Frosolone ammirata con “occhi a candela”

Frosolone, nel cuore del Molise, è un paese speciale. In un certo senso, esclusivo. Una sentenza che non è frutto di adulazione. Perché, in fondo, basta partire dalla denominazione per capire che il soggetto non è di quelli ordinari.

Il geniale regista Mario Monicelli, quando lo scelse per il personaggio di Fra Cipolla da Frosolone (Alberto Sordi) in “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno” del 1984, commentò che il paese molisano, con quel nome, era segnato dalla sorte al pari di Sgurgola Marsicana o Cefalù. “Forza del destino” di verdiana memoria, insomma.

In effetti, se proprio vogliamo attenuare l’enfasi, dobbiamo riconoscere che Frosolone è un borgo perlomeno “caratteristico”. Aggettivo, però, che non va percepito come quell’inflazionata e formale etichetta attribuita dalle guide turistiche ad ogni gruppo di case abbarbicato su un costone roccioso del nostro Stivale. Al pari di un “ameno” o un “ridente” che vanno bene per qualsiasi occasione. Accompagnato, casomai, da quelle scolorite immagini di vecchie Nsu Prinz o Fiat 1100 in piazza.

No, Frosolone, stretto tra la “metropoli” Frosinone, forse un nucleo originario sarebbe partito da lì, e il frisone, l’uccello da cui il toponimo deriverebbe, incarna proprio un’unicità in quel lembo di territorio alquanto vergine che risponde al nome di Molise. Entroterra di un entroterra inesplorato. Autentico.

Del resto, quale abitato, disseminato tra le aspre montagne delle province di Isernia e Campobasso, oltre alla scontata vocazione “ruralissima”, artigianale e, in qualche caso, pastorale, può vantare, nel suo racconto storico, un’imprenditoria costituita da ben due fabbriche di gassose, da operosi mulini con tanto di azienda pastaia annessa, da cave di pietra e del rinomato tessuto economico assicurato per secoli da centinaia di laboratori per la lavorazione delle lame, riuniti addirittura in una cooperativa ante litteram agli inizi del Novecento? O poteva offrire una delle più antiche istituzioni scolastiche dell’intero Mezzogiorno, convitto e ginnasio, purtroppo oggi liquidati dall’irreversibile crisi demografica? Od ostentare un imprimatur religioso garantito da floridi conventi e monasteri affiancati da confraternite, case d’educazione, spedali e una dozzina di chiese, una arricchita da un pregiato altare ligneo di scuola partenopea che in altri luoghi attirerebbe frotte di turisti tedeschi e olandesi?

Il piccolo Frosolone, in sostanza, non s’è fatto mancare nulla. Se la vanga è stato l’amaro destino per intere generazioni di molisani, o le valigie di cartone come extrema ratio, questo borgo ha saputo crearsi la sua classe operaia tra i fumi di piccole officine. Ha saputo dar vita ad un prosperoso commercio. Ed oggi, forzando la sua storiografia già inesorabilmente scritta, di cui si lamentò giustamente Pasolini per quella parola “fine” imposta dalla (in)civiltà dei consumi, continua a lottare con i denti della benemerita famiglia Colantuono per non far scomparire l’ultima transumanza a piedi. Perché non c’è futuro senza passato. O almeno così dovrebbe essere.

Negli stretti vicoli di questo borgo sospeso ad oltre 900 metri sul livello del mare – oltre seimila anime agli inizi del Novecento, oggi scarse tremila – si dispiega l’epopea familiare di “Occhi a candela”, l’omaggio letterario che una riconoscente Roberta Muzio fa al borgo “speciale” della sua famiglia materna. Narrazione utilissima per scoprire l’essenza vera di un’antica collettività molisana grazie all’esaltazione privilegiata del patrimonio immateriale.

