Malattia e sofferenza, approcci riflessivi

La malattia e la sofferenza sono parte dell’esistenza umana la quale, come è evidente a chiunque, è costituita da aspetti positivi e negativi.

Una condizione patologica insorge quando in un organismo vivente si spezzano equilibri organici, funzionali o psichici e s’interrompe di conseguenza ciò che definiamo positivamente la salute come stato di efficienza e di benessere psicofisico.

Le cause, quasi sempre di origine psicosomatica, possono essere interne all’organismo, ma anche esterne come nelle forme virali che anche attualmente stiamo sperimentando con il Coronavirus.

Possiamo avere patologie congenite, genetiche o acquisite per contagio e che possono assumere forme blande, acute, croniche ed in certe fasi o casi inguaribili.

Ovviamente danni fisici, sofferenza e dolore ne sono gli effetti più evidenti, ma spesso ad essi vanno aggiunti stati di disagio, di paura, di panico, d’isolamento e talora perfino di disumanizzazione come leggiamo in questi giorni sui media nell’esperienza documentata di tanti malati che vivono nelle terapie intensive una condizione che spesso rischia non solo gravi criticità nei sistemi di cura ma anche l’assenza di relazioni affettive e dunque l’abbandono.

La situazione che si scatena genera talora strappi umani e ci tocca spesso nel profondo al punto che in alcuni mette in crisi gli stessi valori esistenziali; per altri al contrario rappresenta un’occasione per sperimentare il bene con cui vengono a contatto in determinate circostanze e che in ogni caso nel mondo c’è ed è qualcosa destinata ad avere un senso insieme alla vita.

La malattia mette in crisi l’esistenza umana soprattutto nella terza e quarta età quando insorgono patologie croniche e spesso multiple che devastano il fisico nel cervello e nelle membra conducendo gli anziani alla depressione e all’isolamento derivanti anche dalle errate forme di assistenza che la nostra società ha scelto per loro e che certamente dovremo rivedere avvertiti anche dai drammi che si sono vissuti in questi mesi in tanti luoghi che noi aulicamente continuiamo a chiamare con grande ipocrisia “Case di riposo”.

Riflettere su tali aspetti della condizione umana appare quanto mai opportuno in questo periodo di pandemia che sta mettendo a nudo le tante carenze manifeste che abbiamo sul piano sanitario, sociale e più in generale umano di cui in parte ci sono responsabilità politiche che vanno messe in luce.

Sul senso della malattia e più in generale del male presente nell’esistenza si sono interrogate le concezioni religiose, il pensiero filosofico e naturalmente le scienze.

Per il Buddismo, “trasformando il veleno in medicina”, la malattia, dipendente da cause che noi stessi abbiamo creato, va vissuta come una delle quattro sofferenze e un’occasione capace di migliorarci, uscire dalla condizione di dolore e risvegliare il Karma come realizzazione piena del nostro potenziale umano e desiderio di cercare la verità nella vita.

Nell’Induismo il dolore si vive come un’incrinatura del rapporto armonico tra la nostra fisicità e l’armonia globale per azioni precedentemente compiute e dal quale nelle reincarnazioni ci liberemo chiamando in aiuto tutte le forze spirituali per ottenere il paradiso, una condizione comunque indefinibile dagli esseri umani.

L’Edonismo cerca il superamento della sofferenza nel piacere.

Lo Stoicismo sceglie al riguardo la strada dell’apatia come imperturbabilità rispetto alle passioni, al turbamento e al dolore.

Nel Cristianesimo, riguardo alla malattia ed alla sofferenza, occorre a mio avviso fare una distinzione tra religione e fede.

Gran parte della prima vede purtroppo talora questi due elementi come un castigo di Dio, ne ha cercato e continua a ravvisarne le cause nelle colpe degli esseri umani, ma una fede autentica ci dice che Gesù con la sua vita ha guarito le infermità per smentire l’immagine di un Dio vendicatore ed ha assunto la condizione umana accettandone sofferenze, persecuzioni e morte non elaborando alcuna concezione teologica di accettazione del male, ma semplicemente cercando di presentarci un Dio che col suo amore ci libera dalle negatività della vita e da ogni paura.

Cristo non ci dice, come purtroppo sentiamo ancora affermare, che il dolore è qualcosa da offrire per i peccati né che esso abbia un qualche valore redentivo, ma afferma con chiarezza che da credenti occorre rimanere nella fedeltà a Dio e nel suo amore per tutti gli esseri umani.

Carlo Maria Martini sosteneva che, oltre la vita biologica, psichica e le relazioni terrene, la speranza cristiana è in quella vita divina annunciata da Gesù nel Vangelo e testimoniata con l’evento salvifico della resurrezione.

Su tale idea converge il pensiero di filosofi come Sören Kierkegaard, Karl Jaspers e Gabriel Marcel ma anche la testimonianza di grandi mistici come Francesco d’Assisi e madre Teresa di Calcutta.

