L’ultimo romanzo di Umberto Berardo “Frammenti di espressioni esistenziali”

Porta un titolo da saggio l’ultima fatica letteraria di Umberto Berardo, ma è un romanzo, un vero percorso narrativo, che si sviluppa con la complicità di personaggi veri e propri, luoghi conosciuti, epoche storiche documentate e perfino condizioni acclarate dalle consuetudini sociali dell’epoca in cui si vanno evolvendo le trame rese, realisticamente valide, dalle memorie collettive e popolari.

Questi “Frammenti di Espressioni Esistenziali” sono cronache di persone, uomini e donne, che vivono condizioni diverse, suddivisioni su basi economiche e riconoscimenti culturali, giochi di rappresentanza sociale che avvengono per lo più a causa di possedimenti e non possedimenti, due estremi che danno corpo e qualità a chi possiede, i proprietari, prima grandi poi medi ed infine i piccoli, e gli ultimi, i braccianti, preceduti soltanto dai coloni, gente che deve lavorare per vivere, lavorare duramente e per gli altri, buttando il sudore, piegando la schiena su quella terra, che sempre e da secoli e secoli richiede il sacrificio degli uomini di fatica, i quasi schiavi, gli sfruttati, ai margini di una società che li usa e li mortifica.

Tra i due punti, quello di comando e quello di ambascio ed obbedienza, troviamo tutta una serie di altre figure che, in una lista di colori, assumerebbero di volta in volta sfumature di sintonia con le proprie qualifiche: artigiani, insegnanti, professionisti e tanto ancora, ché la società è complessa, anche se armoniosa e funzionale.

Guai, però, a mischiare le carte, ché sempre bisogna mantenere un ordine costituito e non creare brutture e commistioni dei ceti è cosa giusta e sacrosanta; disattendere è perfino blasfemo, peccaminoso, pericoloso.

Lo dico proprio per una deriva incontrollabile, favorita dall’Amore (lettera maiuscola d’obbligo), quello vero, l’autentico motore del mondo, il gioco del futuro, quello che fa prendere decisioni, che dovrebbero essere limpide e giuste e qualche volta, se non spesso, diventano avventate e terribili. Lo sottolineo perché Umberto Berardo, nel suo romanzo, ne tira fuori di queste robe, un Amore immenso, che devia nel dolore, una bellezza che si macchia nel tempo a causa dell’avida e ingorda bramosia del piacere, il rispetto delle regole che indirizza ad una distanza per motivi di legge, una lontananza che si rivela fautrice di guai e malvagità. Tanti, troppi impedimenti alla felicità, quasi un gioco antico, un soffio di tragedia veronese, il tocco “scespiriano”, che muta l’ordine in premessa, che dovrebbe, della norma esistenziale, affinché le cose si mantengano nel consueto alveo esistenziale, essere accettato e condiviso dalle parti in causa e che, al contrario, diventa forte meccanismo di risentimento, perfino di vendetta, di rinuncia, di mal del vivere, soprattutto di forte rassegnazione, una scelta d’impotenza.

Tutto fino a che… ma di questo ne parliamo tra un po’.

