EUGENIO CIRESE



Altri protagonisti

Oltre ai “nomi più celebri” (raccolti nella sezione precedente), esistono tantissime persone d’origine molisana che si sono fatte onore nel proprio ambito. A loro abbiamo pensato (e intendiamo onorare), dando vita a questa sezione.
Essendo, però, davvero numerose le persone d’origine molisana sparse per il mondo, risulta difficile comporre una galleria sintetica di “protagonisti”.
L’elenco, pertanto, diviso nelle sottovoci “Italia” ed “Estero”, vuole essere puramente esemplificativo, ovviamente aperto ad ulteriori segnalazioni.


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Eugenio Cinese, uno dei maggiori poeti molisani, nasce a Fossalto (Campobasso), il 21 febbraio 1884, da famiglia medio-borghese. Quarto di sei figli, trascorre l’adolescenza nel paese natale, spostandosi a Velletri (Roma) per proseguire gli studi, frequentando la Scuola normale. Qui ottiene nel 1904 il diploma di maestro e pubblica la sua prima novella, “Agnese”, seguite da altre negli anni seguenti.
Torna in Molise per l’insegnamento, ad Agnone, a Civitacampomarano e a Castropignano dal 1908, dove due anni dopo si trasferisce la famiglia.
Collegati a queste esperienze di insegnamento sono due studi usciti nel 1908-09 su “Rivista di psicologia applicata” (che confluiranno nei “Quaderni”) e il sussidiario “Gente buona” del 1925. E’ redattore del quindicinale “Battaglie di lavoro”.
Le prime opere poetiche in dialetto molisano sono: “Canti popolari e sonetti” del 1913, “Ru cantone de la fata” del 1915, sonetti in ottave sul terremoto e sulla guerra.
Nel 1915 si trasferisce a Teano (Caserta) con l’incarico di vice ispettore scolastico, quindi viene chiamato alle armi, assegnato all’ospedale militare di Macerata, dove rimane fino al 1919. La raccolta “Suspire e risatele” è del 1918, include le liriche “Canzone appassionate” e “Civilezze”.
Passa ad Avezzano nel 1920 come direttore didattico, restandovi fino al 1932, anno di pubblicazione di “Rugiade”. Qui sposa la maestra Aida Ruscitti, che gli darà due figli e sarà la devota collaboratrice e fedele custode delle memorie.
Accusato ingiustamente di aver mal gestito il patronato scolastico, nel 1930 viene sospeso dall’incarico e riabilitato solo nel 1932.
Trasferitosi a Rieti, vi rimane fino al 1937, quando, promosso ispettore didattico, si trasferisce a Campobasso; qui, nel 1939, pubblica “Tempo d’allora”, racconti in dialetto scritti precedentemente, e proverbi. Tornato a Rieti, vi rimane fino al 1952, svolgendo anche un intenso lavoro storico-documentario sui canti popolari della Sabina, (è del 1945 la pubblicazione “Canti popolari della provincia di Rieti”.
Nel 1953 esce la raccolta “Canti popolari del Molise”, il secondo volume uscirà postumo nel 1957. Nel 1953 fonda la rivista “La Lapa”, cui lavora fino alla morte nonostante la salute malferma.
Vi collaborano, tra gli altri, Argan, De Martino, Lévi Strass, Pasolini, Petronio, Roversi.
L’ultimo libro di versi, “Lucecabelle”, uno dei suoi capolavori, esce nel 1951 su insistenza di Ferruccio Ulivi: Pasolini lo cita nell’antologia dei poeti dialettali.
“Poesie molisane” esce nell’agosto del 1955, sei mesi dopo la morte a Rieti.
E’ sepolto a Castropignano. Sulla lapide una semplice frase: “Eugenio Cinese, poeta del Molise”.  

CAMINA
Da ‘n coppa all’uorte sembrava na formica pe ru tratture. Annanze e arrète, matina e sera: a scegne la matina a renchianà la sera sudate e stanche, la zappa ‘n cuolle e pède nnanze pède, tranche. tranche.
Zì Minche, è calle. Frische è ru sciume. Zì Minche, è fridde. Zappe e me scalle. D’estate e dentr’a vierne, sempre la stessa via, isse, la zappa e la fatìa.
Na vota l’anne ‘n coppa a le spalle nu sacchitte de grane: lu tuozze de pane. La zappa pe magnà, lu pane pe zappà.
Può na bella matina zì Minche sbagliatte la via, pigliatte chella de santa Lucia purtate a quattre.

