Mario Draghi e il declino delle democrazie

L’incarico di premier affidato dal Presidente della Repubblica a Mario Draghi, per quanto risolva un problema di impasse istituzionale e individui certamente la migliore soluzione in termini di competenza e di credibilità internazionale, tuttavia rinnova il dibattito sul sempre più marcato declino della democrazia rappresentativa.

Al di là dell’ampia legittimazione che Draghi ottiene in parlamento, si tratta dell’ennesimo leader “tecnico” (il quarto negli ultimi tre decenni) costretto a supplire all’inefficienza della politica tradizionale. Più di qualcuno in questi giorni bolla l’attuale momento storico come “crisi di sistema”.

La questione non è certamente nuova. Se dal dopoguerra abbiamo assistito ad una stagione in cui i sistemi democratici hanno conquistato sempre maggiori spazi e si sono consolidati, soprattutto grazie ad un’accresciuta sensibilità dei cittadini verso i diritti liberali e all’affermazione delle carte costituzionali, da qualche decennio la relazione tra elettori ed eletti s’è indebolita, inficiando valori quali la credibilità, la trasparenza, la partecipazione. Le riforme elettorali che hanno cancellato le preferenze, i governi frutto di strane alchimie, la corrosione di garanzie e diritti faticosamente conquistati, il deterioramento di molte istituzioni, la rappresentanza di specifici segmenti di elettorato da parte di alcuni partiti confermano tale grave scompenso della democrazia contemporanea.

Ma perché sta avvenendo tutto ciò e a più latitudini?

Secondo molti osservatori, le distorsioni del libero mercato avrebbero un ruolo considerevole in questa alterazione. In sostanza, la transizione dal liberismo al neoliberismo comporterebbe un passaggio dalla richiesta di poche norme e mirate, per controbilanciare l’eccessiva interferenza degli Stati nell’economia (con tutto quello che ne consegue anche in termini di malaffare), ad una completa deregolamentazione in quanto, secondo i nuovi poteri, sarebbero proprio le forze di mercato ad autoregolamentarsi. Economie e società di mercato hanno finito per sovrapporsi e molti potentati produttivi e finanziari, ormai sovranazionali, hanno debilitato o scalzato le democrazie nazionali.

L’affermazione dell’individualismo rispetto al tradizionale senso di collettività organizzata e l’irrompere delle nuove tecnologie, con un uso frequentemente distorto – si pensi alla crescente etichetta di organizzazione sociale superata per le forme democratiche – hanno determinato quel “vuoto” richiamato da molti analisti.

Il think tank “Freedom House” ricorda che se nel 1941 nel mondo esistevano appena undici democrazie, nel 2000 siamo arrivati a ben 120, praticamente il 63 per cento del totale. Ma negli anni a seguire, è degradata soprattutto la qualità dei sistemi, con una crescente riduzione di diritti, libertà e garanzie.

Uno dei più importanti libri scritti negli ultimi tempi sul tema, quel “Come muoiono le democrazie” di Steve Levitsky e Daniel Ziblatt, due prestigiosi politologi di Harvard, lancia un allarme proprio sull’indebolimento delle democrazie non solo in Stati dove le violazioni sono all’ordine del giorno (il libro cita, ad esempio, la Turchia di Erdogan), ma anche negli Stati Uniti (l’esperienza del trumpismo lo dimostra) e in Europa.

È ormai palese la percezione della crisi del modello democratico un po’ in tutto il mondo: i due autori evidenziano il fatto che, a differenza del passato, in cui la fine delle democrazie era determinata da rivoluzioni o da colpi di Stato (come sta succedendo in questi giorni nel Myanmar, l’ex Birmania), oggi è invece generata da processi realizzati all’interno delle stesse istituzioni democratiche, con mezzi legali e per iniziativa di leader eletti. La pandemia sembra aver accentuato il fenomeno.

A ben vedere, però, la crisi del modello democratico e del suo funzionamento è duplice: se viene meno la rappresentanza – lo spettacolo offerto di recente dai partiti italiani è emblematico – non gode di migliore salute la partecipazione dei cittadini, del demos. È il venir meno, da anni ormai, di importanti funzioni di stimolo, di controllo e di comunicazione.

Domenico Mamone

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