Non faro anticipi sulla trama, lo affermo categoricamente e sottoscrivo, però un accenno mi ci vuole, magari per presentarvi qualche personaggio. Al centro ci sta la storia, la vicenda, che, vi basta sapere, parte da Roma e poi si sposta a Cerasito, che è oggi come ieri, una frazione di Frosolone, situata tra questo comune e Torella del Sannio. Ad un certo punto arriva anche nella zona dei monti del Matese, per via di certi sogni, diremmo di desideri e di lotte, nel segno della Libertà, di una società che si vada sviluppando libera, nel gesto della concordia degli uomini e per giungere alla luce della non violenza. Tutto comincia con Antonio e continua con lo stesso Antonio, che è elemento centrale, e poi con tutti gli altri protagonisti, donne, uomini, luoghi della sua storia, il passato, il presente il futuro. Sua mamma Giulia, zio Luca, zia Lucia e Domenico, il suo unico cugino, e Cerasito, Frosolone, i monti del Matese, dov’era finito per vivere e morire il suo papà, Andrea, per quelle stramberie del fato, che ti vedono prima felice e contento come una Pasqua e poi, improvvisamente, nel baratro di un viaggio infernale e doloroso. Un viaggio che si conclude con la vicinanza, di meravigliosa fattura, di un’amicizia, quella con Matteo, che è sostanza di vita, un sapore nuovo e profondo, che si veste della condivisione degli Ideali, la pratica quotidiana del rispetto dei valori umani, nel moto di pensare al bene comune, alla società libera, al desiderio di un mondo migliore. Tutto nell’abbraccio delle teorie anarchiche, nel sogno più luminoso di un Domani, insieme agli altri protagonisti della storia di Umberto Berardo, il narratore, e della Storia d’Italia, di quel tentativo insurrezionale anarchico, quando, nel 1877, un gruppo di uomini, la cosiddetta Banda del Matese, costituito da alcuni appartenenti alla Federazione Italiana dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, decise di dar concretezza alle idee, teorizzate da Errico Malatesta e Carlo Cafiero, attraverso quelle azioni, di lotta e rivolta, che potessero coinvolgere i contadini del Sud a partecipare ad una vera Rivoluzione sociale, per affermare i diritti alle uguaglianze. Ed è qui che il romanzo di Umberto Berardo diventa anche occasione di riflessione, perché la Storia entra a far parte della sua storia, quella di Antonio e i suoi parenti, di Antonio e i suoi luoghi, di Andrea, di mamma Giulia, di questo suo viaggio narrativo, che, senza invenzioni e fantasie, ci porta a conoscere gli animi umani che solcano una terra difficile e complessa, che era, come ancora è, colma di contraddizioni e delle più scomode verità.

La lettura dei “Frammenti di espressioni esistenziali” di Umberto Berardo (al quale mi lega una lunga e preziosa amicizia, fatta anche di vicinanze ideali e di percorsi comuni d’impegno e di lotta per il progresso culturale e sociale) mi ha portato ad una serie di riflessioni, che riguardano soprattutto i punti di snodo di un apparato culturale che oggi arriva a toccare numerosi elementi di sconforto e di degrado, che minacciano quella fiducia che molti, noi compreso, avevamo riposto nei cuori, sognando la possibilità di un progresso che potesse favorire il riscatto sociale e davvero costruire una società ideale fuori da corruzioni e corruttori, scandita nella quotidianità dai concetti più adeguati di uomini liberi, rispettosi degli altri, attenti alla solidarietà, nel rispetto delle comunità, nell’atto concreto di contribuire tutti e senza distanze alla costruzione del Futuro.

Mi sono commosso nella lettura. Ho riconosciuto luoghi antichi ma anche antiche sofferenze, simili a come me le raccontavano i nonni, in un luogo diverso ma così fortemente uguale, narrando di altre persone ma fatte della stessa sostanza. Brava gente, persone generose, donne e uomini di grande levatura morale, molti poveri, contadini che strappano un sorriso dalla terra più aspra, che devono conquistarsi con la fatica una piccola scintilla di gioia e di vita. Ho ritrovato persone che avevo conosciuto, nei modi di essere, quando ero ragazzino e il mio paese era attraversato perennemente dalla fatica, un fascio di rami secchi sulla schiena, un asino con la sua soma, qualche gallina, un piccolo gregge per i più fortunati, un po’ di coniglio con le patate, la domenica, a cuocere sotto la “coppa”, ricoperta di cenere ardente nella “liscia” del camino di casa. Una vita che era fatta di piccole cose, ma ricca di altre. I racconti, soprattutto a sera, attorno allo stesso camino, mischiando eventi veri e d’invenzione, fatti per stupire e per trasmettere la conoscenza, le vicende legate al territorio, perpetrando l’amore sconfinato per la propria terra.

Così scopri che noi molisani abbiamo, nel corso dei secoli, amato molto il nostro Molise. Lo abbiamo spesso amato a prescindere da qualunque azione di reciprocità, abbiamo amato senza aspettarci altrettanto amore da parte sua. Un affetto che si è protratto senza alcun interesse, come dire, politico e di scambio economico di mercato facendo cioè a meno di qualunque pensiero di ricavo dalle azioni quotidiane. Non sempre in verità e neanche in tutte le persone. Ma è così che funziona sotto questo piccolo tratto di cielo.