Senz’altro come esseri umani, proprio perché liberi, siamo responsabili di parecchio male esistente nel mondo, ma c’è una parte di esso che non è imputabile alle nostre azioni e che dunque resta un enigma per un credente, per un agnostico e per un ateo e in ogni caso appartiene semplicemente alla nostra condizione di finitezza e mortalità ed al sistema della vita sul pianeta in cui siamo.

La fede allora, sia essa spirituale in Dio o laica nei valori, negli ideali o nelle persone, non spiega l’assurdità della malattia e della sofferenza, ma può essere indubbiamente una speranza e soprattutto un mezzo per vincere o almeno ridurre il male che ci circonda con azioni di un amore vissuto per chi soffre o muore.

Questa certezza può generare un’etica di condivisione della condizione di sofferenza da parte di quanti hanno la possibilità d’impegnarsi in tale direzione né possiamo ridurre tale atteggiamento solo al momento in cui la malattia diventa una condizione generalizzata che ci fa paura solo perché può arrivare anche alla nostra persona.

È nostro dovere non lasciare solo chi soffre, come in tantissime circostanze avviene oggi, ma condividerne i problemi con una presenza attiva per la loro soluzione.

La malattia è una questione che non può interessare solo chi ne è colpito, ma deve riguardare tutti in un impegno nella ricerca delle vie migliori per la prevenzione e la cura delle tante patologie attraverso un sistema sanitario organizzato con criteri di efficienza, ma soprattutto di umanità e di vicinanza affettiva ai degenti che oggi spesso mancano di servizi e attenzioni.

Ridefinire meglio la funzione degli operatori sanitari, rendere pubbliche la ricerca e la produzione di farmaci e dare spazi in tale direzione al volontariato può avere una grande importanza.

Chiunque pertanto sente il dovere d’impegnarsi nella cura di persone soggette alla malattia deve garantirne la dignità per un ritorno alla salute con un sistema sanitario pubblico gestito direttamente dallo Stato in maniera uniforme in tutto il Paese, di alta eccellenza nelle prestazioni diagnostiche e curative sul territorio e nelle strutture ospedaliere.

Sono obiettivi che non si otterranno certo rincorrendo ingenuamente ed inutilmente le finzioni del teatro grottesco di una classe politica ed amministrativa che ha distrutto in Italia uno dei migliori sistemi sanitari in Europa cercando di farne un business affidato sempre più al privato e della quale forse dobbiamo ancora imparare a sondare e conoscere le finalità per il futuro.

Al governo ed agli amministratori abbiamo il dovere unicamente di chiedere azioni ed atti politici coerenti e conseguenti alle affermazioni di principio magari tenute per fini elettorali.

Se non ci rendiamo conto che le figure di commissari ad acta o di ispettori potrebbero ancora essere parte di una commedia ingannevole ed irricevibile e non torniamo ad esigere con forza una piena luce da parte della magistratura su quanto sta avvenendo ad esempio nelle modalità e nei sistemi di cura dei malati per coronavirus, difficilmente usciremo dalle difficoltà del presente.

Nonostante le difficoltà derivanti dalla mancanza di partecipazione, credo che la rivendicazione del diritto ad una tutela piena della salute possa e debba avvenire unicamente attraverso un impegno di lotta serrata da parte della popolazione che deve prendere coscienza delle criticità che si vivono oggi soprattutto nel Mezzogiorno.

L’accompagnamento del malato nella sua fragilità sul piano corporale e psichico, soprattutto in malattie terminali incurabili, deve ricorrere a tutte le terapie palliative in grado di lenire il dolore e sedare la sofferenza perché anche la morte, quando sta per sopraggiungere, sia umanizzata il più possibile dalla scienza, dalla medicina e dall’affetto dei familiari.

Ci sono molti che operano in tale direzione e forse non sono né santi e tantomeno eroi, ma sanno diffondere intorno a loro azioni di bontà capaci di aiutare a vivere nonostante la sofferenza.

In buona sostanza l’etica che deve guidare tutti, credenti e non, è quella che, come ha scritto molto opportunamente Enzo Bianchi, ci viene dalla nostra coscienza.

Il priore di Bose così concludeva a Torino nel 2015 un convegno della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti: “La coscienza dice a ciascuno di noi, uomo o donna, credente o non credente in Dio: ‘Diventa conforme a ciò che tu sei, fa’ il bene, ricerca ciò che umanizza ed evita il male ’.

Su questo terreno della coscienza, cristiani e non cristiani dovrebbero confrontarsi e ascoltarsi, per camminare insieme. E la coscienza non è mai una voce che ci ricorda una legge già fatta, da applicare in modo meccanico, ma una voce che ci chiede creatività e responsabilità e stimola la nostra capacità di solidarietà e di compassione: la nostra capacità di amore dell’altro.”

La scienza, la medicina, la politica, la riflessione e la fede devono necessariamente percorrere insieme un cammino capace di coscientizzare tutti che, come sostiene ancora molto opportunamente Carlo Maria Martini, il dolore, la malattia, la sofferenza e la morte non hanno senso in sé ma sempre e solo in relazione al significato della vita che non può essere visto se non nell’amore per l’altro.

(Umberto Berardo)

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