(Giampiero Castellotti)

© Forche Caudine – Vietata la riproduzione

Eugenio Cirese (di Luciana Zingaro, da “La Fonte”)
Davanti al computer, pronta per la stesura dell’articolo odierno de “La Fonte”. Regolare tête a tête bellico, io contro me: babilonia di idee e corte di parole possibili, tutte da sgrossare e ordinare a prezzo di estenuanti lotte in solitario tra tendenza alla logorrea, al caos copioso, e ricerca di rigore analitico, di nessi essenziali e consequenziali, quasi che il paradigma minimalista e sistemico debba essere più auspicabile perché non mi è connaturato. Mi punisco anche così.
Fatto sta che mentre sono lì a farmi guerra, penso bene di riprendere in mano i due miei ultimi articoli pubblicati su “La Fonte”. Non li leggo con attenzione, mal mi sopporterei. Solo scorro e li misuro, per così dire: noiosa, pedante alla enne, oltre ogni proposito di levità. Figurarsi voi che angustia.Ecco, se mai tuttora vi avvicinate fiduciosi alla mia firma, con oggi vorrei rinnovare ed esaudire la promessa di brevità e senso che già vi ho fatto in passato, tranne avvedermi del fallimento totale della stessa dopo quattro-cinque fogli A4 di accidiose tirate. Speriamo e incrociamo.
E’ la volta di un ritorno in Molise, ad un molisano grande, tanto da imporsi al di là dei confini regionali: Eugenio Cirese.Molti di voi ne sapranno assai meglio di me: fino a un paio di mesi fa, quello di Eugenio Cirese era per me un nome risaputo perché di fama, tutto lì; poi, magia delle alchimie di caso e necessità che presiedono alle nostre selezioni letterarie, l’incontro diretto con uno libro dello scrittore molisano, “Tempo d’allora”, ed è stato affetto immediato.
Tempo d’allora è un’agevole, dolce, garbatissima raccolta di prose in dialetto molisano, pubblicata nel 1939, quando Cirese si era ormai affermato come poeta dialettale, attività questa cui rimarrà legata la sua notorietà artistica, anche in virtù della successiva produzione degli anni ’50, che gli guadagnerà la citazione di Pasolini nell’Antologia dei poeti dialettali italiani.
In epigrafe alla nota introduttiva con cui si apre Tempo d’allora, Cirese spiega implicitamente il motivo della scelta della prosa, che infrangeva la regola sua consueta di composizione in versi. “Quande la voce iesce da lu core/ ogne parlata iè nu cante a rima”, recita un non meglio identificato Cumpà Cerascia, voce del popolo o voce della poesia stessa – credo -, a significare comunque che la poesia non si conclude nella prosodia e nel ritmo, e, meglio, che, purché dettata dal cuore, ogni parola suona come parola poetica, come rima, anche quella in prosa (la prosa è tale perché va in linea retta, suggerisce una felice etimologia dal latino, ed è questa l’unica sostanziale differenza rispetto alla poesia, che si volge in versi). Ancora nel corso della nota introduttiva al testo, Cirese rinforza la sua posizione in difesa del valore della prosa dialettale, affermando di essersi voluto cimentare in un saggio di “prosa narrativa popolareggiante”, in quanto essa “dà all’incedere e allo sviluppo logico della parlata la sua naturale espressione, senza togliere alle forme schiettezza ed efficacia, segno e misura del contenuto d’arte”. Quando Cirese scriveva, in Italia era aperto e vivo il dibattito sul rapporto tra lingua nazionale e dialetti e sul rispettivo loro potenziale artistico, una discussione illanguiditasi col passare degli anni e dei decenni, ma tuttora nota a chi pratica la letteratura; di mio non so dirvi se il dialetto possa essere veicolo d’arte più, meno, nella stessa misura della lingua nazionale, né so dirvi dell’oggettiva (!) capacità poetica della raccolta di Cinese: non posso giudicare, sprovvista che mi trovo dei dovuti strumenti di valutazione. Semplicemente su di me la raccolta di Cirese ha avuto un effetto di empatia e simpatia, di poesia in senso lato, è stato un afflato di ricordi e nostalgia dell’irrecuperabile presente delle mie nonne, con la loro schiettezza di gesto e di gusto, mai rozza e sempre sapiente, ora struggente ora gaia, ed è pertanto che oggi ve ne parlo.L’articolazione della raccolta è illustrata dallo stesso Cirese, in uno stile rapido ed evocativo insieme: “questo libro” scrive “contiene figure le quali, conchiuso quasi il ciclo di appartenenza ad una vita oggi rinnovata, si trovano sul limitare del mondo dei ricordi; storie ascoltate nella lontana fanciullezza e che qualche mamma e qualche vecchia raccontano ancora; proverbi che si tramandano di generazione in generazione e avanzano nel tempo: ragioni ultime del vivere quieto e insegne del costume”. Le prose di “Tempo d’allora”, alcune a carattere novellistico, altre con eminente taglio di favola, sono, infatti, seguite da un’antologia di proverbi molisani, diversi nei contenuti, ma generati sempre dall’ambiente di piccolo borgo, rurale più spesso, talora marinaro, che ha costituito fino a qualche decennio fa l’impronta geografica prevalente della nostra regione; infine un’utile appendice normativa sulla pronuncia del dialetto molisano. Senza privarvi della gioia della scoperta personale, qualche chicca, a mo’ di saggio.
