Giornalisti, formazione continua malumori degli iscritti all’Ordine



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L’ennesimo “regalo” del governo Monti, il solito diktat europeo. E’ legge dello Stato la formazione continua obbligatoria per gli iscritti agli Ordini professionali. Onerosa incombenza in più a carico dei già tartassati professionisti, una buona fetta dei quali è lavoratore autonomo o (soprattutto) precario.
Qualcuno “dei piani alti”, non senza ipocrisia, parla di “maggiori opportunità professionali” per chi si aggiorna. Forse ha bisogno di un giro di vite alla logica chi tira fuori queste argomentazioni: se tutti sono obbligati a formarsi, qual è il vantaggio competitivo, ammesso che esista? Non è forse interesse del singolo professionista aggiornarsi secondo le proprie specializzazioni o inclinazioni? Non è piuttosto un mercato ormai agonizzante (i quotidiani cartacei più venduti sono scesi sotto le 250mila copie) a caratterizzare un mondo del lavoro sempre più precluso ai giovani, preparati o meno? Che dice l’Ordine delle sedi regionali Rai a rischio chiusura (in alcuni casi anche con valide ragioni) sotto la mannaia di Cottarelli? Ed ancora, qual è il vantaggio competitivo per un Ordine, come quello dei giornalisti, che ormai prevede “praticantati di fatto” con la semplice firma di un professionista, salvaguardando il numero degli esaminandi e aumentando a dismisura il numero dei propri iscritti (e dei conseguenti disoccupati)?
Del resto è proprio il mestiere del giornalista a caratterizzarsi per un “aggiornamento sul campo”, attraverso l’operato quotidiano. I giornalisti di una volta, quelli alla Montanelli, spiegavano giustamente che questo mestiere s’impara nelle redazioni e non nel business dei banchi di scuola, come sta avvenendo oggi per i più fortunati, in quanto le scuole costano tantissimo.
L’Ordine dei giornalisti, nel dettaglio, sempre più anacronistico, anziché assumere una veste “leggera” verso una delle professioni più “liberal”, finisce per diventare – anche attraverso queste iniziative – una sorta di zavorra che appesantisce ulteriormente il momento di grave difficoltà che sta colpendo anche chi fa questo mestiere. Alimenta quella burocrazia che già Max Weber profetizzava come una gabbia mortale.
Ad esclusione del ruolo di direttore responsabile (sempre meno pagato) per il quale è obbligatoria l’iscrizione all’Ordine, per il resto sempre più persone vedono l’inclusione in un albo professionale come un enorme peso: oltre a dover versare una quota annua che per molti precari equivale quasi ad uno stipendio, si è poi costretti a far parte dell’onerosa Inpgi 2 (cassa previdenziale), a cui bisogna devolvere il 12 per cento (per ora) di tutto ciò che faticosamente si guadagna in cambio – nella maggior parte dei casi – di una “non pensione” (inoltre i maschietti debbono versare un obolo annuale obbligatorio per le “(im)pari opportunità”). C’è poi l’obbligo, per i professionisti, di non svolgere altri lavori (e di questi tempi…). Infine s’incappa in queste discutibili iniziative, dove l’Ordine mostra tutto il suo efficientismo organizzativo: telefonate di rimpallo tra l’Ordine locale e quello nazionale, informazioni contraddittorie e soprattutto scarso dinamismo nell’offerta di proposte.
Ma come funziona, in sintesi, la novità della “formazione continua”?
Occorre partecipare a corsi, master, seminari, eventi per acquisire i soliti crediti formativi, almeno venti all’anno. Qual è l’attuale offerta dell’Ordine in tal senso? Un solo corso on-line gestito dal solito organismo che pubblica i libri dell’Ordine. Non è allora chiaro perché un giornalista debba frequentare unicamente un master “accreditato dall’Ordine” ed invece l’operazione non venga capovolta, cioè l’Ordine accrediti quella formazione che il giornalista si sceglie secondo le sue esigenze: se io voglio fare un corso al British perché deve valere unicamente quello imposto da Ordine e ministero, probabilmente di qualità inferiore? Se per il mio lavoro ho bisogno di aggiornamenti in campo religioso o in altri settori specifici, perché mi è preclusa tale opportunità?
Si apre quindi un’altra questione: la qualità della “formazione continua”. Assicura crediti anche la pubblicazione di libri a carattere tecnico-professionale o l’insegnamento: ma come si fa a stimarne l’efficacia? Ci sarà una commissione che passerà in rassegna l’attività potenziale di oltre 100mila iscritti? Una sorta di remake degli “esami non finiscono mai” del nuovo millennio?
C’è poi la questione degli iscritti a più Ordini, ad esempio gli avvocati giornalisti: in teoria dovrebbero seguire doppiamente i corsi sulle stesse materie per raggiungere quaranta crediti al mese e non venti, ad esempio due corsi sulla deontologia professionale. A questo proposito, tale materia è sbandierata come la panacea di tutti i mali: ma da quando in qua “l’onestà” s’insegna sui banchi di scuola?

(Eduardo De Filippo)

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