Misteri buffi



Lo scrittore francese Jean D’Ormesson, che è stato anche direttore del quotidiano Le Figaro, è un emblema della lotta all’uniformità e all’omologazione culturale determinata dalla globalizzazione. Denunciava, in sostanza, la crescente arrendevolezza ad una “cultura comune” che l’intellettuale francese, scomparso lo scorso anno, definiva “un pochino noiosa”.
Le tradizioni locali rappresentano, quindi, anche una sorta di argine all’appiattimento, una piccola forma di resistenza ai danni che un consumismo spinto agli eccessi e una comunicazione sempre più istantanea e mondializzata riescono a produrre.
La cultura popolare rappresentata dal folklore costituisce “una creazione fantastica”, per dirla con Claude Levi-Strauss, forse il più importante antropologo del Novecento. E’ infatti costituita da un patrimonio ragguardevole, sedimentatosi nel tempo, che impersona un fattore unificante e assicura “un senso” ad un territorio ed ai suoi abitanti. Gli usi e i costumi, i giochi e le superstizioni, i miti e le leggende, i proverbi e le fiabe, le credenze popolari e le narrazioni, gli indovinelli e gli scioglilingua, i rimedi e gli scongiuri, ma anche gli eventi contrassegnati da antichi riti arricchiti da esecuzioni musicali, canti, danze, rappresentano una preziosa risorsa di quei beni immateriali che, se adeguatamente salvaguardati, potrebbero effigiare il Molise di un importante valore aggiunto culturalmente e turisticamente spendibile.
Ciò a cui abbiamo assistito, invece, con l’edizione straordinaria dei Misteri di Campobasso dello scorso 2 dicembre va proprio nella direzione opposta. A meno che non si voglia considerare estranea al folklore religioso la geniale ideazione settecentesca del campobassano Paolo Saverio Di Zinno, cioè le “macchine viventi” con la rappresentazione dei santi che sfilano a Corpus Domini per le vie del capoluogo molisano (va ricordato che queste forme teatrali, proprio per il loro spirito di riproposizione in varie parti d’Europa sin dal medioevo, rientrano appieno nei canoni disciplinari del folklore), la perpetuazione del rito con un crescente contorno di alterazioni (dalla data invernale alle modalità di scelta della “tunzella”, tra l’altro non campobassana), anomalie (dall’estromissione di candidate “concorrenti” – la biologa campobassana 28enne Sarah Khalaf – alle immancabili strumentalizzazioni politiche a ridosso delle elezioni locali), scostamenti dalla tradizione (percorsi ridotti, commercializzazione dell’evento, sbandierate esigenze di “marketing”, ecc.) – con un inevitabile corollario di polemiche – finisce per profanarlo ed estraniarlo proprio dal suo ruolo unificante e identitario.
Un aspetto di cui s’è poco parlato, ad esempio, è quello identificato nel folklore proprio dal maggiore antropologo d’origine molisana della storia, Alberto Mario Cirese. In queste manifestazioni, al di là del ruolo egemone dell’autorità religiosa, l’entusiasmo popolare si concretizza in una sorta di “protagonismo antagonista” delle classi subalterne in opposizione alle classi egemoni. Ciò a cui abbiamo assistito è esattamente il contrario: autorità politiche, anche per mezzo di enti di mediazione, hanno di fatto condizionato pesantemente l’evento con scelte molto discutibili, compreso un borderò di spese che, a consuntivo, meriterebbe approfondita analisi per logica di trasparenza.
Tra l’altro questa strumentalizzazione dei maggiori riti del territorio molisano si sta allargando a macchia d’olio, segno che una politica fatta di personalismi ma sempre più delegittimata dai cittadini prova a ritagliarsi spazi anche sfruttando queste occasioni.
Occorre ripensare, rimanendo nell’antropologia, a quel cammino umano certificato dagli studiosi: l’uomo dallo stato selvaggio approda alla civilizzazione attraverso la barbarie. In Molise più di qualcuno sta favorendo il percorso inverso.

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