In ricordo del molisano don Giulio Di Rocco

L’aprile dell’anno 1972 è già ampio e possessivo sulla ondulazione dei nostri colli ripieni di strepiti d’uccelli. Il sole dona un tepore dolce e stemperato. La sua luce acceca  il fiume e filtra nei fienili. Tutto attorno è un insistente sbattimento d’ali di colombi che approdano e rivolano verso i poggi. Dai pagliericci giunge un continuo pigolio di pulcini.

Pasqua è passata già dal 2 aprile e don Giulio Di Rocco lunedì 10, incomincia a predicare da un pulpito insolito: dai prati ardenti di fiori gialli di primavera; dagli ovili, o accanto alle mucche e ai maialetti; dalle masserie profumate di tepori e di sudori. Sostituisce don Natale, in ritiro spirituale per otto giorni, dai redentoristi a Scala, in provincia di Salerno.

Giorni candidi per don Giulio Di Rocco appuntiti di santa felicità. “Guardiopatico” (cosi amava autodefinirsi), è canonico  e docente a Termoli dal 1948, ma con la cosmica verticalità di spirito, di umanità e di arguzia. Ritorna in paese in questo ottavario, a respirare di petto e rivedere il già visto. Ad eccitarsi in una strana Missione Popolare fuori dal Tempio; a pensare adagio, a compiere una ricognizione di affetti, a richiamare i suoi spazi, con una determinatezza d’amore, e vivere la benedizione dello stare insieme con gente di pura fede che sorride per antiche certezze.

Don Giulio è a Guardialfiera, per uno strano percorso di fede fra  agricoltori cantati e amati da Jovine, proprio in quei giorni che a Termoli si affollano attorno alla prima esca della rivoluzione industriale. E’ qui durante il capovolgimento più tumultuoso della storia contemporanea molisana: il rapido trapasso dalla civiltà contadina a quella imprenditoriale; al capitombolo della mentalità e dei valori del passato, mentre avanza la realizzazione della Bifernina e gli orti vengono ingoiati dal Lago.

Proprio in quella stagione, al Pantano Basso si stabilisce, osannata, la Fiat di Agnelli. Lì accanto era in funzione già lo Zuccherificio di Guglionesi. Anche una multinazionale s’insedia nella Valle del Biferno con due industrie chimiche. Il quartiere “Mulinello” diventa luogo di culto e di osservazione e vi approda la “Stefana”, grande acciaieria del nord. Più tardi “la Guala”, regina dei tappi, offre motivazioni anche a fervidi intelligenze del Molise.

Intanto don Giulio gironzola sull’intero agro di Guardialfiera: nel Frassino, a Costa del Riccio, su nella Camarda, nel bosco, in contrada Macchie, a portare la teologia biblica della terra con parole balsamiche, con intermezzi pittoreschi di sottintesi. E, attraverso la ricchezza e l’essenzialità degli aforismi, egli parla del chicco seminato nel campo, che muore ma che poi si apre in un piccolo vulcano da cui erompe la reciprocità meravigliosa della natura, quella della terra che dona al seme i suoi elementi, e del granello che si offre in nutrimento della spiga.

Parla del miracolo infinito di un bocciolo il quale, a sera è imprigionato nel guscio e, al mattino, si apre ai colori del fiore. Riferisce di un germe deposto dal vento in vigorose fenditure  che, con la punta fragilissima del germoglio, riesce a farsi strada anche nel duro dell’asfalto. Descrive l’efficacia dello sfoltire, del potare evangelico. Traccia con parole quiete la dimensione della vite, del tralcio, e del vignaiolo. Bisbiglia la gloria di Dio rivelata ai pastori di Betlem, ai custodi del bestiame, agli uomini come il nostro Cipriano, pecoraio nel 1972 sulle pendici di Monte Peloso, che “pascola il gregge e, a sera, col il suo braccio lo raduna; che porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri”.   (Is., 40, 11). 

In questi giorni del 1972, don Giulio scrive “le mille barzellette del prete” lasciate però nel tiretto e matura “La porta del tempo” presentata a Guardia nell’ottobre di quell’anno. Questo nostro Sacerdote diviene, man mano da allora, lo scrittore e il poeta della limpidezza.

Vincenzo Di Sabato

Precedente Il business che profana i morti Successivo Transizione ecologica, ma serve la partecipazione di tutti