Isernia, altro che Auditorium, questo è un Cementorium…



Isernia, altro che Auditorium, questo è un Cementorium…

ISERNIA – Sul nuovo e costruendo Auditorium di Isernia si è detto di tutto e di più. Non intendo entrare nel merito delle questioni tecniche né tantomeno economiche e ancor meno di competenza. Si sa, sulle competenze, specialmente quando i soldoni sono tanti, partono le più svariate candidature ed a volte neanche quelle. Abbiamo soggetti tanto “autorevoli” che nemmeno si candidano, pretendono ed ottengono progettazioni e direzione dei lavori, imponendo come cesari la loro unica ed irrepetibile perizia.
A tal proposito, tra l’altro, proprio nel territorio della provincia di Isernia, ultimamente, sta accadendo che Cesari, nell’immensa mania di grandezza e di lauti guadagni, causano danni, spaventosi ritardi ed ingenti sperperi di denaro pubblico. Ma era solo un esempio, non è di questo che vorrei parlare.
Spesso però, quando ci si trova di fronte a situazioni dove grandi finanziamenti vanno a devastare un bene storico, qualcuno riesce anche a far credere che le proprie critiche sorgono spontanee, dettate da un amore viscerale per quel bene e giammai per le ricche parcelle!
Per fortuna, relativamente all’auditorium, si è capito subito che (PCL escluso) tutte le parti in causa erano e sono interessate alla torta, crema compresa. Del resto, a chi poteva interessare, di fronte a simili somme di denaro, che dove stanno buttando metri e metri cubi di cemento, una volta insisteva lo storico stadio cittadino denominato “X Settembre”? Figuriamoci se sindaci, assessori, consiglieri, architetti, ingegneri, geologi ecc., potevano semplicemente soffermarsi, sensibilizzarsi all’idea che quella data rappresentava un momento tragico, cruciale, di riflessione per la città. E già, riflessione. Sarebbe questo il concetto da sottolineare da parte di un esponente della cosa pubblica, per veicolare nelle nuove generazioni quanto gli eventi bellici siano un male collettivo da evitare ad ogni costo.
Tant’è, di riflessione non se ne vista l’ombra e il vecchio campo sta subendo l’onta della cancellazione. E va bene. Non vogliamo parlare di quanto sia stato importante per la formazione sportiva di tanti di noi, di come quell’unico polo cittadino abbia garantito a diverse generazioni un momento di collettiva e sana pratica all’aria aperta, di come tutte le gloriose formazioni cittadine abbiano nei loro ricordi più vivi, immagini di quell’unico campo polveroso, di docce (quando c’erano) mal funzionanti, di allenamenti oltre il tramonto, ben oltre, di sfide persino eroiche, di portieri, difensori, centrocampisti, attaccanti, ognuno a loro modo personaggi dell’immaginario collettivo paesano, di racconti prolungati nei bar e per strada, dove il vecchio campo riecheggiava ad ogni parola. E chi non l’ha calcato!
Anche quelli che ora fanno finta di non interessarsene l’hanno calcato. Tra i nuovi amministratori ne conosco diversi, al loro posto questo delitto non l’avrei commesso. E va bene, non parliamone. Di cosa allora? Del fatto che quella vecchia struttura aveva raggiunto e superato i cinquant’anni e come tale poteva considerarsi di interesse storico e, con un provvedimento ad hoc, un vincolo, rimanere ancora per sempre tra le costruzioni cittadine? Troppo disturbo per i tecnici della soprintendenza studiare ed avanzare tale ipotesi, troppo in contrasto con amici amministratori contrari a tale possibilità. Del resto siamo abituati a scelte in totale disprezzo della storia, dell’archeologia dell’humus nel quale siamo nati, cresciuti e del quale non abbiamo capito niente. È proprio dall’abbrutimento delle nostre origini che sta crescendo il presente ed il futuro più devastante. Le bocche dei tanti che parlano di cultura senza conoscerne nemmeno il significato più immediato, più semplice. Basta pronunciare la parola cultura per “spararsi una posa”, tanto chi sa che cosa sia. E va bene, non parliamo nemmeno di questo. Allora di cosa?
Del travertino ampiamente scavato, trafitto un milione di volte dalle ruspe e percussori, un milione di volte come quasi un milione di anni fa, uomini preistorici, elefanti, bisonti, rinoceronti, ippopotami avevano calcato lo stesso suolo, alle stesse profondità messe in evidenza dal prestigioso scavo de La Pineta? Cinque metri al di sotto del piano di calpestio attuale, appunto su quel travertino che si estende per tutto il territorio cittadino, ci sono le basi della frequentazione paleolitica e, con ogni probabilità, quello su cui sta sorgendo l’auditorium è un altro sito frequentato dai nostri antichi progenitori. Ma questo chi lo ha verificato? Del resto, cosa volete che rappresentino un milione di anni rispetto a cinquanta milioni di euro!
