Venafro (Isernia) conquista l’Internazionale

Uno splendido racconto del professor Claudio Giunta su Venafro, con le immagini di Borchi (De Agostini/Getty Images). E’ quanto ospita il sito dell’Internazionale, una delle migliori riviste italiane.

Il titolo del reportage è “Oh Venafro! Una gita in Molise”. L’autore, insegnante e saggista, nel lungo racconto divide la cittadina di Venafro in tre parti o strati. “Il primo strato, in basso, è la strada statale via Colonia Giulia, che attraversa la cittadina da ovest a est. La corriera vi deposita qui. Da una parte della strada c’è il bar “Pistacchio”, dall’altra il bar “L’altro mondo”. Il bar “Pistacchio” ha la distinzione delle dimensioni e del comodo dehors; ma al bar “L’altro mondo” sanno tutti gli orari delle corriere, orari che non sono appesi da nessuna parte, che non si trovano in nessun sito internet raggiungibile senza impazzire, e che nessuno dei venafrani sembra conoscere”.

Racconta della richiesta di un panino vegetariano “magari con un po’ di formaggio” e gli servono “questo panino sesquipedale, questo siluro imbottito con un barattolo intero di sottoli, immangiabile se non con forchetta e coltello perché madido d’olio, che si deforma al tocco”.

Poi si sofferma sul secondo strato, corso Campano, la zona nuova-elegante, con i bar. “A Venafro non c’è un ristorante decente, o se c’è ci è sfuggito (quello che TripAdvisor ci suggerisce come il migliore, L’argine, è chiuso e non ha l’aria di voler riaprire), ma c’è un’infilata di bar-pub da aperitivo, l’aperitivo ha l’aria d’essere più importante della colazione, anche perché facilmente si allunga diventando cena, con cinque euro, prendendo il nome non solo di apericena, come ormai usa, ma – prima volta che lo leggo in vita mia – di aperitivo cenato – scrive l’autore.

Poi i discorsi davanti ai locali, “il concionatore che arringa il gruppetto di amici raccontando della trasmissione della sera prima (“Ho visto un video che non ci ho capito un cazzo ma è sicuro che hanno cambiato il clima. Le trombe d’aria. Gianni Vespa ha intervistato uno scienziato del cnr”), la signora anziana al tavolo accanto che racconta a un tale di aver sognato suo fratello morto, “quello che stava a Rocchetta”. E che diceva? “E niente diceva, ’sto cristiano. Mi guardava”.

Il terzo strato esalta l’autore. “Qui a partire dal quinto secolo avanti Cristo erano insediate comunità sannite, che pacificamente convivevano con le città magnogreche. Poi (290 avanti Cristo: fine delle cinquantennali guerre sannitiche) i romani arrivarono, sottomisero, trasformarono gli antichi nemici in socii. Sottomettendo, i romani costruirono: e infatti Venafro brulica di resti d’età imperiale, dall’anfiteatro alla cinta muraria, all’acquedotto, a domus un tempo lussuose, adorne di marmi e mosaici; e passeggiando si riconosce facilmente il decumano che, costeggiando i frammenti delle antiche mura, porta dal castello alla cattedrale, in aperta campagna – racconta il professor Giunta. “In età postimperiale Venafro si fece tutta la trafila degli invasori, dai longobardi ai normanni, dagli Svevi agli Angiò agli Aragonesi. Dal 1437 al 1528 fu, insieme al territorio circostante, feudo della nobile famiglia Pandone, la quale ampliò e convertì in residenza una preesistente fortezza in cima alla collina. In particolare Enrico, conte di Venafro, si distinse per gli abbellimenti (loggiato, giardino) e per le decorazioni. Era un appassionato di cavalli, li allevava per montarli e per venderli; era così appassionato che tra il 1522 e il 1527 pensò di fare affrescare le pareti del castello con immagini di cavalli, ma non cavalli qualsiasi: i suoi cavalli, dipinti a grandezza naturale. Così, camminando per le stanze del castello Pandone il visitatore ha il piacere e il divertimento di vedere questa sfilata di cavalli bardati a festa, con borchie e pennacchi – una ventina in tutto, accompagnati da cartigli commemorativi (“Mandato alo S. Aniballo Caraciolo gentilhomo neapolitano nel mese de marzo MDXXIIII°”).

A parte i cavalli, i muri del castello sono pieni di cose pittoresche. I soliti stemmi gentilizi, i soliti festoni; ma al piano terra ci sono antichi disegni di golette che, stando a quel che dice la guida che ci accompagna nella visita, un ex carabiniere entusiasta e informato, furono eseguiti per commemorare l’impresa di Colombo. E sui muri, al primo piano, si intravedono dei versi in volgare quasi svaniti, scritture estemporanee messe lì per caso, come oggi si scriverebbero sul muro i versi di una canzone.

Riesco a decifrarle grazie a un po’ di memoria scolastica e a Google, ed è una mossa da maestro perché, a parte l’iniezione di autostima, da quel momento in poi i miei accompagnatori mi spalancano le porte di tutte le stanze, con licenza di fotografare, toccare, salire sulle sedie per vedere meglio. I primi due versi sono un pezzo del finale del Trionfo dell’Amore di Petrarca: timida ardita vita de li amanti che poco dolce molto amaro appaga.

Gli altri sono versi di Pietro Bembo, dal capitolo sulla natura d’amore Amor è, donne care, un vano e fello, e a giudicare dalla scrittura potrebbero anche essere stati tracciati a carboncino dagli affrescanti nei primi anni venti del cinquecento, quando Bembo era ancora in vita (o così dico, riflessivo, ai miei accompagnatori): (un ben) che le più volte more in fasce, un mal che vive sempre (et se p)er sorte, talhor l’ancidi più grave (rinasce)”

E poi qua e là ci sono altre scritte misteriose, quasi consumate dal tempo ma ancora in parte leggibili, come queste due righe in spagnolo, scritte chissà da chi chissà quando: “Si por pena se alcanza (plena?) / yo espero victoria”.

Quindi la storia recente, dopo il terremoto del 1984, la gente è andata a vivere nel primo o nel secondo strato. “Ma il primo e il secondo strato sono brutti, ordinari nei casi migliori, mentre il terzo strato, quello della città vecchia, oggi semivuoto, cadente, è magnifico – scrive l’autore. E precisa: “Al castello Pandone fa corona infatti un numero impressionante di casette, chiesette e palazzetti gentilizi, tutto avviluppato in una rete di carrugi male illuminati, deserti, semidivorati dalle erbacce, ma proprio per questo bellissimi. Qualche topo, ogni tanto. Da non perdere: la chiesa dell’Annunziata, di fondazione tardo trecentesca, ampliata tra il seicento e il settecento, “il barocco più bello del Molise”, dice il dépliant per i turisti, con importante ciclo di affreschi dell’arpinate Paulo Sperduti (1725-1799). E un po’ più lontana, a un estremo della cittadina, la cattedrale (chiusa: ma è chiuso quasi tutto, è chiusa anche l’Annunziata, bisogna chiedere le chiavi alla proloco, bisogna conoscere, saperlo). E dietro la cattedrale comincia un bel percorso naturalistico in mezzo agli olivi”.

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