Come nel sapiente restauro di un antico capolavoro, l’autrice ricostruisce i preziosi tasselli, fatti di un elenco illimitato di nomi e soprannomi, offerti da un’infinita ramificazione di avi e di parenti “vicini e lontani”. Sono loro a prendersi la responsabilità del racconto, diventando gli ignari protagonisti di un grande affresco di comunità. Le splendide foto d’epoca, rigorosamente in bianco e nero (intriganti quelle con apertura “a ventaglio”), aiutano il libro a diventare scrigno di memorie condivise.

In tale operazione spontaneamente culturale, che le distanze temporali rendono ancora più affascinante, sono gli “occhi a candela” a guidarci, illuminando la strada da percorrere con curiosità e pazienza. Quegli stessi che hanno permesso ad un illustre “frosolonese d’adozione”, il sociologo Giuseppe De Rita, che nel paese molisano ha trascorso gli anni di guerra, ad assorbire – per sua stessa ammissione – “il rigore della gente di montagna”, ma anche a mitizzare gli occhi nerissimi della figlia di una farmacista.

Il paese d’antan, nell’esposizione della Muzio (e dei suoi “coautori” familiari), si presenta quanto mai vitale. Con le donne vere protagoniste della vita sociale quotidiana, tenaci e intraprendenti dentro e fuori casa. Un insieme di personaggi paradossalmente attuali nei ricordi dei più anziani lettori, comunque originali e inediti per i più giovani.

I colori e i profumi del borgo esalano dalle pagine attraverso i vicoli, assoluti primi attori del racconto, con quel senso rassicurante di protezione e di solidarietà che sanno trasudare dalle pietre. Dalle finestre, altri occhi sul mondo. Dai camini, emblema di benessere e di produttività.

La società novecentesca molisana è fatta di botteghe, tante, familiari, essenziali, strumenti di servizio, ma anche di relazione e di sussistenza. E’ animata dalle cantine, veri e propri dopolavoro per condividere pretesti e racconti. E’ rifornita dal negozio di generi alimentari, con un “bene di lusso”, i lupini. Poi il calore dei forni, il rumore degli strumenti del barbieri, il primo flash dei fotografi, l’arte sapiente delle tessitrici. Il ritmo degli ultimi maniscalchi, con il corollario di “funari” e “sellai”. Le cererie. Ed i mestieri in via di esaurimento, dalle capillare, le donne pettinatrici, fino alle saponare, chissà quanto sarebbero utili in tempo di coronavirus.

Vita umanissima, quindi, quella di Frosolone. E umilissima, sui tanti materassi riempiti da foglie di granone e figli da far mangiare tutti i giorni. Infervorata dalle famiglie numerose, dai preziosi animali (grazie al latte, i bambini diventavano “figli della capra”, come si legge nel libro) e dagli scherzi ideati dalle torme di bambini per dare il miglior senso al defluire del tempo, dalle palle di neve che centravano pile sul fuoco alla classica gara di flussi organici dai tetti più strategici.

Vita scandita daIl’inesorabile scorrere dei mesi, a cui l’autrice dedica un intero capitolo dei tredici del libro, il numero 6. Dal Capodanno agli zampognari di dicembre, passando per la befana, il carnevale, la mietitura, la vendemmia, il culto dei defunti. Ma anche i matrimoni, snodo sostanziale di un’intera esistenza, talvolta talmente essenziale da essere affidato alla procura. Altro che possibilità di scelta. Su tutto, immancabile, la superstizione del malocchio e di mille altre stramberie, regolatrici dell’arco vitale. Le tante tragedie legate all’emigrazione, dove i drammi hanno eco così forte da essere in grado di oltrepassare gli oceani. Ma anche le feste, allietate dai suonatori d’organetto.

“Non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo” ha scritto Isabel Allende. La giovane Roberta Muzio, “raccoglitrice di memorie”, ce lo conferma nel suo incancellabile e gioioso affresco.

(Giampiero Castellotti)

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