Libia, dai baci alle bombe



Recita un aforisma cinese che la via del saggio è agire, ma non competere. L’Italia in Libia sta facendo esattamente il contrario. Risponde disunita – e balbettando – alla chiamata interventista dei condottieri della geopolitica mondiale, cui i solerti jet francesi hanno agito da apripista (con buona pace di chi ha salutato con enfasi l’ascesa del democratico Obama). Prova a misurarsi, per lo più attraverso aride polemiche, con i potentati economici internazionali, fortemente attratti dai petrodollari in salsa libica, quasi in libera uscita. E per far ciò s’è inserita, in modo pasticciato, nell’ennesima guerra civile. Tribale. Dagli obiettivi confusi, dalla gestione discutibile, dall’immancabile scia di sangue innocente. E soprattutto più pericolosa delle precedenti. Perché il Nord Africa non è l’Afganistan. E nemmeno l’Iraq. E’ ad un tiro di schioppo da noi. E’ intrecciato da interessi radicati (Eni, Fiat, Unicredit, fino ai fenomeni migratori). Messi a dimora grazie a quel dittatore che abbiamo a più riprese riabilitato, con deferenza, a furia di rapporti commerciali conditi di salamelecchi e amazzoni.
Se c’è armonia da parte degli strateghi di “think tank” nel ritenere inevitabile l’intervento, ce n’è meno nelle diplomazie lacerate dalle guerre di nervi, come in Russia (dove presidente e premier sono ai ferri corti), ma anche all’interno della Lega Araba, favorevole alla “no fly zone”, ma non alle bombe per attuarla. Per non parlare dell’Europa, dove gli interessi e le ambizioni individuali hanno ormai soppiantato la politica.
I bombardamenti, in tale quadro, non favoriscono certo la rinascita democratica del Maghreb. Non rincuorano il coraggio delle proteste in piazza. Non prevengono le spinte fondamentaliste e le migrazioni bibliche. Non aiutano quel processo di cooperazione mediterranea che ci dovrebbe vedere protagonisti.
Quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata. Lo suggerisce la saggezza di un proverbio africano.

(Giampiero Castellotti)

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