“Società civile” alla Di Pietro



“Società civile” alla Di Pietro

La parola magica è “società civile”. La formuletta è in grande spolvero. Soprattutto per le prossime elezioni europee. Perché la caratteristica principale della competizione comunitaria è il ritorno delle preferenze. Un tempo, nella cosiddetta “Prima Repubblica”, erano tanto demonizzate, tra pratiche di “voti di scambio” e infinite filiere di correnti e sottocorrenti. Oggi vengono agognate quale balsamo miracoloso per la politica in suppurazione.
Ecco allora, un po’ mezzanamente, che dopo le frenesie da segreterie di partiti, l’attenzione torna a spostarsi sulla “umanizzazione” dei candidati da votare. Il massimo per presentarli? Indicarli come espressione, appunto, della “società civile”.
In realtà, cosa voglia dire appartenere al mito della “società civile” non è del tutto chiaro. Probabilmente non lo è nemmeno a chi usa ripeterlo dalla mattina alla sera. Chissà, ad esempio, se ce lo spiegherà Tonino Di Pietro, uno dei più loquaci utilizzatori della “formula magica”. Salvo poi pescare nella “società civile” quanto di più discutibile ci
possa essere.
Sarà utile allora ricordare all’ex pm che l’espressione “società civile” nasce tra quei filosofi naturalisti settecenteschi
che ritenevano lo Stato quasi d’ingombro allo sviluppo fisiologico di una collettività, appunto, “civile”. Questi romantici cultori della Politica con la “P” maiuscola, razza in via d’estinzione, ritenevano una società capace di
evolvere in modo naturale grazie agli interessi dei singoli. Cioè ognuno produce ciò che manca all’altro, lo fa per il suo interesse ma anche per quello dell’altro. E la società cresce. L’unica funzione dello Stato dovrebbe essere quella di rimuovere ciò che ne ostacola l’evoluzione spontanea.
Insomma, meno Stato, più mercato.
Trasferito all’oggi, il ragionamento più che figlio del dipietrismo appare in puro berlusconismo. Perlomeno sul piano delle parole.
C’è di più. Questi filosofi, tra cui lo scozzese Adam Ferguson cui è attribuito il conio dell’espressione “società civile” oggi tanto di moda, ponevano l’origine del diritto nella ragione. Cioè nella dimensione umana e non in quella religiosa. Ma ritenevano inalienabili alcuni diritti “naturali”, (“razionalmente giusti”) come quello alla vita e alla
proprietà, non modificabili dalle leggi. Insomma, moderatamente laici e liberali.
Ancora una volta il Di Pietro che si appella alla “società civile” si ritroverebbe più nel centrodestra che non a braccetto delle signore Fo e Guzzanti, per non parlare dell’ex dipendente Mediaset, Michele Santoro,.
Certo, di “società civile” hanno poi parlato altri filosofi. Hegel, ad esempio. Ma nell’accezione contemporanea, maturata con Bobbio, Irti e Sartori, s’è rafforzato soprattutto il significato di “anti-Stato”, o più propriamente di “para-Stato”, cioè di ciò che è fuori dai meccanismi soffocanti della politica, pur producendo idee, opinioni, sollecitazioni,
pressioni.
Anche in questo caso l’Idv dei democristiani, dei Formisano, degli Orlando o dei Pedica non sembra proprio un anti-
Stato. Anzi. Dilatando il concetto, la “società civile” è rappresentata fondamentalmente dall’ordinario che produce e pensa contro l’extraordinario dei gruppi di potere e delle oligarchie; dal nuovo accomunato da analoghe finalità rispetto al vecchio delle consumate cerchie dei salotti e degli apparati; dall’umile e dal sommerso rispetto al teatrino degli eterni protagonisti; dalla prorompente – ma purtroppo mai decisiva – forza dell’associazionismo libero e spontaneo, del volontariato, dei movimenti rispetto a ciò che è istituzionalizzato. Cioè, principalmente, dai tanti che si alzano la mattina per andare a lavorare, che prendono l’automobile o un mezzo pubblico, che vivono sulla propria pelle i disagi e i disservizi della quotidianità e che hanno ancora le energie per fare, per sperare, per credere, per aiutare il prossimo, per influire nel cambiamento. Razza amaramente in via d’estinzione.
A ben vedere, quindi, in epoche di crisi generalizzate anche la “società civile” non ne è esente. Il mondo degli slanci, delle speranze, delle “piazze” s’è molto assottigliato. Uno Stato arroccato e oligarchico ha finito per uccidere anche i possibili competitori. Lo smarrimento di fronte agli “esempi non esemplari”, alla sottrazione dell’etica, al sistematico
scarto delle regole, alla finanza creativa, agli atteggiamenti spudorati e ai comportamenti immorali sta gettando interi sistemi nel regno dell’irrazionale.
Certo, è rimasta la cosiddetta “società altra”. Ma occorre capire fino a che punto è davvero “civile”. E soprattutto che caratteristiche, che qualità, che peso esprima o sia in grado di esprimere. Anche perché, spesso, a furia di “aspirare a” o di “emulare” finisce per rappresentare il lato minoritario di una stessa medaglia.