Così la chiusa, divertente ed istruttiva insieme, di un racconto, La fabbrica storta, che metta in scena il conflitto tra sapienza teorica, quella di un ingegnere ostinato nel ritenere diritto un edificio in costruzione, e saggezza guadagnata per via di esperienza, quella del sorvegliante della fabbreca, che, al contrario, vede la costruzione “storta”. A furia di ammonire l’ingegnere, il sorvegliante ne suscita l’ira, fino a che l’ingegnere lo accusa di essere ‘gnurante e presentuese, perché voleva, un sorvegliante, insegnare a lui, un ingegnere, diritto e storto in tema di costruzioni: … lu sorvegliante chieccatte le spalle e nen parlatte chiù. Ma, pe isse, parlatte la fàbbreca che non passatte tiempe e ze scacannatte. D’allora iè menute lu dette: lu file va a file, lu chiumme va a chiumme e la fabbreca va storta, pe’ntenne ca a vedè lu iuste nen basta, tanta vòte, lu file e lu chiumme de la scienza; ce vò’ l’uocchio de la vista e de la sperienza. Ca sennò l’òme ze crede de fa le cose a deritte e le fa storte. E, ancora in tema di scontro tra idealità paradigmatica e realtà tangibile, la sapida conclusione del racconto Siamo arrivati, dove Don Peppe, curato appiedato, percorre un’erta con lo zotico Giustine Caruòcce, che, al contrario del prete, cavalca comodo il suo ciuccio. Arrivati a destinazione, per dimostrare di essere istruito, Giustine si esibisce in un rustico “Finalmente abbiamo arrivati!”, donde la subitanea stizza di Don Peppe, che redarguisce il cafone, munendosi del consueto repertorio di ‘Gnurante e bestia, perché non si dice “abbiamo arrivati”, ma “siamo arrivati”; in ultimo il lapalissiano fulmen in clausula di Giustine, intriso di arguzia “praticona”: “Forze è raggione. Songhe nu ‘gnurante; ma iè meglie abbiamo arrivati…a cavallo, com’a me, che siamo arrivati…a pède, com’a ‘ssegneria”.E ancora e ancora: le prose, in tutto una ventina, variano nei motivi e negli umori tracciati, e se la cautela conservativa, a volte stantia, che è tipica espressione della cultura molisana, risulta esserne la cifra morale prevalente nei toni diffusi di una bonomia sorniona, non mancano racconti in cui i livelli di spessore etico e di stile si fanno più accesi e sublimi.Infine i proverbi. Non so voi; motti, sentenze, proverbi appunto, mi hanno sempre affascinato: sarà che dispiegano una conoscenza rapida, eppure corredata di intuito, sarà che mentre confermano l’esistente sembrano scoprire un arcano, sarà l’incanto della catena stringata di parole, necessarie tutte e quelle solo, sfogliarli è uno spasso, come una compagnia di poco impegno ma gradevole.
La quantità di proverbi più e meno noti riunita da Cirese è consistente. I classici a tema climatico-stagionale, ormai invalidati dal buco nell’ozono e dall’effetto serra: Iennare: chi tè’ fuoche ze scalla; chi nen tè trema e balla, per esempio, e il celeberrimo Cannelora, la vernata è fora: ma se lu ciele fa sole susillee, quaranta iuorne de sciucculille, o ancora Aguste cape de vierne. Quindi i proverbi costruiti sull’analogia uomini-animali: La gallina fa l’uove e lu galle cacarèia, uno dei primi e-ritengo-tra i più simpatici, o Addò cantene tanta gälle tarda a fa iuorne, per citarne un secondo, e Da coda de ciucce nen c’esce setacce, per ricordarne uno in particolar modo caustico.
Infine, la serie nutritissima di proverbi in cui la saggezza popolare stratificata per secoli di osservazione ed esperienza della vita, bisogni, regole e meccanismi di rapporto sociale, si è tradotta in un sistema etico che annovera tra i suoi valori prìncipi e ripetuti la prudenza, la parsimonia, la necessità di non ambire troppo in alto e contentarsi di ciò di cui si può realisticamente disporre, l’onorabilità di sé medesimi ed il rispetto degli altri, la giustizia dura e vendicativa, talvolta, la ricerca della misura, anche nell’eloquio: Arepunne serpe ca deventène anguille e Cuore sazie nen crede a deiune e Chi la sera z’arreponne la crosca, la mattina ze la ròseca e Capa capa, sceglietura piglia e Chi guarda vasse nen vede la via e Chi guarda ‘n ciele ze sente chiù àvete e Mittete che chi è meglie de te e refùnnece le spese e Nen ess’ tante amare ca te spùtene, nen ess’ tante doce ca te sùchene e Chi semina chiuòve z’à da fa le scarpe de fierre e altro e altro, fino-manco a dirlo quanto giunge a proposito del mio caso e di questo articolo – Cunte che z’allonga piglia vizie.

 
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