Ricordo del molisano Alberto M. Cirese, tra i più grandi antropologi italiani



Ricordo del molisano Alberto M. Cirese, tra i più grandi antropologi italiani

ROMA – E’ morto a Roma il 1° settembre Alberto Mario Cirese, tra i più grandi antropologi italiani dei nostri tempi. Anzi: demo-etno-antropologi, secondo una dizione che proprio lui aveva coniato per indicare che da noi, a differenza che in altri paesi occidentali, i campi del folklore (demologia), dell’etnologia e dell’antropologia culturale erano strettamente intrecciati, come dimostra del resto la sua lunga, ininterrotta e operosa biografia intellettuale. Aveva cominciato trentaduenne affiancando il padre Eugenio, poeta molisano, in una piccola impresa apparentemente provinciale: la pubblicazione – a Rieti, tra il 1953 e il ’55 – della rivista “La Lapa. Argomenti di storia e letteratura popolare” dove compaiono articoli e interventi di Ernesto De Martino e Tullio Tentori, di Giuseppe Cocchiara, Vittorio Lanternari e Paolo Toschi, ma anche di Claude Lévi-Strauss e Marcel Maget, di Jean Rouch e Robert Redfield. Dunque una pubblicazione tutt’altro che periferica, aperta al dibattito di quegli anni dentro e fuori i confini nazionali, in uno scambio fecondo (e talora polemico) tra studiosi di diverso orientamento. Nello stesso anno della morte del padre (1955) Alberto Mario pubblicava il suo primo libro: Gli studi di tradizioni popolari del Molise, primo volume di una collana dedicata alla cultura meridionale e ai rapporti del folklore con la letteratura e con l’intera vicenda nazionale. Nel libro sono già visibili lo stile scientifico e alcune delle tematiche che Cirese non avrebbe più abbandonato: l’interesse per la storia e per la letteratura, il rigore filologico, la completezza documentaria; e poi l’argomentare cristallino, il pensiero critico, la tensione etica e la scrittura fortemente autoriale che in quegli anni si nutrivano anche di passione politica e impegno civile. Sono partita da molto lontano, convinta che il passato di coloro che hanno lasciato un segno forte nel loro campo di studi contiene sempre i germi dei loro successivi percorsi: ma naturalmente, in questa sede, non è possibile ripercorrere l’opera ricchissima di Cirese in quel modo filologico che di certo a lui sarebbe piaciuto. (chi fosse interessato può andare sul sito http://antropologica.drupalgardens.com dove è tra l’altro reperibile la bibliografia completa dei suoi lavori curata da Eugenio Testa).
Mi limito perciò a delineare in modo molto schematico i tre principali filoni del suo lavoro, che separo per comodità ma che sono intrecciati, in una osmosi continua tra analisi degli oggetti di studio e dei fenomeni, interpretazioni scientifiche e prospettive teoriche.
Innanzitutto c’è il piano teorico, lungo quella linea De Sanctis/Croce/Gramsci che porta, in particolare, alla definizione dei “dislivelli interni ed esterni di cultura”, alle innovative posizioni museografiche, alla rilettura delle gramsciane “Osservazioni sul folklore” e dell’Ideologia tedesca di Marx.
In secondo luogo ci sono le analisi morfologiche e strutturali alle quali Cirese si dedica fin dalla fine degli anni Cinquanta del Novecento e che ha applicato allo studio dei proverbi, della metrica popolare, delle fiabe, al pensiero “primitivo”, al calendario Maya e soprattutto alla terminologia di parentela. Se c’è qui una linea seguita è quella che si dipana lungo un percorso che parte da Henry Lewis Morgan ed è scandito da Ferdinand de Saussure, dalla Scuola di Praga, da Propp e da Lévi-Strauss, con l’innesto della logica formale, dell’algebra di Boole e con l’uso precoce e raffinato dell’informatica: per costruire quella antropologia delle invarianze alla quale ha lavorato fino alla morte e che è ben rappresentata dal suo ultimo, recente libro, Altri sé (Sellerio 2010). Ci sono infine i suoi scritti di storia degli studi – anche questi mai abbandonati – che hanno prodotto tra l’altro opere come Intellettuali, folklore, istinto di classe (uscito nel 1976 ma che raccoglie scritti molto precedenti) dove, assai prima della nuova etnografia di matrice statunitense e dei “cultural studies britannici, affrontava il rapporto tra demologia e letteratura attraverso le figure di Verga, Deledda, Scotellaro: e tracciava i legami tra scrittura letteraria, tradizioni popolari, ruolo degli intellettuali, rapporti tra egemonia e subalternità, collocandoli nel più vasto contesto della storia d’Italia. Dall’insieme di questi suoi interessi nasce il volume Cultura egemonica e culture subalterne, manuale innovativo che va ben oltre la storia delle tradizioni popolari italiane e sul quale si è formata più di una generazione di studenti e di studiosi (era il 1971). Libro prezioso, unico nel panorama antropologico che, se pure oggi appare datato, rimane però una miniera di informazioni e notizie tuttora fondamentali, nel quale la storia delle discipline viene organizzata in base alle principali correnti di studio e le teorie sono esemplificate attraverso i rispettivi metodi di ricerca. Basta guardare alla bibliografia generale per rendersi conto della vastità delle conoscenze, dell’ampiezza degli orizzonti, della sistematicità filologica. Perché Cirese amava ripetere agli allievi che la filologia viene prima della filosofia; e anche, secondo un proverbio da lui coniato, “meglio schematico che confuso”. Questo non impediva però che la sua prosa fosse ricca e complessa e nutrita di suggestioni letterarie anche nell’esposizione scientifica.
Con il manuale emerge un altro aspetto – fondamentale – dell’operosità di Cirese: l’insegnamento. Non sempre – lo sappiamo – i grandi studiosi sono anche grandi maestri. Ma chi ha avuto la fortuna di ascoltare le sue lezioni sa quanto fosse appassionato e avvincente il suo modo di esporre le idee e come fosse capace di rendere chiari e comprensibili i problemi più ardui delle sue ricerche. E questo anche attraverso il paradosso e l’ironia: doti che non l’hanno mai abbandonato.
Detesto quei ricordi dei morti nei quali chi scrive, invece di parlare di loro, parla di sé. Ma mi sia consentito un brevissimo cenno autobiografico, legato al mio ultimo incontro con lui avvenuto nell’ospedale da cui non sarebbe più uscito. Mi ha detto: “Pensavo di raggiungere l’età di mia madre: 96 anni. Ce la metterò tutta”. Pochi giorni dopo avrebbe compiuto 90 anni. Poi aveva cominciato a parlare dei progetti di lavoro e delle cose che voleva fare appena fosse stato meglio. Sempre lucido, ironico, con la sua intelligenza vivacissima e la sua memoria portentosa. La morte ha interrotto per sempre i suoi progetti – e gli ha fatto perdere la tenera gara con sua madre, Aida Roscetti, maestra elementare. Ci resta però la sua ricchissima eredità: fatta di opere, innanzitutto. Ma anche di una lunga, affettuosa consuetudine intellettuale e di quel sodalizio intenso e profondo – filiale – che lega gli allievi ai veri maestri.

(Sandra Puccini – da Liberazione 5.9.2011)



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