La discrasia tra “società civile” e politica appare allora ancora più marcata. Estendendo la frattura da un piano squisitamente filosofico ad uno empirico. Perché nel nostro Paese è radicalmente mutato soprattutto il rapporto tra sistema politico e “società civile”.
Proprio su questo terreno, benché ovviamente non l’unico, il centrosinistra ha pagato forse il dazio più pesante al centrodestra, tanto a livello nazionale quanto nelle realtà locali. La sinistra, infatti, è stata incapace di coltivare e puntellare soprattutto quei settori elettorali storicamente collocati sotto la propria influenza, finendo per far alterare e scivolare veri e propri pezzi di “società civile” verso altre sponde.
Il centrodestra, invece, ha saputo, con la diabolica regia del suo leader, mutare i significati di quelle storiche “appartenenze” dell’avversario, acquisendo appunto una sorta di imprimatur su termini quali “democrazia”, “libertà”,
“solidarietà” e, appunto, “società civile” e adeguandoli ai propri bisogni. In questo, paradosso dei paradossi, c’è più coerenza in un Berlusconi che sa leggere, legittimare e tenere insieme una “società civile” in decomposizione e che riesce a semplificarla e a compattare nel virtualismo egualitario e plebiscitario delle nuove tecnologie e delle formalità, che non un centrosinistra – Di Pietro in primis – che pretende di farsi interprete, con un po’ troppa disinvoltura (per usare un eufemismo) di ciò che non solo ha perso di significato ma soprattutto di sostanza.
In realtà i partiti, specie negli ultimi anni, hanno pescato strumentalmente i propri rappresentanti più funzionali non in maglie “significative” della “società civile” ma in quelle qualitativamente più contigue alla politica e più efficaci per la sua apparente, eternamente “apparente”, autorigenerazione. In questa amara consuetudine, radicalizzatasi con il sistema elettorale di Calderoli che ha addirittura sottratto al cittadino la preferenza, il centrosinistra s’è dimostrato più conservatore del centrodestra, evidenziando la dolosa incapacità di superare se stesso, cioè di favorire il ricambio generazionale. Atto che equivale – ma non sempre – al salutare rinnovo degli strumenti e dei linguaggi (e sappiamo in un Paese veteropatico come il nostro quanto ce ne sarebbe bisogno).
Appellarsi alla “società civile” appare quindi niente più che una frase di pura propaganda. Addirittura ipocrita perché priva di ogni sostanza effettiva. Denota, persino, una crisi di rappresentanza, in quanto la “società civile” è tutto, perché è la totalità meno la politica, ed è il nulla in quanto tale “totalità” è talmente stratificata e complessa che pretendere di rappresentarla tutta non vuol dire niente.
Di Pietro riesce ad andare oltre, rendendola addirittura incongruente. L’ex pm molisano ripete, infatti, da tempo: “Non candido politici ma solo esponenti della società civile”. Accentuando il divario tra le due categorie, mette su un piano superiore la solita “società civile” rispetto alla dignità di “essere politici”. L’amara contraddizione è palese: gli eletti della “società civile” non diventano forse politici di professione?
E in fondo, in Parlamento, non seggono rappresentanti di una “società civile” sempre più in crisi?
C’è di più: la “società civile” alla Di Pietro è, al pari di quella berlusconiana (o forse di più), quella amplificata dagli organi d’informazione. Arlacchi, De Magistris, Vattimo e, ciliegina sulla torta, la hostess belloccia con il merito
di una foto con il gesto di vittoria finita su tutti i giornali e di un passaggio ad “Annozero”. Il comparto della scuola, quello del mondo del lavoro, quelli cui un tempo soprattutto la sinistra sapeva pescare gente competente, sono sempre più dimenticati.
Ecco allora che occorrerebbe decidersi: se per il centrosinistra la soluzione è questa benedetta “società civile”, non si capisce perché siano proprio i partiti di sinistra ad essere zeppi di politici di professione (ad iniziare proprio dall’Idv, carico di politici navigati e che lo scorso anno a Roma è arrivato a candidare un amministratore socialista dell’età di tangentopoli).
Non solo. Sul fronte della “società civile” è proprio il berlusconismo “dei nani e delle ballerine”, delle soubrette ministre e dei commercialisti guru dell’economia a compiere un discutibile miracolo. Se, viceversa, il male è annidato anche e soprattutto nel ventre della “società civile”, Di Pietro farebbe bene a scegliersi con molta cura i propri candidati, evitando proprio quei settori più collusi con la politica: sindacati, magistratura, giornalismo.
Per i particolari, alla prossima puntata.
Riassume bene Gian Enrico Rusconi: “L’ultimo mito cui si aggrappa la sinistra è quello della società civile, da cui trarre forza e impulso per resistere all’involuzione del sistema politico. Come se il berlusconismo non nascesse dalle viscere della società civile italiana”.

(Pierino Vago)

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