In ricordo di Maradona

Uno così non lo fermavi. Sui campi da calcio e fuori. Perché, oltre ad incarnare l’anima e la poesia romantica del calcio, l’identità di un luogo sconfinato, la passione di un popolo, rappresentava l’eccesso in tutto. Talento puro, spirito e sregolatezza. Predestinato e immenso. E quando lo guardavi in diretta, al di là di maglie e colori, sapevi già di avere il privilegio di essere nella Storia.

La scomparsa di Diego Armando Maradona ci sottrae, in fondo, soltanto un corpo. Strapazzato dall’abuso, alterato dall’intemperanza, gonfio di smoderatezza. Ma quel baco ha liberato per sempre la farfalla. Ci resta, allora, l’icona di un funambolo immortale, acrobata capace di animare persino la più malridotta palla di carta, abile nel trastullarsi con le geometrie più illogiche di un corpo sferico in movimento, esperto nel giocare più volte finanche con la morte, godendosi però appieno la vita.

Le sue immagini d’archivio, che lo vedono insieme a gente come Platini, Falcao o Zico, sembrano sempre alterate nella velocità: i dribbling verso la porta avversaria, come allenamenti tra birilli, annullano tanti difensori diventati comparse. I palleggi, in ogni circostanza, si trasformano in fuochi d’artificio. Persino un gol di mano o una finale mondiale amaramente sottrattaci, nel mezzo di tante emozioni al cardiopalma, non possono che essergli perdonate.

Maradona resterà un mito indeformabile. Un artista leggendario dalle maestose invenzioni. Immortale. Continuerà a rimanere integro negli altarini e nei murales tra i vicoli di Napoli. Sindaco perenne e simbiotico della città più estrosa del mondo.

(D.M.)

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