Intervista a monsignor Bregantini: “Valorizzare i doni del Molise”



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CAMPOBASSO – Giovedì 3 luglio, prima di iniziare i lavori del Consiglio dei molisani nel mondo, nella chiesa di Santa Maria del Monte, davanti al Castello Monforte, cuore cittadino e luogo scelto per i saluti istituzionali agli intervenuti, i delegati delle associazioni molisane provenienti da tutto il mondo hanno partecipato alla messa celebrata dal arcivescovo della diocesi di Campobasso Bojano, monsignor Giancarlo Bregantini.
Appena giunto al piazzale, con un certo anticipo rispetto l’inizio della funzione, si è intrattenuto con alcuni dei presenti, col tono cordiale da parroco di campagna. Al più formale “monsignore” preferisce essere chiamato “padre Giancarlo”. Perché lui, nonostante i riconoscimenti ricevuti sia dall’istituzione ecclesiastica, che dai suoi fedeli, ha mantenuto lo spirito semplice del pastore che fatica ogni giorno per governare il suo gregge. E proprio questa semplicità, che lo avvicina particolarmente al modo d’essere del Santo Padre, ha cementato una stima reciproca. Si comprende, quindi, perché il Santo Padre ha affidato proprio a Bregantini il compito (e l’onore) di scrivere le riflessioni che hanno accompagnato l’ultima via crucis.
Anche l’omelia durante la celebrazione ha ripetuto temi spesso invocati dal Papa: il lavoro, le vecchie e nuove emigrazioni, la solidarietà. Dopo la cerimonia, nella sagrestia della chiesa, ci ha cordialmente accolto per rispondere ad alcune nostre domande.
D. Lei prima di venire in Molise è stato in Calabria molti anni. In cosa le due realtà coincidono e in cosa differiscono?
R. Di uguale c’è che sono molto simili nella storia, sono realtà di emigrazione, di povertà, di fatica, e realtà di dignità. Di diverso c’è la presenza della ndrangheta, che qui non esiste. C’è una “zona grigia”, una coscienza che è un po’ intorpidita, talvolta non si ha il coraggio di esporsi, però non c’è la violenza che c’è in Calabria, li la mafia è devastante.
D. Come ha detto anche Papa Francesco, due settimane fa quando è andato in visita pastorale a Rossano
R. È vero, non si può paragonare: qui la vita è più tranquilla. Il Molise, dall’ultimo censimento del 2011 è la regione che ha meno inquinamento e meno criminalità di tutta Italia. Dovrebbe essere una spinta per tutte le nostre realtà turistiche a valorizzare questo dono. Questo però è il nostro limite, la carenza, che non siamo ancora capaci di fare di queste opportunità tutta una serie di vantaggi reali.
D. Rispetto invece alla presenza in chiesa di oggi. Si parla di “Chiesa diffusa su tutta la terra”. Cosa c’è di diverso tra la comunità di un paese, che vive a fianco del parroco, e un gruppo di cristiani che provengono da tutti gli angoli del mondo?
R. Non c’è molta differenza. La chiesa cattolica è sempre la stessa, al di la della questione geografica.
D. Nel discorso del Vangelo, e nella sua omelia, si parlava di San Tommaso, che ha creduto in Gesù fin quando è stato messo davanti a un qualcosa che era più grande di lui. Lei si è mai trovato davanti a una prova così grande da metterla in difficoltà?
R. Sì, sì … molte volte. Tante volte come nella vita di tutti la fede vacilla, la fede fa fatica, deve essere riempita di nuovi contenuti. Ed è un momento molto amaro, perché non ti aspetti certe cose, perché “proprio a me”, ma guarda un po’ cosa mi succede, ma che devo fare.
D. Ed è legato anche al dolore di cui parlava lei? Come ad esempio per il bambino ucciso di cui ha parlato il papa l’altra settimana?
R. Anche le normali esperienze del dolore nostro.
D. Un’ultima domanda. Lei ha fatto più volte riferimento ai migranti che vengono in Italia scappando da guerre, da povertà. In Italia però ci sono molte persone che fanno difficoltà, a volte per difficoltà più comprensibili, a volte per una forma di egoismo. Secondo Lei quanto gli italiani hanno dimenticato la loro storia di emigranti?
R. Eh, qui dovrete essere voi ad aiutarci, col discorso dell’emigrazione vissuta ieri, i racconti dei nostri nonni, anche mio nonno è stato emigrato dieci anni nelle miniere dell’America del nord. Attraverso quei ricordi noi dobbiamo dire: ieri i nostri nonni hanno sofferto, anche noi dobbiamo capire la sofferenza do oggi. Non vengono per fare turismo, vengono disperati, perché chi affronta un mare così tremendo, attraverso queste condizioni che ci hanno descritto, anche tra torture e privazioni, tutto questo chiede a noi di essere capaci di capire, di aprirci. Dimenticare è il vero peccato dell’uomo, e non dimenticare è il dono più grande che Dio ci possa fare, per fare memoria che tutto ciò che ho non è mia conquista, ma dono gratuito, perché se è dono lo devo condividere, se è conquista lo tengo, e più lo tengo più lo sciupo. Allora, questa esperienza chiede a noi di cambiare, l’immigrazione ci fa sentire ancora più vera la forza dell’emigrazione, i drammi di ieri devono aiutare a capire i drammi di oggi. È chiaro che questo richiede una politica non avventata, una politica intelligente, strategica, organizzativa, capace di compenetrare le esigenze di un popolo e le attese di chi ci arriva, però un conto è alzare una barriera come ha fatto Israele, che ha chiuso il cammino del popolo palestinese, e poi avvengono questi delitti. Questo popolo che si crede sicuro con i muri, poi ha visto tre ragazzi per un autostop uccisi, e si sono vendicati con un’altra uccisione. Allora non è vero che i muri salvano, è il cuore che li salva. Se io utilizzo i cuori, e li organizzo in modo tale da dire: Dio ci ha fatti tutti figli suoi, e perciò tutti fratelli, non è il muro che risolve il problema, ma la riconoscenza dei doni, la riconciliazione tra fratelli, e la condivisione dello stesso pane, e quindi l’uso saggio della stessa terra, questo è il cammino da intraprendere.
Uscendo dalla sagrestia un fedele è andato incontro a Padre Giancarlo chiedendo di salutare il prossimo Papa. Sui suoi occhi si è letto un pochino di imbarazzo, misto alla gioia di vedere i propri fedeli soddisfatti per il lavoro che sta svolgendo.

(Silvio Rossi)

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