Ma perché Francesco ha scelto una terra di “poveri cristiani”?



Ma perché Francesco ha scelto una terra di “poveri cristiani”?

Ogni decisione papale di lasciare la Santa Sede per compiere un viaggio apostolico extra moenia è carica di significati storici e di motivazioni di tipo religioso, pastorale, politico, simbolico e perfino sentimentale, com’è stata ad esempio la visita che Papa Francesco compì in settembre a Cagliari al santuario della Madonna di Bonaria da cui deriva il nome della sua città natale, Buenos Aires.
In Terra Santa la sua recente missione ha avuto una straordinaria valenza e ha prodotto un immediato risultato storico con l’abbraccio in Vaticano tra l’israeliano Peres e il palestinese Abu Mazen. Né meno forti e intuibili sono state le spinte che in precedenza hanno indotto il Papa a recarsi a Lampedusa, quindi ad Assisi – l’emblematica Assisi – e infine, il 21 giugno scorso, nella martoriata Calabria da dove è partita contro le mafie una scomunica “attesa da un secolo” (parole di un coraggioso magistrato come Nicola Gratteri, autore di Acqua santissima).
Ma in Molise? Perché il Molise? E perché, ad esempio, in Molise prima che in Abruzzo? Come interpretare questa scelta nei riguardi della più irrilevante regione italiana che egli ha voluto anteporre a tante altre non meno significative in termini di cattolicità?
E’ un quesito che, non solo da molisano, mi sono posto dal momento in cui è stato dato l’annuncio di questo viaggio del tutto inatteso in una regione abituata ad esser messa regolarmente in coda. Ma si sa che da questo Pontefice “rivoluzionario” c’è ormai da attendersi numerose altre novità e sorprese.
Papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, è uno che parla chiaro, rimette in circolo parole che sembravano fuori corso e va alla carne e al sangue del messaggio cristiano; spedisce all’inferno schiavisti e corrotti; denuncia un sistema economico “ingiusto alla radice”; esorta ad ascoltare “il grido dei poveri”; scrive ai leader economici del mondo riuniti a Davos che “non si possono tollerare le migliaia di persone che muoiono ogni giorno di fame”; festeggia il suo 77esimo compleanno con tre barboni; esecra lusso e fasto; usa auto utilitarie; scatena una bufera sul mega attico del cardinale Bertone e bacchetta chi in Vaticano ha organizzato un costoso “evento per vip” in occasione della canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII.
Dopo otto mesi di pontificato, la prestigiosa rivista americana Time ha proclamato Bergoglio “uomo dell’anno”. E’ uno dei tanti segnali di apprezzamento per la statura di questo Papa che va ben oltre certi riconoscimenti mediatici.
Poco prima di morire lo scorso aprile, il grande medioevalista francese Jaques Le Goff, autore di un fondamentale lavoro su San Francesco d’Assisi (Laterza, 2000), dichiarò in un’intervista che nell’azione del nuovo Papa vedeva diversi elementi di continuità con l’autore de “Il Cantico delle Creature”. “Se c’è un elemento comune a San Francesco e a Papa Bergoglio – affermò – è proprio la lotta contro il denaro e la difesa dei poveri. Anche oggi assistiamo a una revisione degli atteggiamenti nei confronti del denaro, solo che non si tratta più di una reazione a una novità, come nel XIII secolo, ma di una reazione a una crisi, quella che ha travolto l’economia all’inizio del XXI secolo. Papa Francesco è il papa della crisi. Probabilmente una parte dei cardinali che l’hanno eletto hanno visto in lui l’uomo capace di aiutare la Chiesa e la società a superare questa fase del mondo capitalista. La modernità di Papa Francesco, come quella del santo d’Assisi, nasce dalla volontà di lottare contro la materializzazione della società”.
In Italia destò scalpore la telefonata che Bergoglio fece a Eugenio Scalfari per invitarlo a un incontro dopo che il fondatore di “Repubblica” gli aveva posto alcune domande “da non credente interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù”.
Il “grande vecchio” del nostro giornalismo aveva infatti manifestato la sua ammirazione verso il Papa, spiegando questa deferenza col fatto che “egli vuole una Chiesa povera che predichi il valore della povertà”. “Per duemila anni – scriveva Scalfari – la Chiesa ha parlato, ha deciso, ha agito come istituzione: non c’è mai stato un papa che abbia inalberato il vessillo della povertà, non c’è mai stato un papa che non abbia gestito il potere, che non abbia difeso, rafforzato, amato il potere, non c’è mai stato un papa che abbia sentito come proprio il pensiero e il comportamento del poverello di Assisi.”
Qui tuttavia Scalfari è incorso in una distrazione storica, perché un Papa che abbia, come egli affermava, “inalberato il vessillo della povertà” c’è stato. Mi riferisco ovviamente a Celestino Vº, il cui famoso “gran rifiuto” riguardava proprio le lusinghe del Potere e la Chiesa come istituzione. E sarebbe in proposito quanto mai attuale una rilettura (e magari una riproposta teatrale) de L’avventura di un povero cristiano, l’ultima, straordinaria opera che Ignazio Silone dedicò a Pietro Angelerio da Morrone. Nell’umile frate eremita elevato al soglio pontificio nel 1294, il grande scrittore abruzzese (che si definiva “cristiano post-risorgimentale e post-marxista”) ravvisò appunto il simbolo e la virtù di chi antepone la coscienza al potere, e fu per questo defenestrato dall’ultimo irriducibile assertore della teocrazía medioevale, Bonifacio VIIIº.
Azzardo dunque l’ipotesi che proprio queste considerazioni possano essere riconducibili a una motivazione profonda e “identitaria”, tale da aver ispirato la decisione papale di mettere piede nella terra che ha dato natali a “poveri cristiani”. Questo nostro piccolo Molise visto come luogo consono e congeniale alla lotta di Francesco contro la materializzazione della società.

Giuseppe Tabasso (Campobasso 1926) ha seguito da cronista 13 viaggi papali all’estero. La foto è del 16 ottobre 1978, poche ore prima l’annuncio della proclamazione di Papa Giovanni Paolo IIº.

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