Il Molise oltre l’insostenibilità dell’attuale crisi

Paesaggio molisano

Di solito la mia giornata trascorre tra libri e computer, ma da un po’ di mesi ho iniziato ad uscire di casa per lunghe passeggiate attraverso il territorio di un piccolo borgo come Duronia in provincia di Campobasso.

Una mattina, percorrendone quasi tutte le strade, ho scelto di camminare all’interno del paese fino a raggiungerne la sommità sul colle denominato “San Tommaso” da cui si scopre un panorama che ti pone avanti gran parte del Molise centrale ed alto con paesaggi incantevoli di fronte ai quali rimarresti per ore.

Se tuttavia osservi il territorio nei particolari, lo vedi in gran parte incolto, trascurato nella vegetazione spontanea, abbandonato nel tratturo, nelle strade e nello stesso assetto urbanistico costituito nella quasi totalità da abitazioni nate, anche per necessità economiche, senza alcun criterio architettonico legato all’ambiente ed alle sue tradizioni edilizie.

Riscendendo verso la zona inferiore dell’abitato non riesci a renderti conto come nel corso degli anni sia stato possibile accostare belle abitazioni in pietra a faccia vista con infissi in legno ad altre con porte e finestre in un alluminio anodizzato color oro che appare come un vero pugno nell’occhio per un osservatore appena esigente.

Lungo tutta la mia passeggiata, durata circa un’ora, non ho incrociato alcun concittadino, ma solo due automobili che transitavano in salita con la stessa lentezza del trascorrere della vita nella mia comunità.

Ho pensato con tristezza: “È il deserto umano delle piccole comunità delle aree interne del Molise”.

In realtà tutta la regione conta appena trecentomila abitanti e perde mediamente duemila abitanti ogni anno né riesce ad attrarne neppure tra gli immigrati stante la situazione economica di enorme precarietà in tutti i settori.

L’indicatore per misurare la condizione raggiunta si può trovare davanti ad una qualsiasi bacheca di agenzia immobiliare non di un piccolo borgo tra i monti dell’alto Molise ma addirittura del capoluogo regionale.

Ci si accorge allora che il valore degli immobili nel giro di dieci anni si è dimezzato in città mentre è ormai vicino allo zero nei piccoli centri delle zone interne.

Di fronte a forme di tassazione insostenibili come IMU, TARI e quant’altro c’è chi è disposto a vendere a qualsiasi prezzo pur di sbarazzarsi di quel “mattone” ritenuto un tempo una delle migliori forme d’investimento.

I tentativi d’industrializzazione degli anni settanta del secolo scorso sono progressivamente naufragati di fronte ad errori di programmazione, all’inesistenza di un’imprenditorialità autoctona ed all’azione predatoria di sedicenti impresari che, oltre alla ricerca di un profitto sconsiderato, non sono stati in grado di garantire un minimo di occupazione stabile.

L’incapacità politica delle classi dirigenti di ogni colore politico poi non solo non ha assicurato una progettazione relativa alle vocazioni delle diverse aree della regione nel settore agricolo, zootecnico e silvo-pastorale, ma non è stata in grado neppure di salvare dalla crisi le aziende industriali esistenti molte delle quali hanno chiuso lasciando sul lastrico i dipendenti.

La mancanza di occupazione spinge ormai i giovani nuovamente verso l’emigrazione lasciando da noi le fasce più anziane della popolazione.

Tanti cercano altrove anche l’iscrizione ai corsi universitari.

La carenza pesante di servizi essenziali come quelli relativi alla sanità, all’istruzione, alle comunicazioni ed ai trasporti sta determinando spostamenti continui di nuclei familiari fuori regione.

Persa ormai la fiducia nei partiti, di cui tanti iscritti sono sempre più abbarbicati a sostenere i feudi elettorali, ai quali poi fanno riferimento per il proprio tornaconto politico ed economico, c’è chi ancora vede in alcune strutture istituzionali come i Comuni o in quelle associative intermedie le forze per immaginare un rilancio del Molise.

In realtà non tutti i soggetti operanti in queste forme di aggregazione sociale sono fuori dai giochi di potere e riescono ad avere la libertà per poter minare o almeno indebolire lobbies che sul territorio organizzano il consenso e muovono i processi economici e sociali unicamente per ragioni di profitto personale o di gruppo.

Gli abitanti, pure stimolati da talune menti intelligenti ad interrogarsi sul baratro che ci sta inghiottendo, sembrano inseriti nei meccanismi di un potere fondato sulle logiche dei favori e delle raccomandazioni o appaiono come assuefatti all’esistente.

Neppure l’università è riuscita pienamente fin qui a dare un apporto decisivo per immaginare strutture di economia legate al territorio, ai bisogni essenziali emergenti nelle richieste di mercato ed a nuove forme di organizzazione aziendale e di sistemi produttivi.

