Il bellico “Fuoco nell’anima”, romanzo del molisano Bozza



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La guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri, ha scritto Hannah Arendt. E’ sicuramente una delle sentenze più profonde e autentiche sulla guerra come inutile sopruso e arida angheria quella scritta dalla storica tedesca naturalizzata statunitense. 
Un conflitto, infatti, assegna principalmente all’odio e alla forza bruta il ruolo primario nella stupida contrapposizione di nazioni e di individui. La più bestiale opera dell’uomo finisce per concretizzarsi in un’apologia fatale della vita e della morte che svilisce e annulla le potenzialità costruttive di qualsiasi intelligenza umana. A trarne vantaggi, sulla pelle dei più deboli, sono esclusivamente i malvagi e i potenti.
In queste cupe atmosfere di discordia, di antagonismo e di sangue inutilmente versato indaga l’estro del molisano Fabio Bozza (da anni residente in Friuli) con il suo libro “Fuoco nell’anima”. Un titolo quanto mai appropriato per un racconto crudo, pienamente immerso nella scenografia bellica, ma che riesce a redimere sprazzi di umanità. E lo fa attraverso quei bagliori di bontà d’animo, di buonsenso, di altruismo, di incredibile forza di volontà, cioè tramite quei valori che riemergono dal bagaglio di ogni uomo quasi per sopravvivenza individuale o per contrapposizione con l’espansione del male. L’abilità primaria dell’autore del libro è proprio nell’offrirci questa “composizione” di speranze associate all’amaro cammino esistenziale di alcuni personaggi della storia.
Il protagonista del racconto, che fa rivivere la storia dei nonni dell’autore, è Vittorio, un ragazzo molisano (di Limosano), figlio di sarti, sveglio ma disorientato dalla guerra, diviso tra l’adesione quasi obbligata alla Repubblica di Salò (“combatto la guerra quasi con la speranza di perderla”) e l’abbracciare casualmente la lotta partigiana. Sarà proprio il messaggio trasmessogli dalla savonese Alberta, staffetta partigiana, in punto di morte ad animare l’esistenza del giovane molisano in un viaggio continuo sovrapposto alle più note vicende belliche, tra Italia, Francia e una spettrale Berlino. Qui l’autore dimostra piena padronanza dei fatti storici, dalla Rosa Bianca ad Enigma, ben incastonati nel racconto.
Molteplici e affascinanti le descrizioni dei luoghi e del tempo, che fanno del romanzo una sorta di soggetto cinematografico pronto per qualsiasi produzione. A fare da “colonna sonora” c’è il clarinetto che il protagonista non abbandona mai perché unico fedele legame alla vita. Contrapposto all’anonimato delle location straniere c’è il rassicurante Molise, terra d’approdo finale.
Nella crudezza di alcune vicende, c’è spazio anche per l’amore tra Vittorio e la tedesca Ermlinde, figlia di Erich, un ufficiale della Wehrmacht, rapita dai partigiani per usarla come merce di scambio. L’odio e l’amore riescono a convivere in molti personaggi, ad esempio nella famiglia francese a cui i tedeschi hanno ucciso il figlio: dopo l’iniziale avversione per Ermlinde, si rendono presto conto che anche questa ragazza è vittima del destino e della brutalità di un conflitto. Come tutti, del resto.
(Giampiero Castellotti)

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