E’ questa l’Europa che vogliamo

Non si può che esprimere soddisfazione per il pacchetto di proposte annunciato ieri al Parlamento europeo da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea.

Il Piano “Next generation Ue” destina ben 750 miliardi di euro ai 27 Paesi comunitari per fronteggiare la crisi economica prodotta dal Covid-19. Cinquecento miliardi saranno a fondo perduto (sovvenzioni) e 250 sotto forma di prestiti da restituire in dieci anni. All’Italia dovrebbero essere destinati 172,7 miliardi, la quota più alta tra i 27 Paesi Ue, di cui 82 a fondo perduto e 91 sotto forma di prestito.

Dunque le notizie arrivate da Bruxelles sul cosiddetto recovery fund non possono che essere accompagnate dal nostro apprezzamento per entità e regolamentazione. Oltre al corposo e ambizioso aspetto materiale, che ricorda il proficuo Piano Marshall del dopoguerra, merita encomio soprattutto lo spirito che ha animato la Commissione: la realtà attuale e il destino concatenato delle economie nazionali, caratterizzate dalla moneta comune e strutturate come un sistema produttivo interconnesso, rende ineludibile il rilancio economico di tutta l’Unione in una logica che deve tener conto dei valori storici, civili, sociali, politici e morali dei popoli europei. Un’Unione di fatto, non solo somma di nazioni, ma comunità di Stati.

Positiva anche la denominazione del Piano, che fa esplicito riferimento alle prossime generazioni che dovranno essere le principali destinatarie degli sforzi attuali per un’Europa riformata in una logica inclusiva e solidale, ma anche pienamente inserita – se non capofila – della nuova economia digitale, sostenibile e sociale.

Per conseguire pienamente tale obiettivo, occorre che i nuovi strumenti assumano via via un carattere permanente, anche attraverso una revisione dei Trattati.

In attesa di studiare i dettagli tecnici, di valutare la reazione dei governi nazionali e di misurare l’atteggiamento dei mercati, già positivo nelle prime ore, è doveroso sottolineare il cambio di passo del cammino comunitario, già manifestato nelle scorse settimane con i primi provvedimenti in piena crisi e con lo sforzo tedesco di superare la filosofia dell’austerity che ha foraggiato principalmente le crisi (emblematica la storia greca, pur con il concorso nelle responsabilità palesi degli ellenici) e, di conseguenza, i nazionalismi.

Il Piano “Next generation Ue” dovrà essere ratificato a maggioranza dal Parlamento europeo, mentre la parte dei bond dovrà essere ratificata dai singoli parlamenti nazionali. Ad inizio luglio si dovrebbe tenere un Consiglio europeo ad hoc. Attenzione, però: i soldi, collegati al nuovo budget pluriennale Ue, “arriveranno a partire dal 2021”, come ha precisato il commissario al Bilancio, Johannes Hahn. Per la liquidità immediata bisogna ricorrere agli altri pacchetti già approvati, cioè Sure, Bei ed eventualmente Mes, per un totale di 540 miliardi.

Sarà ora la politica, quella dei singoli Stati, a dover fare la propria parte. Tenendo conto che i veti ideologici o strategici, in questa fase, potrebbero equivalere alla fine dell’Unione, dello spirito comunitario e del cambiamento in senso virtuoso dell’Unione stessa: serve una competenza europea che attenui gli ardui ostacoli rappresentati dalle ratifiche unanimi degli Stati membri. Saranno queste le forche caudine di una partita cruciale tra un senso di comunità solidale e quell’irrigidimento nelle logiche nazionalistiche espresso soprattutto da pochi Stati del Nord Europa.

(Domenico Mamone)

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