Elezioni / La qualità della spesa pubblica



Elezioni / La qualità della spesa pubblica

Non servono geniali menti matematiche alla Gauss o alla Turing per comprendere, fatti due conti, il disastro – in termini soprattutto di sperperi – della spesa pubblica in Italia. E’ sufficiente leggersi e comparare, ad esempio, i dati dell’Ocse sul gettito fiscale in diversi Paesi occidentali per rendersi conto della difformità tra tasse versate e servizi resi ai cittadini a latitudini differenti.
Noi italiani, è noto, paghiamo mille balzelli. Secondo l’Ocse, cioè l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (organismo che ha sede a Parigi e conta 34 Paesi membri) ogni italiano, indipendentemente dall’età (quindi neonati compresi), nel 2010 ha versato allo Stato 14.942 dollari – pari a 11.037 euro – di tasse. Cioè 665 miliardi di euro globali, il 43% del prodotto interno lordo. Lo scorso anno, a causa soprattutto dell’Imu (ma non solo), la cifra è lievitata ulteriormente. Va aggiunto che tale dato non tiene conto dell’evasione fiscale, quantizzata tra i 150 e i 180 miliardi di euro, cioè 3.900 dollari (2.881 euro) pro capite, per cui il peso fiscale per coloro che pagano tutto regolarmente è ovviamente più rilevante.
Nel 2010 abbiamo versato più tasse dei tedeschi (14.338 dollari) e dei canadesi (14.517). Pur godendo di servizi pubblici decisamente più scadenti. E sono le stesse cifre a spiegarci perché: la Germania spende per i suoi cittadini ben 13.992 euro a testa contro i 13.089 che si spendono nel nostro Paese. Insomma, da noi lo Stato incassa di più dai “sudditi”, ma spende molto di meno per il “bene comune”.
Una conferma viene ancora dai numeri dell’Ocse. Significativi. I tedeschi spendono quasi il doppio degli italiani in contributi sociali (640 miliardi contro i nostri 335), con un dato pro capite di 7.828 euro a persona contro i 5.572 nostrani. Inoltre sono note le differenze qualitative nell’assistenza sanitaria, nel sistema universitario, nel welfare, nei diritti del lavoro (tre anni di maternità), nella bontà delle infrastrutture (tra l’altro da loro le autostrade sono gratuite).
Dove finiscono, allora, quei soldi che lo Stato italiano incassa di più degli altri e spende di meno?
Una buona parte serve per stipendiare dipendenti pubblici, anche se il loro numero non è assai maggiore di quello di altri Stati europei (benché la percentuale di dirigenti da noi sia decisamente superiore). Poi c’è il problema degli interessi sul debito pubblico, che ha oltrepassato i 2.000 miliardi di euro con circa 80 miliardi di interessi l’anno, pari ad oltre il 10% della spesa pubblica totale (contro il 6% di quella tedesca). Il nostro è il terzo debito mondiale in assoluto dopo quello dei giapponesi e degli americani. C’è poi la bolla della corruzione e del malaffare, cui si collega l’esportazione di capitali all’estero.
L’analisi, per quanto sintetica, dimostra la centralità di due problemi per le casse del nostro Stato: la questione del debito pubblico, di cui tanto si dibatte (ma con scarsi risultati dal momento che nel 2012 – nonostante la fioritura di tasse – il debito ha subito un’impennata record) e la “qualità” della spesa pubblica, di cui, viceversa, si parla ben poco. Perché occorrerebbe calare il bisturi nei più floridi bacini elettorali.

(Giampiero Castellotti – 30 gennaio 2013 – Uci)

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