Roma, Palazzo Barberini: nuove sale con le donazioni dei “molisani” Lemme



ROMA – Lo splendido Palazzo Barberini, un tempo sede del circolo ufficiali dell’Aeronautica (fino al 2006) ed oggi della Galleria Nazionale d’Arte Antica, dopo un restauro costato 18 milioni di euro e durato quattro anni, si arricchisce di altre dieci sale del secondo piano, che si aggiungono alle ventiquattro già aperte. Della nuova acquisizione fanno parte 182 opere donate – ben undici anni fa – dall’avvocato romano d’origine molisana Fabrizio Lemme, 75 anni, con storico studio a corso Francia.
“Nell’anno delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, siamo lieti di consegnare alla collettività un museo nuovo, ampio, moderno, di livello europeo – ha evidenziato Rossella Vodret, soprintendente speciale per il Polo museale della città di Roma, presentando con il ministro dei Beni culturali, Giancarlo Galan, e altri funzionari del dicastero quest’ultima fase del restauro relativo al percorso museale (resta solo il restauro delle facciate su piazza Barberini e sui cortili interni per il quale sono già pronti 3 milioni di euro). Vodret ha spiegato che il nuovo percorso espositivo “è articolato secondo una sequenza cronologica e questo è un unicum a Roma”.
Nelle dieci sale inaugurate i visitatori trovano una selezione di circa duecento dipinti databili tra la metà del Seicento e la seconda metà del Settecento. Molti di questi, quasi la metà, non sono mai stati esposti al pubblico, alcuni sono recenti legati dei coniugi Fabrizio e Fiammetta Lemme, altri ancora provengono dalla collezione del duca di Cervinara Dimitri Sursock.
Il ritorno agli antichi splendori di Palazzo Barbarini è quindi collegato alle scuse pubbliche del ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan al mecenate Fabrizio Lemme, l’avvocato che ha donato undici anni fa una parte della sua collezione al Museo nazionale d’arte antica di Palazzo Barberini. “Il Louvre si è scusato con lei per aver esposto con un po’ di ritardo le opere che lei aveva donato, noi qui lo facciamo con undici anni di ritardo, gli domando scusa io, ci tenevo a farlo pubblicamente – ha detto il ministro.
Lemme, che si è alzato per una stretta di mano con il ministro, ha ricordato di aver donato complessivamente 182 opere della sua collezione d’arte, “il sacrificio di una vita, con il pieno consenso dei figli”.
L’avvocato di origine molisana, noto collezionista d’arte, ha apprezzato le sottolineature del suo gesto di magnanimità: “Sento queste parole per la prima volta. Sono felice che un po’ tardi ma finalmente il mio Paese si sia ricordato di questo mio gesto di mecenatismo – ha detto dalla platea.
La storia dello Studio Lemme affonda le sue radici nella tradizione giuridica della Capitale. Ha inizio nei locali del Palazzo della Sapienza, l’antica sede dell’Università voluta da Alessandro VII (il fondatore della Biblioteca Alessandrina), e disegnata da un giovane Giacomo della Porta, prima che fosse chiamato a realizzare la facciata di San Luigi dei Francesi e Trinità dei Monti, a progettare alcune tra le più belle fontane del mondo e a ultimare la cupola di San Pietro lasciata incompiuta da Michelangelo, morto quasi novantenne.
Davanti a quel cortile, nel quale il Borromini si era ostinato a inserire la chiesa di Sant’Ivo (protettore degli avvocati) alla Sapienza, replicando così la meravigliosa esperienza con cui aveva inarcato di elastica purezza la piccola facciata di San Carlino alle Quattro Fontane, il giovane oriundo molisano Antonio Lemme ultimava infatti i suoi studi con il professor Antonio Salandra, tornato alla docenza dopo la sua disastrosa esperienza di governo che condusse l’Italia alla Grande Guerra.