E non parliamo nemmeno di questo. E di cosa allora? Del lascito vincolante e lungimirante di chi aveva donato quel terreno al pubblico godimento, sottoponendo il buon esito delle ultime volontà alla condizione che lo spazio fosse destinato ad attività sportive e sociali? Pover’uomo, non poteva sapere di certo che, di questi tempi, non c’è più nulla di certo, che la carta bollata è carta straccia e che le leggi valgono solo per i disgraziati.
E di cosa, santo dio, dobbiamo parlare?! Del compianto dottor Mario Lancellotta, per anni presidente del Coni provinciale e poi regionale, il quale, proprio agli inizi del suo mandato, attraverso un mucchietto di volenterosi, addetti ai lavori, professori di educazione fisica, trasformò il X Settembre in un vero e proprio Stadio dei Marmi per consentire lo svolgimento della prima edizione dei Giochi della Gioventù? Piste e settori per i lanci, pedane per i salti, persino sei corsie delimitate con strisce di gomme sull’intero campo per consentire tutte le gare di velocità e di mezzofondo. Avendolo conosciuto, essendo stato al suo fianco quando con caparbietà cercò con tutti i mezzi di realizzare il nuovo stadio alle piane, sono certo che non avrebbe disdegnato la meritata intitolazione con il suo nome, sono certo altresì che si sarebbe opposto con ardore all’abbattimento del vecchio campo, scenario di pioneristiche esibizioni atletico-calcistiche ed all’eliminazione della storica denominazione. Signori d’altri tempi. Di come si poteva essere democristiani e rispettosi della storia. Altri tempi!
Va bene, non parliamo di tutto questo. Affrontiamo allora il discorso sul contenitore culturale. Intanto, non mi pare, almeno dalle dichiarazioni pubbliche, che l’Auditorium, per quanto portatore di nome così altisonante, sia destinato esclusivamente ad attività culturali, anzi, già un nuovo centro commerciale si profila all’orizzonte. Un altro? Non ci basta l’unico (o forse due, stanti voci di palazzo che già pensano ad un altro) disastro architettonico? Uno scatolone all’ingresso della città, come biglietto da visita, nient’affatto gradevole, anzi cemento gratuito sulle falde acquifere che nemmeno la rotonda con fontana riesce a far dimenticare. Assurda costruzione distruttrice del paesaggio e del commercio più variegato e cittadino, contenitore amorfo e lontano dalla vita collettiva e di sano passeggio, prigione per i tanti e per i pochi lavoratori costretti ad orari, turni e feste da reinventarsi. E quindi un altro mostro.
Ma mettiamo per il momento che si tratti di un reale contenitore culturale. Di quale cultura? Quella della storia, delle origini, dell’architettura con la A maiuscola, del rispetto dei lasciti, dei presidenti signori, di quelli, i tanti che hanno saputo custodirla fino a qualche tempo fa? Se è di quella che si parla, allora possiamo pure chiudere, non mi pare che ci sia stato il benché minimo rispetto. E di cosa allora? Di un mega museo del Paleolitico, tanto importante da essere schifato? Non è già quello un contenitore culturale (tra l’altro con basi consistenti) sufficiente da far capire che fine fa la cultura in questa città? Oppure dei tanti appuntamenti culturali organizzati (solo i miei decine e decine) presso il Complesso di Santa Maria delle Monache o all’Università del Molise, quasi sempre disertati dai più o seguiti dai soliti noti. A chi sta a cuore tutta questa cultura per giustificare l’ennesimo sfregio alla storia. E al paesaggio. E sì, al paesaggio molisano duramente messo alla prova dai tanti mostri che sto portando in rassegna su queste pagine.
Non credo che ci farà onore portare in dotazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia un mostruoso scatolone di cemento armato, monumento di vergogna culturale. Un lettore, del quale ho smarrito l’email, mi scrive per sottolineare lo scempio perpetrato sui tratturi molisani. Essendo un tenace sostenitore di questa nostra importante testimonianza del passato, prego l’amico lettore di rimandarmi lo scritto e, quanto prima, ci occuperemo del problema. Nella convinzione di non essere l’unico visionario, invito tutti i lettori a segnalare, magari con immagini, rigorosamente non manipolate (e-mail:[email protected]) qualsiasi situazione che possa offendere il patrimonio paesaggistico e culturale del Molise.

(Emilio Izzo)

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