalmente un’analisi esegetica ed una contestualizzazione della Scrittura che sicuramente è “parola di Dio”, come si ripete sistematicamente dopo le letture nella celebrazione eucaristica, ma arriva a noi attraverso forme linguistiche, stratificazioni e mediazioni di costume, di mentalità, di modi di pensare che cercano talora di definire un’immagine di Dio propria di un determinato momento storico e di particolari condizioni esistenziali.
In tal senso la veemenza dei testi sacri, ma spesso anche la loro misoginia vanno riconosciute, contestualizzate razionalmente e legate ad una mentalità che è quella del tempo in cui vi è stata la scritturazione.
In ogni caso la violenza nel nome di Dio è pura blasfemia ed investe un’immagine della divinità funzionale alla peggiore forma di superamento delle tensioni sociali, economiche, politiche o antropologiche.
C’é chi sostiene che dal lezionario domenicale della Messa siano stati eliminati tanti passi biblici che associano fede e violenza, ma davvero è difficile, pur consapevoli della valenza simbolica dei termini o del loro contesto storico originario, continuare a ripetere durante la celebrazione eucaristica “tuo il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli”, “non ci indurre in tentazione” invece che “tienici lontano dalla tentazione”, oppure nella lettera agli Efesini “le donne siano soggette ai mariti come al Signore”, espressioni tra l’altro arcaiche che ancora ci allontanano da un Dio che si è incarnato, è stato crocifisso ed è resuscitato non certo per essere potente, bensì per disinnescare con la morte sulla croce proprio il male, il peccato e l’aggressività presenti nel cuore degli esseri umani.
Anche sui canti che accompagnano le liturgie occorrerebbe fare un’analisi testuale e formale molto accurata.
Se quindi ogni affermazione delle scritture non è necessariamente ispirata, ma spesso legata ad elementi culturalmente contestuali al periodo di scritturazione, occorre nella fede seguire un percorso di ricerca e discernimento che riesca a cogliere il senso profondo del messaggio evangelico visibilissimo ad esempio nel “Discorso della montagna” o in talune pagine degli Atti degli apostoli che rappresentano la testimonianza di una verità proposta da Gesù con le beatitudini per sradicare dal mondo proprio la violenza e la prevaricazione, costruendo una civiltà fondata sull’amore gratuito per l’altro e dunque sulla creazione della giustizia sociale.
La ricerca della verità deve passare allora attraverso il senso complesso dei testi per individuare in modo chiaro lo spirito del messaggio di Dio.
Una riflessione critica dei testi sacri in tal senso va fatta sicuramente attraverso un percorso illuminante all’interno del popolo di Dio durante le celebrazioni o i riti, ma soprattutto con corsi di teologia ed esegesi che hanno bisogno di grande spessore sul piano della ricerca teologica.
Se è vero, però, come noi crediamo, che la violenza, al di là dei testi sacri, segni tanta parte della civiltà umana fino ai nostri giorni, abbiamo bisogno di dare nuovo e continuo spazio nel processo educativo a messaggi di vita, di gioia e di felicità piuttosto che a quelli di degrado psicologico ed etico, d’intolleranza, di oppressione e di morte.
In questa direzione la famiglia e la scuola devono assumere responsabilità nuove cui finora hanno derogato.

(Umberto Berardo – 16 marzo 2016)

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