La vittoria di Obama



I Repubblicani hanno fallito l’obiettivo di riconquistare la Casa Bianca e sono stati sconfitti da un voto popolare a favore di Barack Obama, che ha superato di gran lunga le previsioni della vigilia. L’equilibrio e l’incertezza del risultato annunciati dai sondaggisti non si sono verificati e Obama ha vinto con largo margine. Ma è stata la vittoria del cervello e non del cuore, della prosa e non della poesia come era accaduto quattro anni fa.
In molti commenti è stato posto l’accento sul ruolo e il peso del cosiddetto “voto etnico”, più favorevole ai progressisti che ai conservatori; sicuramente è un rilievo ponderato. Ma è anche vero che Romney non ha fatto nulla per conquistare una parte del voto etnico, anzi per certi versi lo ha deriso. Non v’è dubbio, per esempio, che a giochi fatti dovrà dare spiegazioni all’Italia su ciò che ha detto sul suo conto. Non sappiamo quanto tatticismo elettorale ci sia nel modo con cui lo sfidante repubblicano ha preso l’Italia come bersaglio preferito della sua campagna elettorale, definendola, dal punto di vista economico, un esempio pericoloso per gli USA. Non sappiamo neanche se Romney, se fosse stato eletto, avrebbe applicato il principio che in politica tutto è concesso, per cui si sarebbe rimangiato le cose dette professando per l’Italia un postumo ed esagerato sentimento di affetto. Una cosa, tuttavia, sappiamo di certo, e cioè che questo modo di trattare il nostro Paese ha creato risentimento non solo in Italia, ma anche tra gli italiani nel mondo, e in particolare in quelli d’America.
Il candidato repubblicano alla Casa Bianca ha assunto più volte l’Italia a modello negativo nei suoi discorsi elettorali (analogo trattamento peraltro ha riservato a Grecia e Spagna). Poiché il paragone è stato ricorrente, non si può dire che rientrasse tra le tante “gaffe” di cui è rimasto famoso (ossia per dire cose che pensava veramente, ma che non riusciva a trattenere).
Qui sta il problema. Se un futuro presidente è convinto che la realtà stia come le sente nel proprio intimo, e non come se la rappresenta strumentalmente a fini elettorali, sarà difficile che nell’azione quotidiana di governo non riesca qualche volta a incappare o a far pesare la sua reale convinzione. Ecco perché questo fatto ci preoccupa, cioè che anche l’elettorato repubblicano la pensi allo stesso modo. Questo vorrebbe dire che all’interno del popolo americano si starebbe producendo una spaccatura dagli esiti imprevedibili, che è peggiore del divario che separa la gente di colore dai bianchi. Infatti, essa significherebbe una perdita pericolosissima della memoria storica che lega l’Italia agli Stati Uniti d’America, a partire dal suo scopritore Colombo.
Qualcuno si è affrettato a spiegare che in generale l’assenza di “Europa” nel dibattito elettorale americano o la sua assunzione in termini per lo più negativi sotto il profilo economico, non significa disinteresse o cambiamento di strategia, ma semplicemente che si tratta di un alleato talmente sicuro e naturale che non è neanche necessario parlarne oppure quando si fa si può tranquillamente alludere a qualche aspetto negativo, posto che il giudizio essenziale (positivo) non è assolutamente in discussione. Non rimane che augurarsi che prevalgano le persone portatrici di questo giudizio.
Ragionando in questo modo, però, si corre il rischio di trascurare un fatto importante, e cioè il valore delle “parole” in politica. A differenza di altri ambiti, le parole in “politica”, avendo un peso specifico rilevante, hanno la possibilità di diventare esse stesse “fatti”. Soprattutto quando si tratta di “cose” che contrastano contro altre “cose” che, a loro volta, si trascura di riconoscere. Nel caso delle uscite di Romney, si tratta di affermazioni superficiali che omettono di riconoscere che l’Italia, pur vivendo una crisi che non ha causato (notoriamente innescata in USA e dagli USA), sta affrontando i suoi problemi senza chiedere aiuto a nessuno.
