Riaprono le scuole superiori: ma siamo messi peggio e meglio rispetto a settembre?

La scuola è l’ennesimo tassello della nostra società che la pandemia ha messo a nudo. Sono riemersi gli annosi problemi di organico, dell’inadeguatezza o della scarsa manutenzione di alcuni edifici, di ritardi nell’informatizzazione soprattutto in alcune aree del Paese, dell’età media elevata della classe docente. Tutto accentuato dalle lunghe stagioni dei dolorosi tagli economici e di personale.

Situazione in bilico…

A fronte di tale quadro, le risposte istituzionali finalizzate alla “normalizzazione” hanno finito con il promuovere una sorta di “distrazione di massa”: i titoli da Istituto Luce si sono fossilizzati sulle esose forniture di banchetti e mascherine e, appena è stato possibile, sul mantra del “rientro in classe” a tutti i costi, con il supporto dei principali organi d’informazione prevedibilmente appiattiti sulle posizioni governative.

In autunno la scuola, come una nave spinta verso la prevedibile tempesta, ha finito con lo sprofondare in mulinelli di discontinuità didattica fatti di contagiati diretti e indiretti, tamponi a gogò, continue quarantene, chiusure per sanificazioni, problematici rapporti con le Asl, chat bollenti e rimostranze genitoriali. Dopo le inevitabili chiusure, la “distrazione di massa” s’è concentrata nello squarciare il mondo della scuola in un’inedita, incolore e fuorviante contrapposizione tra fautori e antagonisti della Dad. Spesso – per paradosso – appartenenti allo stesso terreno ideologico.

L’esito infausto è che all’interno dell’area progressista è palese la frattura tra gli adoratori del totem ideologico della “presenza a tutti i costi” (che ha finito per mettere in ombra ben altri problemi, certamente più seri) e una maggioranza silenziosa – rilevata nei principali sondaggi (giornali di settore, Inapp, Skuola.net, petizione Unsic firmata da quasi 200mila persone, ecc.) – che avrebbe preferito anteporre l’aspetto sanitario e deontologico alla retorica. Del resto la sicurezza, oltre al carattere pragmatico, ben si lega alla dignità della classe docente rispetto al diffuso pregiudizio – rafforzato proprio dalla demonizzazione della Dad – di categoria pubblica di assistiti e nullafacenti. Cioè l’ideale classe sacrificale. Va ricordato ai tanti Soloni della “riapertura delle scuole” che il lavoro scolastico non è mai stato interrotto, ma solo svolto in una modalità più confacente – nonostante tutti i limiti – al momento d’emergenza.

Fa una certa impressione che proprio nel luogo della “dialettica”, il dibattito si sia inaridito sul tema dei trasporti pubblici, dei turni, delle finestre non apribili a causa dell’inverno, della logistica. Fa impressione il silenzio di alcuni sindacati ormai incapaci di intercettare istanze della classe docente, messi facilmente fuori gioco dalla politica contemporanea. Fa impressione che sigle antagoniste studentesche si siano prestate a fare il gioco della ministra Dadfobica, in cambio di qualche telecamera, atteggiamento mai visto nella storia delle proteste giovanili. E soprattutto che un governo sia incapace di assicurare una decisione univoca e nazionale sul tema, lasciando alle Regioni e persino ai Tar il destino di milioni di persone.

Il 14 settembre l’Italia registrava 1.008 nuovi contagiati e 14 decessi. Alla riapertura delle scuole in Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio e Molise, dal 18 gennaio 2021, abbiamo più di 15mila nuovi casi al giorno e circa 500 decessi in Italia, con una campagna vaccinale in corso e già irta di difficoltà, la stagione influenzale in arrivo e il timore delle varianti al Covid. Non sarebbe stato più opportuno attendere qualche altra settimana per evitare nuove tempeste?

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