Febbre suina



Anche nei momenti più bui della nostra Repubblica, non sono mai mancati gli eroi di turno per alimentare le ultime illusioni. Con tangentopoli, ad esempio, un’Italia eternamente spaccata è riuscita nel non facile compito di beatificare sia i (presunti) martiri sia i (presunti) carnefici. Consegnando loro la guida del Paese.
Oggi, però, in uno dei frangenti più grevi di degenerazione morale, che ha contaminato la vita culturale, sociale e politica di un Paese la cui “porca” legge elettorale rappresenta il più idoneo antipasto, è davvero difficile individuare un eroe – ma anche un semplice feticcio – in grado di preservare speranze e dare consistenza ad una seppur flebile idea di risanamento e di riscatto civile.
Ambienti, protagonisti e “materiali” dell’ennesima pruriginosa “notte della Repubblichetta” non lasciano spiragli: le profanate alcove del potere hanno davvero toccato il livello più basso. La bella vita istituzionale dalle emozioni effimere e dal passatempo talamico, costruita con i soldi pubblici, è il regno del più bieco disvalore e del disfacimento finale. Palcoscenici televisivi, salotti imprenditoriali, stanze della politica amalgamati soprattutto dal giovane ma consumato pelo compiacente, esaltato da un alone di tatuaggi e di vestiario che va dalla guepière al country. Ma anche dall’alcol, dalla coca, dai motori, dai soldi. Talvolta debordante su mafia e camorra. Un quadro acuito, a ben vedere, da una lunga stagione di condizionamenti culturali che allargano la platea di connivenze materiali e morali, che alzano la soglia di assuefazione collettiva, che seminano giustificazionismo maschilista.
“Dolce vita” alla faccia del “popolino”, di chi non riesce ad arrivare a fine mese, dei disoccupati, di chi lavora in nero, di chi non ha un contributo per la pensione, di chi fa eterne file alla posta per pagarsi a fatica le bollette o di coloro che affrontano i drammi di una sanità pubblica al collasso. E loro, i potenti, veterani del vizio, a sbattersela in tutti i sensi.
Stavolta non ci sono eroi perché non ci sono vittime. La correità, come in un grande mercato globale, mette sullo stesso piano stuoli di spregiudicati venditori e di “utilizzatori finali”. Soldi in cambio di prestazioni, ma basate sul sollazzo individuale piuttosto che sul bene comune. Un coro di “ugole obbedienti”, per dirla con D’Avanzo, riconoscenti e obbligate non solo verso il capo ma nei confronti di un intero apparato dove ufficialità e informalità non hanno confini. E’ il modernismo glamour costruito sulle tecniche del marketing e del night, sull’immagine, sull’arte delle public relations, sull’edonismo mondano e festaiolo, sul gettone di presenza, sul rampantismo proteso al ricatto, sull’evento lustrinato quale primaria occasione di partecipazione e di confronto. Anche il linguaggio si adegua: “escort” non è più un richiamo automobilistico, ma una promozione semantica per il più antico mestiere del mondo. Un calendario vale una collezione di lauree. Un’eccellente prestazione anche, forse, un seggio parlamentare.
La “febbre suina” non è, quindi, solo un “inconveniente” di degenerazioni sessuali. E’ soprattutto decomposizione socio-politica. Pericolo civile. Autoreferenzialità di un potere che, come un cancro, si rigenera nel marciume. Ed è grave – ma comprensibile in questo Belpaese – che per spalancare gli occhi servano più i pruriti sessuali e i pipini barzotti che non decenni di palesi conflitti d’interesse o di leggi ad personam, con un’ampia (e trasversale) corte di beneficiari. Qui non c’è solo la questione di un “cavaliere staffato”, per dirla con Valentino Parlato (con quella visione un po’ berluscomaniaca della sinistra). C’è un problema di sistema. Di una kultura amerikana applicata ad un’Italietta eternamente provinciale e cialtrona. Dove tra il pubblico, dai vetri oscurati, e il privato il baratro è ormai preoccupante. E dove l’approccio alla politica e all’informazione è analogo a quello per il campionato di calcio. Una saga di veline che va dai letti dei campioni della domenica ai rappresentanti del basso impero, attivi – con i nostri soldi e i nostri voti – nei giorni feriali.

(Giampiero Castellotti – 20 giugno 2009)

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