Infatti, lo stile “grillino” dell’esemplificazione di Romney (nella misura in cui in modo qualunquista mette tutto nel mazzo, compresa la Chrysler e Marchionne), prendendo di mira nel dibattito politico un Paese amico, sarebbe potuto passare solo se, per ipotesi, avesse mostrato la verità in tutti i suoi risvolti, e non ne avesse celato una parte. Invece, avendo attaccato in termini assoluti l’Italia ha mostrato solo superficialità e ignoranza o, peggio ancora, una facile polemica che nasconde una grave mancanza di sensibilità politica.
A parte l’analisi economica, la lacuna politica del candidato repubblicano – che nasconde il retro pensiero “Che c’importa dell’Italia che va alla malora?” – consiste nel non rendersi conto che, se l’Europa è il partner più naturale degli Stati Uniti, per storia ed etnia comuni, al suo interno l’Italia è quello strategicamente più importante. In questo dopoguerra, l’Italia non ha mai sfruttato la sua posizione geopolitica per creare problemi agli USA o all’ONU, dissociandosi di quando in quando oppure opponendosi o non partecipando direttamente alle operazioni se non intravedeva una convenienza diretta, come hanno fatto più volte altri partner europei.
La centralità dell’Italia è “fisica”: essa non ha bisogno di minacciare di mettersi di traverso nel Mediterraneo, perché è già di “traverso”. E assolve, con estrema naturalezza e responsabilità, a questo ruolo storico. Se tutta la storia italiana, dalla caduta dell’Impero romano all’Unità, è stata una storia di conquiste e la Penisola è stata sempre teatro d’interessi internazionali, ciò è avvenuto perché l’Italia fa da cerniera – non solo culturale, ma anche e politica ed economica – con quella vasta parte di mondo che parte dal nord dell’Africa e dal Medio Oriente e finisce nelle sponde del Pacifico. Un Pacifico sul quale si affacciano popolazioni che non dimenticano di essere state angariate non solo dagli Europei, ma anche dai loro discendenti che s’insediarono nel continente nordamericano.
C’è qualcosa che conta più delle mere strategie commerciali momentanee o delle mutevoli convenienze politiche. Sono i legami di sangue, di razza, di etnia, di storia comune (i francesi furono decisivi per la riuscita della rivoluzione americana, come gli americani lo furono nel liberare l’Europa dalle dittature del XX secolo). Esse riguardano non solo quell’America del Nord, che è ancora fatta in maggioranza d’immigrati europei, ma anche la parte dei flussi di popolazione latina americana, che oggi la raggiungono risalendola dal sud; anch’essi sono spesso figli e nipoti di emigrati europei. Questi ultimi in particolare sono discendenti d’italiani e spagnoli, ossia dei Paesi che più degli altri sono finiti nel mirino del candidato presidente.
Gli italiani, e non solo con Cristoforo Colombo, sono stati tra i grandi protagonisti della costruzione di quello che oggi è ancora il primo Paese nel mondo. La Guardia, Caruso, Meucci, Sinatra, Di Maggio e tanti altri sono stati i nomi che, nei loro pur diversissimi campi, hanno fatto vibrare il cuore americano. E questo a tacere delle masse d’immigranti che hanno partecipato alla costruzione, anche materiale, del Paese. Un Paese, le cui istituzioni non sempre hanno corrisposto alle loro sofferenze con giustizia, come dimostra gli impiccati di New Orleans, i casi Sacco e Vanzetti, ecc.
E allora ci domandiamo: se scherzare con i musulmani può comportare stragi, bombe e rivolte di piazza, o con i cinesi e i giapponesi guerre commerciali, “scherzare” con valori come italianità (o ispanicità), significa non tanto andare contro gli “italiani”, ma soprattutto contro se stessi. Vale a dire contro la propria identità, quella nordamericana, che non è fatta solo da irlandesi o inglesi, i White Anglo Saxon Protestant, come si credeva nell’Ottocento, ma anche dalle folle di migranti che dopo di quelli provennero in gran parte dal meridione dell’Europa e non meno degli “wasp” fecero questa grande nazione.

(Franco Narducci)

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