In quegli anni turbolenti, suoi insegnanti erano stati Vittorio Scialoja, già ministro della Giustizia con Sonnino e degli Esteri con Nitti, Cesare Vivante, padre del moderno diritto commerciale, Giuseppe Chiovenda, il giurista che Antonio Segni nel 1959 volle ricordare addirittura con un decreto che cambiò in Premosello-Chiovenda il nome del suo paese natale, Enrico Ferri, illustre criminologo allievo del Lombroso, di cui contestò efficacemente le teorie, e infine Vittorio Emanuele Orlando, estensore, non ancora laureato, della riforma elettorale nel 1881, ministro giolittiano e infine capo del governo e firmatario del Trattato di Versailles, avanzatissimo costituzionalista rientrato in scena nel secondo dopoguerra come deputato della Costituente e relatore del discorso d’apertura della prima legislatura della Repubblica italiana.
L’avvocato Antonio Lemme fondò il suo studio legale nel 1927, domiciliandolo in via della Scrofa, non lontano da Sant’Ivo, che in quegli anni cedeva il suo ateneo alla città universitaria, edificata lungo la traiettoria settentrionale che dalla Stazione Termini giungeva ai “quartieri”, i nuovi rioni che sorgevano tra la Villa Torlonia di via Nomentana e la Villa Ada di via Salaria, ovvero le residenze del potere. Tra questi il quartiere Savoia, oggi Trieste: grandi piazze, viali alberati e abitazioni spaziose, dove ben presto l’avvocato trasferì lo studio e la famiglia. La sua costante crescita professionale lo portò nel dopoguerra ad occuparsi di grandi processi di impatto sociale e politico, come il processo giunto a sentenza nel 1955 per le frodi valutarie, o il processo per l’omicidio di Wilma Montesi.
Negli anni 60 entrò a far parte dello studio il figlio Fabrizio, laurea con lode in diritto penale dell’Economia, relatore Giuliano Vassalli, con il quale avvierà una collaborazione accademica durata fino al 1980, anno in cui conseguì la Cattedra presso l’Università di Siena. E con Fabrizio la moglie: l’avvocato Fiammetta Luly, esperta in diritto di famiglia, che associò la sua competenza in materia ad un grande talento nel campo delle pubbliche relazioni e nell’amministrare le risorse umane. Gli uffici si trasferirono in corso di Francia, l’attuale sede. Lo studio accentua le competenze nelle materie civilistiche, nel penale, nel societario e nel diritto dei beni culturali. Entrano professionisti di rilievo del Foro Romano. Collaborare con Fabrizio Lemme diventa una scuola: rigore formale e collegialità: ogni specializzazione si arricchisce nella collaborazione, si guarda all’intero organismo.
Da questa scuola emerge la terza generazione della famiglia: Giuliano Lemme e Antonella Anselmo.
Come si legge nel sito dello studio, Giuliano si laurea cum laude in diritto commerciale con il professor Libonati. Dopo la laurea inizia a frequentare la cattedra di diritto bancario del professor Paolo Ferro-Luzzi, di cui diviene assistente fino a conseguire a propria volta la cattedra come associato di diritto dell’economia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, specializzandosi in diritto commerciale e bancario.
Antonella, laurea cum laude in diritto amministrativo con il professor Cassese e iter accademico come cultore della materia presso l’Istituto di diritto amministrativo della facoltà di economia e commercio de La Sapienza con il professor Stelio Valentini, alterna competenze nel penale e nell’amministrativo, collabora alla redazione della Gazzetta Ambiente e tiene numerose conferenze come relatore.
La collegialità e l’interscambio tra le competenze è la chiave con cui lo studio affronta, con grande attenzione, alcuni dei processi del periodo “mani pulite”. Attraverso il metodo delle categorie generali, il penale, l’amministrativo e il societario confluiscono in una visione spesso risolutiva, una scelta professionale che costituisce un elemento distintivo dello Studio Lemme anche in ambito didattico e scientifico.
Insomma, una gloriosa famiglia che porta alti i nomi del Molise e di Roma.
A Palazzo Barberini le opere della collezione Lemme sono esposte ora in una delle nuove sale del secondo piano. A lavori conclusi e con l’aggiunta delle nuove dieci sale il museo può contare ora su una superficie di 12mila metri quadrati con 34 sale e 500 opere esposte oltre ad altre 300 a disposizione degli studiosi.

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