Una comunità educante

Monta in questi giorni il contrasto tra chi vuole una scuola in presenza e chi opta per la cosiddetta didattica a distanza da posizioni purtroppo non sempre avanzate partendo da presupposti di carattere scientifico sia sul piano sanitario che pedagogico.

Il funzionamento del sistema educativo ha palesemente sofferto in questi due anni di pandemia mentre pochissimo si è fatto sul piano politico ed amministrativo per migliorarne l’efficienza.

A dirla tutta con grande franchezza la scuola è stata considerata una struttura sacrificabile attraverso atteggiamenti, risoluzioni e misure di grande approssimazione che ne hanno fortemente limitato la funzione creando enormi problemi di carattere psicologico e didattico sia al personale docente che agli alunni; dunque, al di là di proclami demagogici, occorre fare ogni sforzo per tornare in presenza approntando sistemi razionali di protezione.

Dobbiamo sicuramente dare più attenzione a questi problemi contingenti affidandone la gestione a soggetti con spiccate competenze in un serio lavoro di equipe.

Provo qui ora in un certo senso ad andare oltre e ad esprimere qualche riflessione su alcune innovazioni di carattere strutturale, metodologico e didattico che ritengo assai utili per dare continuità al processo educativo in tutte le fasi dell’esistenza di una persona.

La costruzione di una personalità libera, armonica, efficiente, felice, biofila e in armonia con gli altri credo anzitutto abbia bisogno di due momenti essenziali che sono quello dell’istruzione e dell’educazione.

Con il primo si entra nel sapere conquistando un bagaglio culturale e con il secondo si acquisiscono le modalità per trarre fuori le proprie potenzialità sviluppando le facoltà mentali, fisiche, etiche e comportamentali.

Oggi il sistema educativo presenta diverse problematicità perché viene lasciato quasi esclusivamente ad un’unica agenzia che è la scuola, è sempre più succube di un neoliberismo che pretende di porre al centro di ogni attività lo sviluppo, la crescita, il successo personale, la competizione e la tecnocrazia piuttosto che il rispetto della natura, la condivisione, le relazioni di gratuità e una qualità della vita migliore per tutti.

L’istruzione e l’educazione come diritti inalienabili sono ancora negati in diverse parti del mondo ad alcune categorie sociali come ad esempio le donne ed i fuori casta; soprattutto nella fase universitaria poi hanno livelli molto diversi in ragione delle potenzialità economiche della famiglia.

Secondo le stime dell’ONU nel mondo abbiamo settecentocinquanta milioni di analfabeti, per il 49% nell’Asia meridionale, mentre di essi i due terzi sono donne.

Anche in Italia specialmente in questo periodo di pandemia abbiamo visto con la didattica a distanza le forti differenziazioni territoriali nella garanzia del diritto allo studio, ma abbiamo tuttora una scuola troppo focalizzata su momenti di lezioni o di verifiche piuttosto che su una metodologia razionale di ricerca volta alla promozione non tanto dell’arricchimento nozionistico, ma a promuovere la libertà personale, lo spirito critico, una formazione etica ed affettiva, la coltivazione di saperi inclusivi orientati ad una convivenza pacifica ed alla cittadinanza attiva con piena responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri.

Ha ragione Umberto Galimberti a sostenere che educare significa anzitutto maturare la personalità degli studenti nelle emozioni, nei sentimenti e nelle capacità logiche e critiche, mentre oggi ci preoccupiamo prevalentemente delle prestazioni e delle funzioni operative secondo logiche e metodologie sempre più dipendenti dal modello economico neoliberista.

La scarsa attenzione che abbiamo per il settore è confermata dal fatto che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza destina alla ricerca appena il 3% delle risorse ed alla cultura 6 miliardi su 248.