Intanto non sembra strano trovare, nel romanzo di Umberto Berardo, quei momenti di vita che hanno sancito una specie di patto tra le parti del nostro organigramma sociale in Molise. Un tour di normalità esistenziale, scaturito dagli stessi elementi: proprietari terrieri ricchi, contadini per lo più senza terra che da coloni erano sempre totalmente poveri. Nessuno stupore, ricchi e poveri, due classi, collegate tra loro da vincoli di appartenenza territoriale, da consuetudini ataviche e da concrete servitù di antico concetto. In questo la voglia di rivolta è possibile, anzi dovrebbe essere auspicabile, ma non lo è stata. Non si è mossa foglia, nessun coinvolgimento, neanche con i briganti, che hanno, molto più spesso, colpito i più poveri, neanche sognando, se non in qualche circostanza, di combattere una guerra contro lo strapotere dei potenti, che in loro hanno visto, a secondo dei casi, la complicità o addirittura la mano con la quale piegare ogni eventuale possibilità di rivalsa. Un gioco che, nel romanzo di Umberto, viene però spinto verso la chiara posizione degli anarchici, che hanno sognato davvero l’agognato mondo migliore, progettando un avvenire e non certo relegandosi tra quella masnada brigantesca con la quale hanno dovuto condividere, nella simile denominazione, l’atto finale della morte o, se preferite, della sconfitta dell’Ideale. “Abbiamo sconfitto le mire banditesche della famigerata Banda del Matese”. Stupisce invece l’azione così poco culturale che è secondaria agli eventi, ma non distante. Un evento che ci racconta di come ci fosse magari più preparazione e “cultura” tra quegli uomini e gli uomini di oggi, i quali, pur scolarizzati, pur immersi in una innovazione in continua crescita, sembrano, al contrario, disattendere quasi totalmente la meditazione dei fatti, l’analisi delle condizioni, gli aspetti storici e sociali e culturali. Così accade che arriva, come un vortice furente, quel senso di degrado che ci fa essere un po’ tutti presuntuosi, parecchio arroganti e soprattutto lontanissimi da ogni vicinanza solidale, sancendo così un principio di immensa distanza collettiva, che è quello dove ognuno fa tutto quello che può per affermare se stesso. Un insieme di sentieri da percorrere, ma tutti in direzione dell’individualismo e del disimpegno per ogni causa comune.

Il romanzo di Umberto Berardo fa qualcosa d’importante, a mio avviso.

Riconduce ad una storia che inizia personale, ma diventa subito qualcosa di diverso, mutando a partire dal luogo, una frazione, Cerasito, un minuscolo pezzo di mondo, sconosciuto e nascosto, abitato da persone senza valore, pedine di una scacchiera sempre tragica, in perenne oscurità, una storia che pian piano diventa collettiva, nello scenario, nelle trame, nei crocevia delle vicende storiche, negli intrecci. Un valore che si arricchisce di quei libri che venivano letti nelle case, perché in alcune case i libri erano presenti, pochi e preziosi, perché costosi, magari raccontati, di paragrafi imparati a memoria, come versi di una diversa Bibbia, di un altro Vangelo, acqua in un catino dove il sogno era rappresentato dallo sforzo d’imparare a scrivere, non solo per poter firmare un documento, ma per leggerli i documenti, ma dove la necessità di un altro paio di braccia impediva la scuola, impediva ai ragazzi e ai giovani di contribuire ad una qualche crescita culturale e dunque di coscienza sociale. Ed apriva alla fatica e forse alla condanna dell’ignoranza.

“Frammenti di espressioni esistenziali” di Umberto Berardo è un libro assolutamente da leggere, perché arricchisce la nostra conoscenza delle vicende del popolo, contribuisce a spiegare un evento, come il tentativo di rivolta sui monti del Matese e soprattutto ci porta emotivamente ad incontrare i nostri avi, perché da qualunque ceto sociale ognuno di noi ha origine; nel libro li possiamo incontrare, essendo un documento che ci riguarda tutti, chi più chi meno, noi che di questo Molise abbiamo lo stesso sangue, lo stesso sentimento, lo stesso sogno di riscatto.

Grazie, Umberto, per averlo pensato, per averlo scritto e per avercelo donato.

(Giuseppe Pittà)

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