Il vaccino, bene comune

È ormai da più di un anno che stiamo lottando contro una diffusione del Coronavirus le cui origini secondo l’Oms sarebbero negli animali, anche se non ci dicono ancora il sistema di penetrazione del virus in talune specie di essi; dunque, come suol dirsi, la ricerca è ancora work in progress.

Mentre scriviamo sono 107.252.265 i casi di contagio confermati nel mondo e 2.355.339 sono i decessi.

Questa pandemia ci sta costando lutti, malattie, sacrifici e una crisi economica che accentua in maniera intollerabile le disuguaglianze mentre la povertà alza il suo grido inascoltato verso l’opulenza di un mondo industrializzato sempre più egoistico e sordo.

Proprio alla fine del trascorso annus horribilis 2020 si è affacciata una speranza contro il Covid-19, questo terrificante agente patogeno che non siamo riusciti a fermare per colpa dello stato di grave arretramento della sanità pubblica, effetto di scelte politiche suicide, e di provvedimenti di contrasto al virus che sono stati allegramente allentati nel corso dell’estate e dell’autunno.

Mentre sono in fase di sperimentazione gli anticorpi monoclonali, grazie ad un massiccio impiego di fondi pubblici dell’ordine di 93 miliardi di dollari dai Paesi industrializzati, la ricerca ha messo velocemente a disposizione tre vaccini approvati già da Ema e Aifa (Pfizer/Biontech, Moderna e Astra Zeneca) che, se opportunamente prodotti ed utilizzati, potrebbero aiutarci a risolvere i tanti problemi che viviamo.

Ne stanno producendo anche la Russia e la Cina.

Sul piano scientifico non è ancora chiaro se essi impediscono solo la manifestazione della malattia da virus o anche la sua trasmissione, ma anche uno solo dei risultati sarebbe assai importante.

L’arrivo di questi sistemi di protezione non può allentare la responsabilità comportamentale soggettiva nell’evitare assembramenti, nel tenere le distanze adeguate dagli altri, nell’indossare la mascherina, nel detergere sistematicamente le mani, e soprattutto nel ridurre le relazioni sociali per evitare il più possibile i contagi anche perché ancora non abbiamo la certezza che i vaccini disponibili riescano a coprire tutte le nuove varianti del virus.

Negli accordi con le industrie farmaceutiche paradossalmente i governi nazionali e l’UE non hanno previsto clausole per garantire ai propri Stati e più in generale all’intero Pianeta una produzione il più possibile allargata dei vaccini stessi, una loro diffusione iniziale per l’immunizzazione secondo criteri di equità mondiale e quantomeno una sospensione temporanea del diritto alla proprietà intellettuale ed economica dei brevetti i quali oggi stanno rallentando paurosamente la produzione di questi immunizzatori.

I sistemi di comunicazione occidentali esprimono la preoccupazione dei ritardi nelle consegne dei vaccini in America settentrionale e in Europa, ma in realtà la questione come al solito viene analizzata secondo una precisa visione di tipo schiettamente neoliberista legata ad un sistema di monopolio di produzione e di uso dei farmaci che non si vogliono ancora considerare beni di pubblica utilità ma prodotti collegati a filo doppio con il profitto ed una commercializzazione inumana.

Intanto due dati dovrebbero farci riflettere sulle attuali disuguaglianze nella distribuzione dei vaccini.

In quarantanove Paesi ricchi sono state già somministrate 39 milioni di dosi, mentre in quelli poveri solo poche decine; inoltre in questi ultimi una dose costa più del doppio rispetto al prezzo pagato dai primi.

Il 14% della popolazione mondiale dispone oggi del 53% dei vaccini in distribuzione.

L’accaparramento delle dosi, che avviene attraverso mediazioni scandalose, si fa strada anche in Italia con regioni che stanno chiedendo di procurarsi i vaccini con contrattazioni autonome rispetto a quelle generali condotte dallo Stato per l’intera cittadinanza.

Israele, dove la campagna di vaccinazione procede velocemente sempre in relazione ai sistemi egoistici di distribuzione dei vaccini, ha escluso dalla stessa tutti i palestinesi che vivono nei territori occupati e probabilmente in Africa entro l’anno corrente sarebbe vaccinato appena il 20% della popolazione e grazie all’interesse soprattutto della Russia e della Cina.

La repubblica di Cuba, a partito unico e perciò giudicata come uno Stato illiberale, non solo sta lavorando ad un’ottima gestione dell’epidemia grazie ad un’efficiente sanità pubblica e ad un preciso sistema di tracciamento con il più alto numero di medici in rapporto alla popolazione e sta inviando suoi dottori a sostegno di altri Paesi, ma con il suo Finlay Institute, nel quale collabora il giovane immunologo italiano Fabrizio Chiodo, è impegnata in quattro progetti di ricerca vaccinale contro il Coronavirus.

Le autorità cubane hanno pubblicamente dichiarato che i loro vaccini saranno distribuiti alla popolazione locale e poi messi a disposizione gratuitamente attraverso l’Oms di tutti i Paesi che ne avranno necessità a partire ovviamente da quelli in via di sviluppo.

Siamo davanti ad un esempio di solidarietà e di condivisione che dovrebbe far riflettere molto i tanti Stati industrializzati che continuano ad opporsi a due proposte di revisione in materia di brevetti sulla produzione e il commercio di prodotti farmaceutici.

India e Sudafrica in autunno hanno chiesto all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) la sospensione della proprietà dei brevetti sui vaccini almeno durante la pandemia da Covid-19; tra l’altro tale deroga è prevista dal Trattato di Marrakech che decretò la nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

All’interno di tale organismo oggi sulla proposta convergono cento Stati del sud del mondo e circa quattrocento organizzazioni della società civile, mentre vi si oppongono molti Paesi industrializzati e le grandi aziende farmaceutiche.

Difendere copyright e monopoli sui vaccini significherebbe continuare in maniera disumana a mettere il profitto al di sopra della salvezza generalizzata della vita umana impedendo l’accessibilità per tutti ai farmaci salvavita e dimostrando assenza totale di attenzione per la solidarietà umana.

Sempre durante lo scorso autunno è nata anche l’idea dell’Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice) intitolata “Diritto alla cura – Right2cure NO PROFIT ON PANDEMIC” lanciata da ricercatori ed attivisti di diversi Paesi europei per una completa liberalizzazione di accesso alle cure, alle diagnosi e ai vaccini Covid19.

La proposta, promossa ed appoggiata in Italia da Monica Di Sisto, Vittorio Agnoletto, Gino Strada e Luigi Ciotti e che ha bisogno di un milione di firme entro il 1° febbraio 2022, può essere firmata per via telematica all’indirizzo https://noprofitonpandemic.eu/it .

Senza ridare utilità generalizzata ai vaccini rendendoli un bene comune come tutti gli elementi fondamentali per l’esistenza non solo saremmo di fronte ad uno dei più gravi fallimenti di natura etica, ma non capiremmo soprattutto che questioni sanitarie ed economiche come quelle legate alla pandemia che stiamo vivendo si affrontano necessariamente in maniera globale se vogliamo evitare di esserne sommersi tutti e per sempre.

Ciò che vediamo francamente mancare del tutto finora in questa direzione è l’impegno delle grandi organizzazioni internazionali che non rispondono affatto alle finalità dichiarate nei loro statuti.

La questione al contrario va affrontata in termini politicamente più coraggiosi non solo da parte dell’Europa, ma più in generale dagli organismi dell’Onu che dovremmo lavorare a rendere più trasparenti e democratici.

(Umberto Berardo)

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