La “piccola Cernobyl” di Castelmauro



La "piccola Cernobyl" di Castelmauro

CASTELMAURO (CAMPOBASSO) – Il caso è ormai approdato da tempo alle pagine nazionali e nei programmi da prima serata. Da "Report" a "Striscia la notizia". Si tratta della cosiddetta "piccola Cernobyl" in territorio molisano. Un fatto che, per la sua gravità, continua a suscitare interessi e soprattutto timori, anche da fuori regione. E’ di questi giorni, ad esempio, la forte presa di posizione dell’associazione "Impronte", abruzzese di Giulianova, che ha diramato un comunicato di fuoco sulla paradossale vicenda. Perché il rischio contaminazione non interessa soltanto il Molise ma anche le regioni limitrofe. Una storia incredibile che quindi merita di essere raccontata nei dettagli.
Teatro della "piccola Cernobyl" è Castelmauro, provincia di Campobasso. Paese, tra gli altri, del compianto poeta Giuseppe Jovine.
La storia ufficialmente ha inizio il 19 dicembre 1979, quando il fisico nucleare Quintino De Notaris ottiene il nulla osta provvisorio dal medico provinciale di Campobasso Ermanno Sabatini alla detenzione di sostanze radioattive. Sulla base della normativa speciale regolata dal decreto del Presidente della Repubblica numero 185/64. Si tratta di rifiuti provenienti da attività industriali, mediche e di ricerca scientifica.
Negli anni a seguire si succedono ispezioni e sopralluoghi che non rilevano gravi violazioni o rischi di contaminazione.
Il 2 luglio 1985, i vigili del fuoco, nel corso di un’ispezione, registrano il superamento dei limiti di radioattività, ma escludono rischi di contaminazione immediata. Ma il 25 marzo 1987 arriva una prima interrogazione parlamentare e tre mesi dopo l’ispettore dell’Enea Ciro Candela effettua un sopralluogo sia allo studio termolese Canrc (che ha gestito dal 19 dicembre 1979, con il nulla osta del medico provinciale Sabatini, il magazzino radioattivo) sia nel deposito di Castelmauro (via Palazzo 6, nei pressi della cattedrale e del municipio), riscontrando diverse irregolarità.
Dal 1989 ha inizio una serie di tappe giudiziarie che vanno dal non luogo a procedere a carico di De Notariis (24 aprile 1989, da parte del Pretore di Civitacampomarano) fino al proscioglimento del De Notariis da parte del Tribunale di Campobasso il 24 novembre 2000.
Il 18 ottobre 2002 il governatore molisano Iorio emana un decreto (numero 151) che ingiunge a De Notariis di smaltire i rifiuti tossico-nocivi o pericolosi e il 27 febbraio 2003 c’è una seconda interrogazione parlamentare.
Ma si arriva ai giorni nostri senza sostanziali novità, salvo qualche conferenza di servizio con i soggetti interessati che però non raggiungono risultati. I rifiuti, nonostante il terremoto molisano (a Castelmauro danni per 83 milioni di euro), rimangono lì. Circa duemila bidoni tossici e radioattivi, ognuno da 50 litri, stipati alla rinfusa nell’abitazione della famiglia De Notariis. Il tempo peggiora le cose: i contenitori metallici vengono via via corrosi dall’umidità e perdono lentamente il pericoloso contenuto.
Il 27 novembre 2007 Quintino De Notariis muore a Cuba per aneurisma cerebrale. I parenti rinunciano all’eredità.
Qualche mese dopo, un altro colpo di scena. L’avvocato Giovanni De Notariis, fratello dello scienziato deceduto, chiede la bonifica del deposito a spese dello Stato. Il 1° agosto 2008 presenta una dettagliata denuncia. Come proprietario dello stabile non può tollerare la presenza di materiali radioattivi che non gli appartengono, a tutela della propria salute e tranquillità. In sostanza sostiene che i fusti sarebbero dovuti rimanere in casa De Notariis in regime di provvisorietà, in attesa dell’individuazione, da parte della Regione Molise, di un sito più adeguato. Un impegno assunto dallo stesso Consiglio regionale con l’approvazione di un ordine del