Se si rincorre Amazon per un centro di distribuzione che affosserà definitivamente il commercio di prossimità e produrrà solo occupazione a basso costo, vuol dire che , come si usa dire, “siamo proprio alla frutta”.

Le istituzioni, ormai incapaci da anni di amministrare la cosa pubblica e di gestire i problemi dei cittadini, trascinano stancamente dibattiti vuoti in teatrini grotteschi e inaccettabili in cui non appaiono con chiarezza più neppure forme di opposizione nei diversi enti in grado di sterzare per ridare alla politica il senso di proposte concrete e fattibili sul piano di una progettazione in grado di garantire finalmente non un benessere egoistico a pochi ma una qualità di vita accettabile per tutti.

La politica regionale, in cui il trasformismo è sempre più pienamente di casa, sembra vivere di collocazioni e riposizionamenti funzionali al potere.

Viviamo in una realtà in cui le classi dirigenti hanno portato servizi fondamentali come la sanità ad un degrado indescrivibile e talmente inefficiente che anche nella pandemia in atto è sotto gli occhi di tutti come si navighi malamente a vista e chi di dovere non riesca a trovare soluzioni almeno accettabili neppure per i suoi appena trecentomila abitanti.

A chi affidare allora il compito di far uscire il Molise dalla precarietà, dalla crisi economica e dall’emergenza?

Credo che con un po’ d’impegno e di lavoro sinergico ci siano ancora per la nostra regione le condizioni per immaginare un futuro diverso dall’attuale.

Anzitutto anche nel momento difficile che viviamo, impedendo che tanti giovani siano penalizzati nella preparazione, si deve potenziare l’istruzione e la ricerca culturale, scientifica e tecnologica in tutti gli ordini del sistema scolastico.

Si dovrà poi alimentare in quanti credono ancora nei diritti la volontà di lottare per difenderli o rivendicarli.

Occorre ancora mettere in campo tutte le forze intellettuali e imprenditoriali di cui disponiamo per definire idee, metodologie, sistemi e progetti in grado di muovere l’economia della regione coinvolgendo soprattutto chi a livello personale o sul piano istituzionale è riuscito già a definire e realizzare esempi concreti e durevoli di economia sociale legata a forme di cooperazione e di solidarismo.

Aziende indirizzate alle esigenze fondamentali dei cittadini in un mercato da rieducare a prodotti di qualità nell’eccellenza piuttosto che a quelli dell’usa e getta è quanto bisogna immaginare nei diversi settori dell’economia verso i quali indirizzare l’imprenditorialità che in tale direzione va preparata adeguatamente.

Studiare nuove filiere agricole ed alimentari, ma organizzare anche percorsi turistici intelligenti con strutture ricettive qualificate ed una rete stradale migliorata devono essere i punti di partenza di un impegno capace di creare mercato ed attrarre visitatori.

Abbiamo assoluto bisogno di analizzare in queste due direzioni le capacità espansive ed il patrimonio culturale di cui disponiamo per ripartire con iniziative autoctone dando spazio a sistemi d’innovazione e di cooperazione.

Ci sono soggetti che cercano già di operare in questa direzione da anni, ma sono troppo isolati e non riescono ancora a trovare finanziamenti adeguati alle idee messe in campo.

Facciamo sintesi allora e vediamo, superando le proposte inutili ed improvvisate dell’esecutivo regionale, di non farci cogliere impreparati almeno davanti ai possibili aiuti europei del Recovery Fund.

Il periodo di pandemia che stiamo vivendo è un momento propizio per un serio impegno, in rete o in presenza, nel campo di una progettazione culturale, economica, politica e sociale.

È chiaro a tutti, mi auguro, che l’altro aspetto innovativo dev’essere quello della ricostruzione di un modo diverso di fare politica nella forma, nelle modalità, nei sistemi di rappresentanza e nei soggetti cui affidare incarichi e mandati nelle istituzioni.

Sono due momenti convergenti di un’azione forte in team per la salvezza di una realtà territoriale altrimenti destinata a vivacchiare tra problemi infiniti.

Sicuramente si tratta di un lavoro difficile, dirompente e faticoso.

Se tuttavia non si metterà in campo un percorso del genere, aggregando le forze più disponibili, preparate ed oneste della regione, non avremo alcuna prospettiva se non ancora una volta quella di essere l’estrema periferia abbandonata e dimenticata dello Stato e di qualche macroregione verso la quale qualcuno già ci vede inseriti senza alcuna capacità contrattuale come abbiamo avuto occasione di constatare seguendo on line taluni convegni al riguardo.

(Umberto Berardo)

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