La stessa professionalità dei docenti non può continuare ad essere affidata all’interesse ed alla responsabilità di ognuno, ma deve prevedere, come sosteniamo da tempo, dei momenti sabatici di livello universitario da dedicare all’aggiornamento così come appare sempre più necessaria una diversa articolazione del calendario scolastico e dell’impegno del personale in un’opera educativa più incisiva ed individualizzata ma ovviamente con una retribuzione più dignitosa.

A tale proposito credo si debba finalmente agganciare la progressione economica nella carriera dei docenti all’aggiornamento tenuto, ad eventuali pubblicazioni e alla valutazione del lavoro svolto ed opportunamente documentato.

Se vogliamo promuovere nei discendi una visione della vita orientata alla pace ed alla giustizia sociale è sempre più necessario prendere atto delle difficoltà e delle povertà educative presenti oggi nella famiglia, nella scuola e nelle altre strutture sociali per giungere finalmente all’organizzazione di una comunità educante in grado di promuovere la libertà personale, l’inclusione e la reciprocità.

È chiaro che non potrà essere raggiunto un tale obiettivo se non usciremo dalla logica che i processi legati all’istruzione ed all’educazione debbano riguardare solo alcune fasce di età; al contrario dobbiamo convincerci una buona volta che essi devono essere continui per tutto il ciclo della vita di una persona.

La formazione permanente è l’unica capace di garantire al cittadino un aggiornamento persistente di carattere metodologico e contenutistico in grado di assicurare a tutti gli strumenti scientifici, tecnologici ed etici per affrontare e risolvere le questioni legate alle diverse situazioni esistenziali personali e collettive.

Essa a mio avviso non può prescindere da taluni aspetti fondamentali del processo educativo che ci vengono da due grandi maestri come don Lorenzo Milani e Paulo Freire cui ho fatto continui riferimenti nei miei quarant’anni d’insegnamento.

Si tratta del valore della parola come strumento di costruzione ed espressione del pensiero, della liberazione dai bisogni e dalle diverse povertà, di una maturazione della dimensione sociale e politica dell’azione pedagogica e didattica, della complessità e del pluralismo del sapere come della pari dignità delle culture rispettose dei diritti umani.

Un’educazione diffusa e continua alla ricerca scientifica, ai valori umanistici, all’affettività, alla legalità, alla pari dignità degli esseri umani, alla cittadinanza attiva, ad uno sviluppo sostenibile e consapevole darà gli strumenti per risolvere i conflitti ed assicurare a tutti una salute piena, una convivenza pacifica equa e solidale ed una felicità autentica.

In questa direzione una società educante per una formazione permanente deve immaginare un coinvolgimento assai articolato di soggetti, competenze, luoghi e strumenti perché la cultura non resti patrimonio individuale o di elites, ma diventi un bene collettivo di massa.

Superare le povertà educative sul territorio significa creare occasioni culturali e reti relazionali ampie per superare le difficoltà di pensiero riflessivo di quanti pensano di potersi accontentare degli slogan o delle reazioni istintive, ma anche per allargare sempre più le opportunità di confronto e gli orizzonti culturali.

A livello di volontariato le iniziative sui territori sono apprezzabili ed articolate.

Segnaliamo ad esempio i centri studi, le scuole di formazione politica, le Libere università della Terza età e del Tempo Libero, l’associazione dei Borghi della Lettura.

Grande merito va riconosciuto a chi ha avviato tali iniziative che cominciano a muovere verso l’idea dell’educazione permanente, ma tutto questo non è ancora sufficiente se non istituzionalizziamo il sistema e gli strumenti pubblici relativi che possono essere in presenza o servirsi di piattaforme on line come della televisione se i suoi programmi sapranno aprirsi al pluralismo ed alla partecipazione.

In tale direzione si pone evidentemente il problema della preparazione di nuove figure professionali da immettere nella formazione permanente alle quali si richiedono competenze di carattere umanistico, scientifico, tecnologico ma soprattutto psicologico e pedagogico.

(Umberto Berardo)

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