giorno del 7 luglio 1987. Nel testo protocollato alla Procura della Repubblica di Campobasso, ci sono particolareggiate accuse, dall’inerzia della Regione a quella dello Stato italiano "individuabile come proprietario dei materiali radioattivi, a seguito di rinunzia ereditaria fatta dagli eredi entro il sesto grado". Quindi denuncia penale contro lo Stato "e di chi sarà ritenuto responsabile per i reati di omissione di atti d’ufficio, invasione di proprietà e attentato alla salute, con la richiesta cautelativa dell’ordine di immediata rimozione dei residui radioattivi".
Qualche settimana dopo Michele Iorio incontra Guido Bertolaso, capo della protezione civile, per affrontare la questione: i sopralluoghi tecnici confermano come le sorgenti siano ancora attive.
Nei giorni scorsi il quotidiano "La Stampa" spara un’inchiesta sul caso Castelmauro. Gianni Lannes, l’autore, spiega senza mezzi termini: "Benvenuti in Molise, in provincia di Campobasso, a un passo dal mare Adriatico, dove è conficcata una bomba a orologeria radioattiva". E raccoglie testimonianze choc: "La situazione di Castelmauro è grave – sottolinea l’ingegner Roberto Mezzanotte dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici. "Parliamo di un impianto ben lontano dagli standard di sicurezza. Abbiamo segnalato il caso alle autorità competenti. Occorre un’urgente azione di rimozione dei rifiuti nucleari e bonifica dei luoghi".
Le fughe di radioattività dal deposito di scorie nucleari minaccerebbero la salubrità dell’intero Molise e delle regioni limitrofe (Abruzzo, Lazio, Puglia, Campania). I radioisotopi americio 241 e cobalto 60 sprigionano radiazioni alfa e gamma. L’ultima verifica radiometrica parla chiaro: "E’ stato riscontrato il superamento dei limiti previsti dalla legge" scrive ai ministeri dell’Interno e dell’Ambiente il professor Bernardo De Berardinis, direttore dell’ufficio Pianificazione, valutazione e prevenzione dei rischi presso la protezione civile. L’Arpa Molise evidenzia "un campo di radiazione, tale da risultare superiore al limite previsto dalla normativa vigente in relazione all’esposizione massima ammissibile per la popolazione (1mSV/anno)".
Non bastasse, il territorio è soggetto a rischio sismico e idrogeologico. Con l’ordinanza del presidente del consiglio dei ministri (3274/2003) il borgo è stato dichiarato a "sismicità medio-alta" e incluso nella zona 2.
L’articolo del quotidiano "La Stampa" chiude con una testimonianza da brividi. "La quantità di radiazioni assorbita dagli esseri viventi viene misurata in sievert. Nell’essere umano, una dose di 4 sievert distribuita su tutto il corpo, pari a 40 mila radiografie, causa la morte nel 50 per cento dei casi". Lo dice Maurizio Cumo, ordinario di impianti nucleari all’università La Sapienza di Roma.
E ancora benzina sul fuoco. Quello di Castelmauro, infatti, non sarebbe un caso isolato. Già nel 2004 l’allora ministro dell’Ambiente Matteoli riferiva in Parlamento che i depositi temporanei di rifiuti provenienti da ospedali, industrie e laboratori di ricerca sarebbero stati 120, con poco meno di 30mila metri cubi di rifiuti accumulati.
"La presenza di rifiuti radioattivi – spiega l’associazione "Impronte" – è segnalata a Palermo (deposito Sicurad e reattore Agn), Taranto (Cemerad), Forlì (Protex), Bologna (Reattore Rb3), Padova (reattore Sm-1), Udine (deposito Crad), Pavia (deposito Controlsinic e reattore Lena), Milano (deposito Campoverde e reattore Cesnef), Como (deposito Gammaton e Gammadiagnostic), Varese (Centro di ricerca di Ispra che comprende due reattori, due depositi e due laboratori nucleari)". Ma non si può certo dire, in questo caso, che mal comune sia mezzo gaudio.
L’augurio è che l’anno nuovo ponga finalmente fine a questa triste vicenda.

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