Il nuovo Dpcm, provvedimenti deboli

Allarmano i contagi del Coronavirus che stanno raggiungendo numeri davvero elevati e che si sviluppano in focolai derivanti sempre più da assembramenti dovuti all’irrazionalità comportamentale di molti cittadini.

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale un nuovo DPCM, esecutivo dal 19 ottobre, con misure che secondo il governo italiano dovrebbero limitare l’avanzante ondata di Covid-19.

Da un annuncio di possibile coprifuoco nelle ore della tarda serata e della notte si è arrivati unicamente a talune limitazioni che sono il frutto delle mediazioni cercate del ministro per le Autonomie Francesco Boccia.

Ad essere sinceri nel testo del decreto la regolazione delle attività di ristorazione è alquanto ambigua ed elusiva soprattutto quando si parla della ristorazione da asporto, con divieto di consumazione “nelle adiacenze” la cui interpretazione diventa davvero difficile.

Compresa la necessità di salvaguardare le attività economiche, non si è avuto il coraggio invece di eliminare drasticamente la pericolosità degli assembramenti della movida scaricando sui sindaci nella bozza l’eventuale chiusura di piazze e strade dei centri urbani, ma poi lasciando una spaventosa indeterminazione sul testo definitivo nella frase “Delle strade o piazze nei centri urbani, dove si possono creare situazioni di assembramento, può essere disposta la chiusura al pubblico dopo le ore 21,00 ”.

È sparito il riferimento alle responsabilità dirette dei sindaci che tuttavia rimane nella realtà anche se smussata nei termini.

Le palestre e le piscine rimangono aperte purché in una settimana si adeguino rigorosamente ai protocolli, mentre restano vietati gli sport di contatto e le relative scuole.

Per alleggerire il trasporto locale si prevede un aumento dello Smart Working dal 50% al 75%.

Nelle scuole rimane la didattica in presenza ma si lascia aperto il ricorso alla flessibilità, soprattutto per le scuole secondarie e per le università, non solo negli ingressi posticipati, negli orari e nei turni anche pomeridiani, ma anche nell’eventuale ricorso alla didattica a distanza alternata a quella nelle classi solo in situazioni critiche “previa comunicazione al Ministero dell’Istruzione da parte delle autorità regionali, locali o sanitarie delle situazioni critiche e di particolare rischio riferito ai specifici contesti territoriali” come si legge nel nuovo decreto.

Saranno proibite fiere e sagre locali come le attività convegnistiche e congressuali mentre le cerimonie pubbliche dovranno seguire i protocolli vigenti.

Aperte sale giochi e scommesse dalle ore 8.00 alle 21,00.

Cinema e teatri resteranno aperti ma con spettatori contingentati.

Per ciò che riguarda l’applicazione Immuni è fatto obbligo “all’operatore sanitario del Dipartimento di prevenzione della azienda sanitaria locale, accedendo al sistema centrale di Immuni, di caricare il codice chiave in presenza di un caso di positività”

Con grande franchezza siamo di fronte ad un decreto che, parafrasando il gergo calcistico, cerca il rifugio in calcio d’angolo.

Intanto non viene affrontato nella maniera adeguata e lasciato all’aleatorietà uno dei temi centrali che è proprio quello del superamento degli assembramenti e dei contatti ravvicinati tra le persone che, secondo gli esperti, sono la causa principale dei contagi.

L’affollamento sui mezzi di trasporto viene eluso mentre andrebbe affrontato il prima possibile con il potenziamento dei mezzi e la regolamentazione negli accessi che non può essere quella attuale dell’80%.

Nessun accenno al potenziamento dei servizi sanitari che, oltre alle strutture ospedaliere, devono necessariamente prevedere prestazioni territoriali e domiciliari efficienti e legate alle necessità delle popolazioni.

Su tre diritti fondamentali poi quali quello alla salute, all’istruzione ed al trasporto dobbiamo presto pensare ad una gestione degli stessi a livello nazionale per due ragioni fondamentali che sono quelle di un’eguale loro garanzia per tutti i cittadini sul territorio e per non lasciarli più alla mercé di classi dirigenti locali che talora manifestano nelle decisioni frettolosità, pressappochismo o addirittura incompetenza.

Permane inoltre un’enorme vaghezza e approssimazione nel sistema di comunicazione non solo dei dati relativi alla pandemia in atto, ma anche nelle indicazioni comportamentali ai cittadini per ridurre i pericoli di contagio.

Dare ad esempio i numeri dei nuovi cosiddetti positivi senza alcuna differenziazione tra sintomatici, asintomatici, infettanti o malati è del tutto riduttivo e non aiuta certo a far progredire un’informazione scientifica sul fenomeno come di recente ha sottolineato il prof. Giorgio Palù.

Il percorso che ci separa dal superamento di questa difficilissima pandemia è sicuramente ancora lungo e, in attesa di un vaccino efficace, abbiamo la necessità di isolare incompetenza informativa, negazionismi ed allarmismi per creare nei cittadini un comportamento equilibrato che ci permetta di difenderci dal virus possibilmente mantenendo inalterati o almeno efficienti i diritti fondamentali per tutti come quello alla vita, alla salute, al lavoro, all’istruzione ed alla libertà che, come giorni fa ha precisato il presidente Mattarella, non può essere libero arbitrio, ma deve coniugarsi con le esigenze altrui e con il bene comune.

Sicuramente qualsiasi osservatore attento capisce che questo nuovo DPCM è una mediazione non proprio riuscita tra PIL e salute dei cittadini, avvenuta tra l’altro faticosamente nel confronto tra le forze della maggioranza parlamentare, ma anche tra il governo e le regioni.

Ne è nato un provvedimento incapace di provvedimenti mirati, ma anche pieno d’incertezze ed esitazioni che sicuramente lasciano molti problemi irrisolti con il pericolo oltretutto di ripetere un nuovo lockdown che sarebbe davvero esiziale per il Paese.

(Umberto Berardo)

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